Guardai la sala piena di uniformi e, per la prima volta quella sera, smisi di vedere gradi.
Vidi accessi.
Credenziali.
Possibilità.
Qualcuno tra noi possedeva un badge collegato all’uomo che, dodici anni prima, aveva autorizzato il cambio del punto di estrazione in Siria.
«Generale», dissi piano, «nessuno deve sapere che abbiamo identificato quel badge.»
Rinaldi annuì.
«Cosa propone?»
«Facciamo credere che non abbiamo trovato niente.»
Mi voltai verso il responsabile della sicurezza.
«Riaprite apparentemente le uscite. Nessuno viene realmente lasciato andare senza verifica, ma voglio che sembri il contrario.»
Daniele mi fissò.
«Vuoi costringerlo a muoversi.»
«Se pensa che Conti abbia fallito e che noi siamo ancora confusi, proverà a uscire o a distruggere qualcosa.»
Rinaldi impartì gli ordini.
Il salone cominciò lentamente a respirare di nuovo.
Gli ospiti ricevettero istruzioni di rimanere calmi.
Alcuni ufficiali tornarono ai tavoli.
Altri si avvicinarono alle uscite.
Io rimasi immobile accanto al Tavolo Nove.
Ironico.
La serata era iniziata perché qualcuno aveva tolto il mio nome da una sedia.
Ora aspettavo che un traditore rivelasse il proprio.
Il mio telefono vibrò.
La sede centrale aveva trasmesso l’identificativo del badge.
Non il nome dell’utilizzatore.
Solo il numero.
Rinaldi lo lesse.
Poi il suo volto cambiò.
«Conosce quel codice?» chiesi.
«È una credenziale di livello amministrativo riservata agli ufficiali di collegamento.»
«Quanti presenti stasera?»
«Tre.»
Un colonnello in pensione richiamato come consulente.
Un ufficiale del comando operativo.
E il brigadier generale Alessandro Serra.
Serra.
Sessant’anni.
Carriera impeccabile.
Aveva trascorso anni nelle missioni internazionali.
Ed era stato uno dei funzionari di collegamento presenti nella catena di coordinamento durante la mia operazione in Siria.
Lo vidi dall’altra parte del salone.
Stava conversando tranquillamente con due ufficiali.
Poi guardò verso l’uscita.
Una volta.
Due.
Alla terza, si mosse.
«Quello», dissi.
Rinaldi inspirò lentamente.
«Spero che si sbagli.»
«Anch’io.»
Serra percorse metà sala senza fretta.
Nessuno lo fermò.
Quando raggiunse il corridoio, cambiò improvvisamente passo.
Accelerò.
«Adesso.»
Due carabinieri comparvero davanti a lui.
Serra si voltò.
Altri due erano alle sue spalle.
Non oppose resistenza.
Sorrise.
«Che spettacolo deprimente, Rinaldi.»
Il generale gli si avvicinò.
«Consegni il badge.»
Serra lo estrasse.
Il numero corrispondeva.
Il silenzio diventò assoluto.
Mi avvicinai.
Serra mi guardò a lungo.
«Moretti.»
«Ci siamo già incontrati?»
«Non personalmente.»
«Ma conosceva la mia cicatrice.»
Per la prima volta il sorriso scomparve.
Non aveva bisogno di confessare.
«Dodici anni fa», continuai, «qualcuno modificò il nostro punto di estrazione. Da allora abbiamo creduto a un’intercettazione.»
Serra inclinò la testa.
«La guerra produce molti errori.»
«Quello non fu un errore.»
Il generale Rinaldi fece cenno alla sicurezza.
Uno degli uomini portò un tablet.
I tecnici avevano già confrontato le credenziali storiche con gli accessi recenti.
Le credenziali del funzionario morto quattro anni prima erano state replicate attraverso un terminale amministrativo.
Quel terminale apparteneva all’ufficio di Serra.
Inoltre, diversi contatti indiretti conducevano a Lorenzo Bassi.
La rete era finalmente visibile.
Bassi reclutava e manipolava.
Conti forniva accesso interno.
Serra dirigeva.
Vittoria era stata sfruttata attraverso la sua vanità.
Daniele attraverso l’ambizione e il bisogno di approvazione.
Io ero il bersaglio finale.
Serra mi fissò.
«Crede davvero che arrestare tre uomini cambierà qualcosa?»
«No.»
Mi avvicinai abbastanza perché soltanto lui potesse sentire chiaramente.
«Ma impedirvi di scegliere chi sacrificare è un buon inizio.»
Lo portarono via.
Questa volta nessuno cercò di fermarli.
Poco dopo arrivò la conferma dalla sede centrale.
Lorenzo Bassi era stato fermato mentre tentava di lasciare Roma.
