Le parole sullo schermo continuarono a fissarmi anche dopo che il display si spense. Mio padre. Era una parola che avevo imparato a pronunciare solo nella mia testa, perché nella mia vita adulta avevo evitato di parlarne con quasi chiunque. Daniele non conosceva la verità. Viviana non conosceva la verità. Nessuno della famiglia Mercati aveva mai avuto motivo di interessarsene. O almeno così avevo creduto.
Entrai nel mio ufficio e chiusi lentamente la porta alle mie spalle. La stanza era esattamente come l'avevo lasciata la sera precedente: una scrivania di noce, due poltrone davanti alla finestra e una parete interamente occupata dai progetti del resort. Mi tolsi le scarpe e le lasciai accanto alla porta. Il vestito macchiato di vino era ancora umido sul fianco, ma non mi importava più. Presi la fotografia dalla busta e la appoggiai sulla scrivania.
L'uomo accanto a me nella foto era mio padre.
Avevo diciannove anni quando era scomparso dalla mia vita. Non era morto. Era semplicemente sparito. Almeno questo era ciò che mia madre mi aveva sempre raccontato. «È meglio così, Maia. Alcune persone fanno più danni quando restano.» Quelle parole mi avevano accompagnata per anni. Avevo smesso di fare domande perché ogni domanda faceva piangere mia madre.
Ma quella fotografia dimostrava una cosa che non avrei potuto ignorare: mio padre era stato al Baia dei Gelsomini.
«Dottoressa?» La voce di Romano arrivò da dietro la porta.
Nascondendo la fotografia sotto un fascicolo, risposi: «Entra.»
Romano entrò e richiuse la porta. «Gli investitori sono arrivati. Ma prima della riunione c'è un'altra cosa.»
«Cosa?»
Posò una cartellina sulla scrivania. «Il registro storico della proprietà.»
La guardai senza toccarla.
«Perché me lo porta?»
«Perché il suo nome compare in una vecchia annotazione. E non dovrebbe comparire.»
Aprii la cartellina. Le prime pagine erano copie di documenti societari risalenti a più di dieci anni prima. Scorsi date, firme, nomi di società che non riconoscevo. Poi vidi una riga sottolineata.
**Consulente legale esterno: Arturo Ardeni.**
Il respiro mi si fermò.
Arturo.
Mio padre.
«Chi ha accesso a questo archivio?» chiesi.
«Solo la direzione, il consiglio e i proprietari.»
Alzai lentamente gli occhi. «Qualcuno ha consultato questi documenti recentemente?»
Romano esitò.
Quella pausa fu una risposta.
«Sì.»
«Chi?»
«Qualcuno ha usato un vecchio codice di accesso. Il sistema non ha registrato il nome, soltanto l'account.»
«Quale account?»
Romano abbassò la voce.
«Quello di suo marito.»
Sentii il sangue gelarsi.
Daniele.
Per qualche secondo non riuscii a parlare. Poi richiusi la cartellina.
«Non dire niente a nessuno.»
Romano annuì.
«E soprattutto non cancellare quella registrazione.»
«Non lo farò.»
Quando rimasi sola, presi il telefono. Avevo voglia di chiamare Daniele e chiedergli perché avesse cercato il nome di mio padre. Ma conoscevo mio marito abbastanza bene da sapere che una domanda diretta gli avrebbe dato il tempo di costruire una risposta.
Così scrissi soltanto: Come sta andando il weekend?
La risposta arrivò dopo meno di un minuto.
**Bene. Viviana è contenta. Avresti dovuto comportarti diversamente.**
Lo fissai a lungo.
Poi arrivò un secondo messaggio.
**Non rendere tutto più difficile.**
Sorrisi amaramente.
Non sapeva ancora quanto fosse diventato difficile.
Alle sei e quarantacinque lasciai l'ufficio e mi preparai per la riunione. Quando entrai nella sala privata, Lorenzo era già seduto con gli altri investitori. La discussione iniziò, ma la mia mente tornava continuamente alla cartellina.
A metà della riunione, il telefono di Lorenzo vibrò.
Lui lesse il messaggio e improvvisamente cambiò espressione.
«Maia.»
«Sì?»
Mi porse il telefono.
Sul display c'era una fotografia appena ricevuta.
Era una vecchia immagine di mio padre.
Sotto, una sola frase:
**Chiedile perché Arturo Ardeni aveva una copia delle quote originali del resort.**
Alzai lentamente lo sguardo verso Lorenzo.
«Tu sapevi di questo?»
Lui rimase in silenzio.
E in quel momento capii che mio padre non era stato semplicemente un consulente del Baia dei Gelsomini.
Aveva posseduto qualcosa.
Qualcosa che qualcuno, ancora oggi, stava cercando.
Lorenzo inspirò profondamente.
«Maia, c'è una cosa che non ti ho mai raccontato.»
Prima che potesse continuare, la porta della sala si spalancò.
Un uomo anziano entrò senza chiedere permesso.
Lo riconobbi immediatamente.
Era l'ultima persona che avrei mai voluto vedere lì.
Mio padre.







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