Divertimento

Mia Suocera Mise Un Collare Da Animale Accanto A Mia Figlia Neonata E Tutti Risero — Non Sapevano Chi Fossi Davvero

Per alcuni secondi nessuno pronunciò il nome una seconda volta.

Paolo Ferretti.

L’uomo che aveva presentato Viktor Saranov a Margherita.

Il consulente che lavorava da anni con società legate ai Bellini.

E adesso scoprivamo che sarebbe stato lui a prendere il mio posto alla riunione riservata se fossi stata sospesa.

Le coincidenze avevano appena smesso di esistere.

«Come può un consulente civile sostituire Elena?» chiese Lorenzo.

Uno degli ufficiali scosse il capo.

«Non sostituirebbe il colonnello Moretti nelle sue funzioni militari. Ferretti partecipa come consulente esterno a una parte specifica dell’incontro.»

Lo guardai.


«La parte successiva al mio briefing.»

«Esatto.»

Mio padre comprese subito.

«Quindi, se Elena fosse stata rimossa, qualcuno avrebbe dovuto ridistribuire documenti e accessi.»

La donna con la valigetta annuì.

«E Ferretti avrebbe avuto una finestra che normalmente non avrebbe avuto.»

Margherita portò una mano alla bocca.

«Paolo mi aveva detto che voleva soltanto aiutarmi.»

Lorenzo la guardò con una stanchezza che faceva più male della rabbia.

«Tu volevi credergli.»


Lei abbassò gli occhi.

Io invece ripensai a ogni dettaglio.

L’investigatore.

Le fotografie.

Le domande di Margherita.

Le false segnalazioni.

Saranov.

Il dossier manipolato.

La mia possibile sospensione.

Ferretti.


Non erano pezzi separati.

Erano una catena.

«Voglio la cronologia completa», dissi.

La donna si voltò verso di me.

«Di cosa?»

«Di tutto ciò che Margherita ha fatto da quando ha assunto l’investigatore.»

Uno degli ufficiali aprì il computer.

Cominciammo dalle date.

Undici mesi prima: Margherita assume l’investigatore privato.

Nove mesi prima: Ferretti viene informato dell’esistenza delle verifiche su di me.


Otto mesi prima: primo incontro tra Margherita e Saranov.

Sette mesi prima: iniziano i pagamenti.

Cinque mesi prima: l’investigatore identifica una struttura militare collegata ai miei spostamenti.

Tre mesi prima: Saranov chiede dati più precisi.

Tre giorni prima: propone di farmi reagire pubblicamente.

Il giorno della festa: Margherita prepara il collare.

Quella mattina: viene inviato il dossier manipolato.

Il giorno successivo: Ferretti avrebbe avuto accesso alla riunione.

Appoggiai entrambe le mani sul tavolo.

«Non volevano informazioni casuali.»


«No», disse mio padre.

«Stavano preparando un momento preciso.»

La donna con la valigetta indicò l’archivio ancora sigillato nella cassetta bancaria.

«E probabilmente lì dentro c’è la prova di quanto fosse ampia la rete.»

Margherita parlò piano.

«Viktor mi aveva detto che quei nomi erano la sua assicurazione.»

«Quante volte hai visto l’archivio?» domandai.

«Una sola.»

«In che forma?»

«Una piccola unità di memoria.»


«Hai aperto i file?»

Scosse il capo.

«No.»

«Hai visto qualcosa?»

Esitò.

«Una pagina stampata.»

La donna si irrigidì.

«Quale pagina?»

«Viktor la teneva insieme al dispositivo.»

«Che cosa c’era scritto?»


Margherita chiuse gli occhi, cercando di ricordare.

«Nomi. Importi. Date.»

«Ricordi qualche nome?»

Passarono alcuni secondi.

«Paolo.»

Non fui sorpresa.

«Altro?»

«No. C’erano iniziali.»

«Quali?»

«Non ricordo.»


Mio padre si chinò verso di lei.

«Si concentri.»

Margherita deglutì.

«P.F. era Paolo. Poi… R.B.»

Riccardo impallidì.

«R.B.?»

Margherita lo guardò.

«Non eri tu.»

«Come fai a saperlo?»

«Perché ho chiesto a Viktor.»


La stanza tornò silenziosa.

«E cosa ti disse?» domandai.

«Che non dovevo fare domande.»

Annotai mentalmente il dettaglio.

Non bastava per accusare nessuno.

Ma bastava per cercare.

Uno degli ufficiali ricevette un messaggio.

«La squadra bancaria è pronta.»

La donna con la valigetta guardò Margherita.

«Saranov si aspetta che lei recuperi il dispositivo.»


«Sì.»

«Come doveva consegnarlo?»

«Non direttamente.»

«A chi?»

Margherita esitò.

«Paolo.»

Lorenzo lasciò uscire un respiro incredulo.

«Naturalmente.»

«Dove?»

«Un parcheggio sotterraneo vicino a Piazza Fiume. Alle diciassette e trenta.»

Guardai l’orologio.

Avevamo meno di tre ore.

