Daniele fu il primo a muoversi.
«Mamma!»
Scattò verso la porta di servizio.
Gli afferrai il polso prima che potesse raggiungerla.
«Fermo.»
«È mia madre!»
«Ed è esattamente per questo che non puoi seguirla alla cieca.»
Mi guardò con rabbia.
Poi vide il modo in cui stavo osservando il corridoio buio oltre la porta.
Non c’era panico sul mio volto.
C’era calcolo.
Il blackout era durato meno di venti secondi.
Troppo poco perché Vittoria potesse sparire senza aiuto.
«Chiudete tutte le uscite esterne», ordinai.
Il responsabile della sicurezza esitò.
Guardò il generale Rinaldi.
Non me.
Quel mezzo secondo mi disse tutto ciò che avevo bisogno di sapere.
Il messaggio della sede centrale tornò nella mia mente.
POSSIBILE COMPROMISSIONE INTERNA AL COMANDO.
NON FIDARTI DELLA CATENA LOCALE.
«Ha sentito l’ordine», disse finalmente il generale.
L’uomo annuì e si allontanò.
Io rimasi a fissarlo finché non scomparve.
Daniele lo notò.
«Non ti fidi di lui.»
«In questo momento non mi fido di nessuno che abbia avuto accesso al piano di sicurezza del ballo.»
«Nemmeno del generale?»
Rinaldi sentì la domanda.
Non si offese.
«Fa bene», disse.
Per la prima volta quella sera iniziai a pensare che forse meritava davvero il grado che portava.
Mi inginocchiai accanto alle perle spezzate.
Daniele fece lo stesso.
«Le ha perse mentre correva.»
«No.»
Raccolsi una perlina.
Poi indicai il filo.
Il gancio non era strappato.
Era stato aperto.
«Qualcuno l’ha sganciato.»
Daniele mi fissò.
«Perché?»
Guardai il pavimento.
Le perle creavano una linea irregolare verso la porta di servizio.
Troppo perfetta.
«Per farci seguire questa direzione.»
Mi rialzai.
«Questa non è una fuga.»
Il generale si avvicinò.
«È una deviazione.»
«Esatto.»
Un militare entrò rapidamente dal corridoio.
«Abbiamo controllato la scala di servizio. Nessuna traccia della signora Ferri.»
«Telecamere?» chiesi.
«Interrotte durante il blackout.»
«Solo quelle del corridoio?»
Esitò.
«Sì.»
Il generale ed io ci scambiammo uno sguardo.
Non era un guasto.
Qualcuno aveva spento esattamente ciò che serviva.
Mi voltai verso il salone.
Più di cento persone.
Ufficiali.
Coniugi.
Personale.
Camerieri.
Addetti alla sicurezza.
Chiunque avesse organizzato tutto si trovava abbastanza vicino da conoscere la struttura dell’edificio e abbastanza in alto da controllarne alcuni sistemi.
Poi vidi Carolina.
Era ancora accanto al Tavolo Nove.
Ma non guardava la porta da cui Vittoria era scomparsa.
Guardava il palco.
Precisamente il lato destro del palco.
«Carolina.»
Lei trasalì.
«Cosa?»
«Cosa stai guardando?»
«Niente.»
«Hai guardato quel punto tre volte.»
Suo padre si girò verso di lei.
«Carolina.»
La ragazza iniziò a tremare.
«Vittoria mi aveva detto che, se qualcosa fosse andato storto, avrei dovuto aspettare vicino al palco.»
Daniele impallidì.
«Per fare cosa?»
«Non lo so.»
«Carolina.»
«Lo giuro.»
Mi avvicinai.
«Ti ha dato qualcosa?»
Lei abbassò lo sguardo verso la propria pochette.
Il generale chiuse gli occhi per un istante.
«Aprila.»
Carolina estrasse lentamente una piccola chiave elettronica.
Non sembrava diversa da quelle utilizzate negli alberghi.
Ma io riconobbi immediatamente la banda metallica.