Il falso cameriere era stato identificato attraverso le telecamere esterne e intercettato a un posto di controllo.
Conti aveva iniziato a collaborare dopo aver saputo dell’arresto di Serra.
La rete non era ancora completamente smantellata.
Ma quella notte aveva perso il suo centro.
Vittoria sedeva ancora vicino al tavolo.
Sembrava improvvisamente molto più vecchia.
«Giulia.»
Mi voltai.
«Io non volevo che ti facessero del male.»
«Lo so.»
Sul suo volto apparve un barlume di sollievo.
Lo spensi.
«Ma volevi ferirmi abbastanza da farmi sparire dalla vita di tuo figlio. E hai permesso a persone che non conoscevi di usare quell’odio.»
Abbassò gli occhi.
«Mi dispiace.»
«Le scuse non cancellano le conseguenze.»
Non sapevo quali accuse avrebbe affrontato.
Quello spettava agli investigatori.
Ma il suo accesso agli ambienti del comando era finito.
E per la prima volta Vittoria Ferri avrebbe dovuto vivere senza poter trasformare il nome di suo figlio in una moneta sociale.
Carolina venne accompagnata via per essere interrogata.
Prima di uscire mi guardò.
«Non sapevo cosa stessero facendo.»
«Spero sia vero.»
Suo padre non disse una parola.
Il generale Rinaldi sembrava aver perso qualcosa quella sera che nessuna medaglia avrebbe potuto restituirgli completamente.
Poi rimasi sola con Daniele.
Il Tavolo Nove era devastato.
Calici abbandonati.
Perle sul pavimento.
Una sedia vuota dove avrebbe dovuto esserci il mio posto.
Daniele la guardò.
«Ho fallito molto prima di stasera.»
Non risposi.
«Quando mia madre ti ha tolto quella sedia, avrei dovuto rimetterla al suo posto.»
Mi guardò.
«Quando ti ha umiliata, avrei dovuto difenderti. Quando quell’uomo mi ha contattato, avrei dovuto dirtelo. E per tre anni…»
La voce gli cedette.
«Per tre anni ho preferito credere che il tuo lavoro non fosse importante perché ammettere il contrario mi faceva sentire piccolo.»
Quella era finalmente la verità.
Non Serra.
Non Bassi.
Non Vittoria.
La verità del nostro matrimonio.
«Ti amo», disse.
«Forse.»
Trasalii persino io per quanto fosse calma la mia voce.
«Ma amare qualcuno senza rispettarlo non basta.»
Daniele abbassò lo sguardo.
Non gli promisi che lo avrei perdonato.
Non gli dissi che il nostro matrimonio era finito.
Quella decisione meritava di essere presa lontano da uniformi, arresti e lampadari di cristallo.
Gli dissi soltanto:
«Da domani parlerai con gli investigatori. Dirai tutto. Anche le cose che ti fanno vergognare.»
Annuii quando lui disse: «Lo farò.»
Il generale Rinaldi si avvicinò un’ultima volta.
«Vicedirettrice, c’è ancora una questione.»
Indicò il Tavolo Nove.
Un giovane addetto aveva appena rimesso il cartoncino con il mio nome davanti alla sedia vuota.
GIULIA MORETTI.
Lo osservai per qualche secondo.
Poi lo presi.
Non mi sedetti.
«Generale, credo di aver passato abbastanza tempo questa sera a preoccuparmi di dove gli altri pensano che debba stare.»
Uscii dal salone mentre le prime luci dell’alba cominciavano a schiarire Roma.
La cicatrice sotto le costole faceva ancora male.
Forse avrebbe sempre fatto male quando pioveva.
Ma per la prima volta dopo dodici anni conoscevo il nome dell’uomo che aveva trasformato quella missione in un incubo.
E per la prima volta dopo tre anni, Daniele conosceva davvero il mio.
Non ero la moglie civile da spostare in fondo alla sala.
Non ero la donna che lavorava da casa.
Non ero un ostacolo alla carriera di nessuno.
Ero Giulia Moretti.
Quella sera avevano cercato di farmi uscire dalla porta sul retro.
Alla fine furono loro a essere portati via.
Fine.
Desidero ringraziare di cuore tutti i nonni, le nonne, gli zii, le zie, i fratelli e le sorelle che hanno dedicato il loro tempo a seguire questa storia fino alla fine. Il vostro interesse, il vostro affetto e il vostro sostegno sono qualcosa che apprezzo profondamente e per cui sono immensamente grata.
Auguro a tutti voi tanta salute, serenità, gioia, fortuna e successo nella vita. Spero che ogni vostra giornata sia colma di sorrisi, felicità e cose meravigliose. ❤️🙏🌷







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