La donna con la valigetta si rivolse agli altri funzionari.

«Prepariamo una consegna controllata.»

Margherita diventò pallida.

«Io devo andare?»

«No», dissi.

Lei mi guardò sorpresa.

«Ferretti conosce il tuo modo di comportarti. Se sei terrorizzata, capirà che qualcosa non va.»

«Allora cosa proponi?»

«Che tu faccia esattamente ciò che hai sempre fatto con lui.»

«Cioè?»

«Pensare di poter controllare la situazione.»

Mio padre mi lanciò un’occhiata.

Sapevo che non gli piaceva vedermi coinvolta.

Ma quella volta non ero la vittima di un piano.

Stavo aiutando a chiuderlo.

La squadra preparò il materiale.

La vera unità di memoria rimase sotto sequestro.

Nella custodia destinata a Ferretti venne inserito un dispositivo sostitutivo.

Margherita avrebbe portato la scatola.

Gli agenti avrebbero controllato ogni movimento.

Io sarei rimasta lontana dal punto di consegna.

Era la scelta corretta.

Anche se una parte di me avrebbe voluto guardare Ferretti negli occhi.

Alle 17:21 eravamo in una stanza operativa temporanea allestita a diversi isolati dal parcheggio.

Davanti a me c’erano tre schermi.

Uno mostrava l’ingresso.

Uno l’area interna.

Il terzo trasmetteva il segnale della telecamera nascosta addosso a Margherita.

Lorenzo era rimasto con Giulia e Riccardo alla villa.

Mio padre stava dietro di me.

«Sei sicura di voler vedere?»

«Sì.»

Alle 17:29 Margherita entrò nel parcheggio.

Sembrava diversa.

Niente perle.

Niente sorriso.

Solo una donna costretta finalmente a camminare dentro le conseguenze delle proprie decisioni.

Ferretti arrivò un minuto dopo.

Lo riconobbi immediatamente.

Lo avevo visto due volte durante incontri istituzionali.

Sempre educato.

Sempre discreto.

Sempre dimenticabile.

Adesso capivo che quella poteva essere la sua qualità più utile.

«Sei in ritardo», disse.

Margherita gli porse la scatola.

«Prendila.»

Ferretti non la toccò.

«Moretti?»

«Fuori.»

«Confermato?»

Margherita annuì.

Ferretti sorrise.

«Allora finalmente possiamo respirare.»

Sentii mio padre irrigidirsi dietro di me.

Margherita disse:

«Voglio chiuderla qui.»

Ferretti rise piano.

«Non dipende più da te.»

«Mi avevi detto che, una volta consegnato l’archivio, sarebbe finita.»

«Per te, forse.»

«E per Elena?»

Ferretti la guardò.

«Moretti è già finita.»

Mi accorsi che stringevo il bordo del tavolo.

La donna con la valigetta mi fece un cenno.

Calma.

Sul monitor Ferretti prese finalmente la scatola.

«Viktor dov’è?» chiese Margherita.

«Non devi saperlo.»

«Lui verrà domani?»

Ferretti smise di sorridere.

Fu un cambiamento minuscolo.

Ma bastò.

«Perché me lo chiedi?»

Margherita esitò troppo.

Ferretti fece un passo indietro.

Guardò intorno.

«Chi c’è qui?»

La squadra si preparò.

Margherita disse:

«Nessuno.»

Ferretti lasciò cadere la scatola.

Poi corse.

Non arrivò nemmeno alla rampa.

Due uomini comparvero davanti a lui.

Altri due alle sue spalle.

In pochi secondi era a terra.

Sul terzo schermo vidi uno degli agenti recuperare il suo telefono.

Ferretti gridava qualcosa.

Non riuscivo a sentire.

Poi il dispositivo si illuminò.

Una chiamata in arrivo.

Sul display non appariva un nome.

Solo una lettera.

V.

Nessuno rispose.

La chiamata terminò.

Un secondo dopo arrivò un messaggio.

La donna con la valigetta lo lesse sullo schermo remoto.

Poi si voltò lentamente verso di me.

«Saranov ha appena scritto a Ferretti.»

«Cosa dice?»

Lei inspirò.

«Dice: “Cambio di programma. Domani non serve più entrare. Abbiamo già quello che ci occorre.”»

Sentii il gelo tornare.

«Che cosa avrebbero già?»

Uno degli analisti iniziò immediatamente a controllare il telefono di Ferretti.

Dopo meno di un minuto sollevò la testa.

«C’è un file inviato a Saranov ieri notte.»

«Quale file?»

Sul monitor comparve una fotografia.

Non era un documento militare.

Era una fotografia della mia agenda personale.

Scattata dentro casa mia.

Sotto alcune date erano visibili annotazioni che solo Lorenzo e io avremmo dovuto conoscere.

E improvvisamente compresi l’ultimo dettaglio che avevamo ignorato.

Per fotografare quella pagina, qualcuno non aveva dovuto seguirmi.

Aveva dovuto entrare nella mia casa.

**Continua — clicca sulla Parte 8 per leggere il seguito.**

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