«Non toccatela.»
Il generale si irrigidì.
«Cos’è?»
«Una chiave di accesso programmabile.»
Carolina quasi la lasciò cadere.
«Vittoria mi ha detto soltanto di tenerla con me.»
«Quando te l’ha data?»
«Stasera. Prima dell’arrivo degli ospiti.»
«E cosa avresti dovuto farne?»
«Se mi avesse mandato un messaggio con scritto “adesso”, dovevo lasciarla dietro la tenda laterale del palco.»
Daniele guardò sua madre assente come se cercasse di comprendere fino a che punto fosse coinvolta.
Io guardai la tenda.
«Evacuate discretamente le prime file.»
Il generale annuì.
Due uomini si mossero.
Io mi avvicinai al palco senza toccare nulla.
Dietro la tenda c’era una piccola porta.
Nessuna targhetta.
Solo un lettore elettronico.
«Dove conduce?»
Rinaldi rispose subito.
«Corridoio tecnico. Poi agli uffici amministrativi del piano superiore.»
«Quali uffici?»
Il generale rimase in silenzio per un secondo.
«Il mio.»
Ecco.
Non era Vittoria il vero obiettivo della fuga.
Era quella porta.
Qualcuno aveva bisogno della chiave.
Qualcuno aveva previsto che, durante il caos provocato dalla mia espulsione, Carolina l’avrebbe lasciata lì.
Il blackout era stato il piano di emergenza.
Daniele mi raggiunse.
«Cosa c’è nell’ufficio del generale?»
Rinaldi rispose prima di me.
«Materiale preparatorio per la sessione di coordinamento di domani.»
L’orario che Daniele aveva rivelato.
Il calendario che Vittoria aveva cercato.
L’accesso temporaneo.
Tutti i pezzi si unirono.
«Non volevano solo sapere quando si sarebbe svolta la riunione», dissi.
«Volevano entrare prima.»
Il telefono del generale squillò.
Rispose.
Il suo volto cambiò.
«Ripeta.»
Ascoltò.
Poi mi guardò.
«La squadra al piano superiore ha trovato la porta del mio ufficio aperta.»
Daniele sussurrò una bestemmia.
«I documenti?»
«Stanno controllando.»
Scossi la testa.
«Non cercate soltanto cosa manca.»
Rinaldi capì immediatamente.
«Cercate cosa è stato aggiunto.»
Corremmo verso le scale.
A metà del corridoio incontrammo un ufficiale della sicurezza.
«Generale, abbiamo trovato la signora Ferri.»
Daniele si fermò.
«Dove?»
«Nel guardaroba del personale. Era chiusa dentro.»
Vittoria comparve pochi secondi dopo, sorretta da due militari.
Aveva un livido sulla tempia e respirava a fatica.
«Daniele…»
Lui fece per raggiungerla.
Io rimasi ferma.
«Chi ti ha portata lì?»
Vittoria mi guardò.
Per la prima volta non c’era superiorità nei suoi occhi.
Solo terrore.
«Non l’ho visto bene.»
«Voce? Altezza? Uniforme?»
«Era un uomo.»
«Questo non basta.»
Lei chiuse gli occhi.
Poi sussurrò:
«Aveva i guanti bianchi del personale di sala.»
Mi voltai verso il salone.
I camerieri.
Decine.
Perfettamente invisibili perché nessuno li guardava davvero.
In quel momento il mio telefono sicuro vibrò ancora.
Un solo messaggio.
VERIFICA IMMEDIATA: UNO DEI NOMI NEL PERSONALE DI CATERING È UN’IDENTITÀ FALSA.
Sotto comparve una fotografia.
Guardai l’uomo ritratto.
Poi sollevai lentamente gli occhi.
Lo stesso cameriere che, all’inizio della serata, si era immobilizzato accanto a me con un vassoio di spumante mentre Vittoria mi umiliava per il posto scomparso.
Era ancora nella sala.
E in quel momento stava camminando direttamente verso l’uscita principale.
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