Il rumore delle serrature automatiche fu quasi impercettibile.
Un semplice clic.
Eppure bastò a trasformare il salone dei Bellini da una stanza elegante in qualcosa che somigliava improvvisamente a una trappola.
Margherita si alzò di scatto.
«Che significa? Nessuno può chiudermi dentro casa mia.»
La donna con la valigetta non cambiò espressione.
«Nessuno la sta trattenendo arbitrariamente, signora Bellini. Le autorità stanno mettendo in sicurezza l’edificio mentre vengono verificati alcuni elementi.»
Riccardo fissava ancora la fotografia sul tavolo.
L’uomo ritratto accanto a sua moglie aveva capelli grigi, un cappotto scuro e un profilo che conoscevo.
Non personalmente.
Ma lo avevo già visto.
Il mio respiro rallentò.
Qualche mese prima, durante una riunione riservata, il suo volto era comparso tra quelli collegati a società sospettate di utilizzare consulenze commerciali come copertura per ottenere informazioni sensibili.
Non dissi nulla.
Non ancora.
Uno degli ufficiali superiori che accompagnavano mio padre mi guardò per un istante.
Aveva capito dal mio volto che avevo riconosciuto quell’uomo.
«Elena?» disse piano.
Spostai Giulia sull’altro braccio.
«L’ho già visto in materiale operativo.»
Lorenzo si voltò verso di me.
«Che cosa significa materiale operativo?»
Prima che potessi rispondere, Margherita intervenne.
«Significa che tua moglie sta approfittando della situazione per trasformarmi in una criminale.»
Riccardo batté il palmo sul tavolo.
«Basta.»
Non lo avevo mai sentito alzare la voce.
Persino Giulia si mosse contro il mio petto.
Riccardo prese la fotografia e la sollevò davanti alla moglie.
«Chi è quest’uomo?»
Margherita distolse lo sguardo.
«Un conoscente.»
«Nome.»
Silenzio.
«Margherita.»
«Viktor Saranov.»
Il nome cadde nella stanza come un oggetto pesante.
L’avvocato militare annotò qualcosa.
La donna con la valigetta aprì un fascicolo.
«Quando lo ha incontrato per la prima volta?»
«A una cena.»
«Dove?»
«Non ricordo.»
«Tre mesi fa ha soggiornato due volte nello stesso hotel di Firenze in cui risultava registrato il signor Saranov.»
Margherita diventò immobile.
«Mi state spiando?»
«Stiamo ricostruendo fatti.»
Lorenzo si passò entrambe le mani sul volto.
«Mamma, rispondi.»
Lei lo guardò come se fosse stato lui a tradirla.
«Tu non capisci.»
«Allora spiegamelo.»
Per alcuni secondi vidi qualcosa incrinarsi definitivamente tra loro.
Margherita non stava più guardando suo figlio come una madre.
Lo stava valutando come un rischio.
Conoscevo quello sguardo.
Era lo stesso che aveva rivolto a me ogni volta che aveva cercato di capire quanto sapessi, quanto sopportassi e quanto potesse spingersi oltre.
Mio padre si avvicinò lentamente al tavolo.
«Signora Bellini, suo figlio merita una risposta.»
Margherita strinse le labbra.
«Quell’uomo voleva informazioni su Elena.»
Il silenzio diventò assoluto.
Sentii il battito del mio cuore.
Non paura.
Concentrazione.
«Quali informazioni?» domandai.
«Il tuo incarico. Le persone con cui lavoravi. I tuoi viaggi. Niente di importante.»
Uno degli ufficiali superiori fece un passo avanti.
«Non spetta a lei stabilire cosa sia importante.»
Margherita scosse la testa.
«Non gli ho dato documenti militari.»
«Che cosa gli ha dato?» chiesi.
Mi guardò.
Per la prima volta da quando la conoscevo, non c’era superiorità nei suoi occhi.
C’era esitazione.
«Solo cose che una famiglia conosce.»
La frase mi gelò più di qualsiasi confessione.
Gli orari in cui uscivo di casa.
Le città in cui viaggiavo.
I periodi in cui non potevo rispondere al telefono.
I nomi che avevo pronunciato distrattamente durante una cena.
Informazioni apparentemente insignificanti.
Ma messe insieme potevano diventare una mappa.
Guardai Lorenzo.
Il suo volto era diventato cenere.
«Le raccontavi tu queste cose?» gli chiesi.
Scosse immediatamente la testa.
«No. Elena, te lo giuro.»
Pensai alle telefonate di Margherita.
Alle domande casuali.
“Dove siete questo fine settimana?”
“Quando torni?”
“Lorenzo mi ha detto che andrai a Milano. È per lavoro?”
Avevo sempre pensato che fosse invadenza.
Ora quelle domande assumevano una forma diversa.
La donna con la valigetta posò sul tavolo alcune stampe.
«Signora Bellini, abbiamo inoltre individuato pagamenti provenienti da una società collegata al signor Saranov.»
Riccardo impallidì.
«Pagamenti a chi?»
Lei girò i fogli verso di lui.
Sul primo compariva il nome di una società di consulenza.
Sul secondo, un conto.
Sul terzo, una firma.
Margherita Bellini.
Lorenzo fece un passo indietro.
«Ti pagava.»
«Non era così.»
«Ti pagava.»
«Erano consulenze.»
«Su mia moglie?»
Margherita perse finalmente il controllo.
«Tua moglie stava distruggendo tutto!»
Giulia sobbalzò al suono della sua voce.
Istintivamente la strinsi a me.
Mio padre si mise immediatamente tra noi e Margherita.
Lei indicò me con un dito tremante.
«Da quando è entrata in questa famiglia, Lorenzo ha smesso di ascoltarmi. Ha iniziato a mettere in discussione le decisioni di suo padre. Poi è nata quella bambina e improvvisamente tutti dovevamo comportarci come se Elena Moretti fosse diventata il centro dell’universo.»
«Quella bambina ha un nome», disse Lorenzo.
Margherita si voltò verso di lui.
«Ed è proprio questo il problema. Non capisci cosa perderai.»
Riccardo abbassò lentamente gli occhi verso il documento del patrimonio fiduciario.
«Sei stata tu a modificare questa clausola?»
Margherita non rispose.
«Hai cercato di escludere mia nipote dal patrimonio?»
«Volevo proteggere ciò che appartiene ai Bellini.»
«Giulia è una Bellini.»
«Sua madre non lo è.»
Lorenzo chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, qualcosa nel suo volto era cambiato.
Non c’era più il figlio che cercava di evitare un conflitto.
C’era un uomo costretto finalmente a scegliere.
Si avvicinò a sua madre.
«Ieri ti ho lasciata umiliare mia moglie.»
Margherita rimase immobile.
«Ho lasciato che mettessi un collare per animali davanti a mia figlia.»
La voce di Lorenzo tremò.
«Mi sono detto che fosse uno scherzo perché era più facile che ammettere quello che stavi facendo.»
«Lorenzo—»
«No.»
Era la prima volta che lo sentivo pronunciare quella parola contro di lei.
«Hai cercato di rovinare la carriera di Elena. Hai cercato di togliere qualcosa a Giulia prima ancora che imparasse a tenere sollevata la testa. E adesso scopro che vendevi informazioni sulla mia famiglia a un uomo sotto indagine.»
Margherita gli diede uno schiaffo.
Il colpo echeggiò nel salone.
Due persone fecero un movimento verso di lei, ma Lorenzo alzò una mano.
«Lasciatela.»
Una macchia rossa comparve sulla sua guancia.
Margherita respirava velocemente.
«Dopo tutto quello che ho fatto per te.»
Lorenzo la guardò.
«Questo non era per me.»
Riccardo si lasciò cadere su una sedia.
Sembrava invecchiato di dieci anni.
Fu allora che il telefono della donna con la valigetta vibrò.
Lesse il messaggio.
Il suo sguardo cambiò.
«Abbiamo un problema.»
Mio padre si girò verso di lei.
«Quale?»
«Una delle squadre ha controllato lo studio al piano superiore.»
Riccardo si irrigidì.
«Il mio studio?»
«No.»
La donna guardò Margherita.
«Quello privato di sua moglie.»
Per la prima volta vidi paura autentica attraversare il volto di Margherita.
Non rabbia.
Non vergogna.
Paura.
«Non avete il diritto di entrare lì.»
La donna chiuse lentamente la valigetta.
«Abbiamo trovato un dispositivo di archiviazione nascosto dietro il pannello della cassaforte.»
Margherita si precipitò verso il corridoio.
Due uomini comparvero immediatamente davanti alla porta.
«Fatemi passare!»
Mio padre non si mosse.
Io guardai la donna.
«Che cosa contiene?»
Lei esitò appena.
«Stanno verificando.»
Poi il suo telefono vibrò ancora.
Lesse.
Sollevò gli occhi verso di me.
«Elena, credo che lei debba vedere questo.»
Mi porse il dispositivo sul quale era appena arrivata un’immagine proveniente dalla squadra al piano superiore.
Era una schermata di cartelle ordinate per date.
Fotografie.
Registrazioni.
Documenti.
E una cartella portava il mio nome.
ELENA MORETTI.
Sotto ce n’era un’altra.
GIULIA BELLINI.
Giulia aveva soltanto cinque settimane.
Alzai lentamente lo sguardo verso Margherita.
Lei non disse nulla.
Ma quella volta non ebbi bisogno di sentirla parlare.
Perché avevo appena capito una cosa.
Il collare non era stato l’inizio.
Era stato soltanto il primo errore che Margherita aveva commesso davanti a abbastanza testimoni da permettermi di guardare finalmente nella direzione giusta.
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