Per qualche secondo continuai a fissare la fotografia della mia agenda.
Conoscevo quella pagina.
Conoscevo persino la piccola macchia di caffè nell’angolo superiore.
Era rimasta sul tavolo della cucina per meno di un’ora.
Tre giorni prima.
«Quando è stata scattata?» domandai.
L’analista controllò i metadati.
«Martedì. Alle 16:38.»
Chiusi gli occhi.
Martedì alle 16:38 io ero fuori casa.
Lorenzo era al lavoro.
Giulia era con me.
«Nessuno avrebbe dovuto essere nell’appartamento.»
Mio padre si avvicinò allo schermo.
«Chi aveva le chiavi?»
«Io e Lorenzo.»
Mi fermai.
«E una copia di emergenza.»
«Dove?»
Lo guardai.
«Alla villa.»
Il silenzio rispose prima di chiunque altro.
Presi immediatamente il telefono.
Lorenzo rispose al secondo squillo.
«Elena?»
«La copia delle chiavi di casa nostra che avevamo lasciato ai tuoi genitori. Dov’è?»
Dall’altra parte ci fu silenzio.
«Nel mobile dell’ingresso, credo.»
«Controlla.»
Sentii passi.
Un cassetto aprirsi.
Un altro.
Poi niente.
«Non c’è.»
Guardai la donna con la valigetta.
«Chiedi a tua madre.»
Lorenzo non rispose subito.
Poi sentii la sua voce allontanarsi.
«Mamma, dove sono le chiavi dell’appartamento?»
Non sentii la risposta di Margherita.
Sentii soltanto Lorenzo.
«Quando?»
Una pausa.
«A chi le hai date?»
Il mio stomaco si chiuse.
«Lorenzo.»
Tornò al telefono.
«Le aveva date all’investigatore.»
Nessuno nella stanza si mosse.
«Perché?»
La voce di Lorenzo sembrava spezzata.
«Dice che servivano per verificare se nascondevi documenti.»
Abbassai lentamente il telefono.
E improvvisamente ogni cosa trovò il proprio posto.
Le fotografie dall’esterno.
La mia agenda.
Le visite.
Gli orari.
Il modo in cui Saranov aveva saputo abbastanza della mia routine da costruire intorno a me un dossier credibile.
Margherita aveva aperto la porta.
Letteralmente.
«L’investigatore è stato identificato?» chiesi.
La donna annuì.
«È già sotto osservazione.»
«Parla con Ferretti?»
«Stiamo verificando.»
Uno degli analisti sollevò la mano.
«Ho qualcosa.»
Sul monitor comparve una conversazione recuperata dal telefono di Ferretti.
Non con Saranov.
Con l’investigatore.
Il messaggio risaliva proprio a martedì.
Entrato. Trovata agenda. Nessun documento classificato.
Ferretti aveva risposto:
Non servono documenti. Servono orari.
Sentii un brivido lungo la schiena.
«Orari per cosa?»
L’analista continuò.
Un secondo messaggio.
Pagina fotografata. Moretti segna ancora tutto a mano.
Poi la risposta di Ferretti.
Perfetto. V saprà quale finestra usare.
La donna con la valigetta guardò me.
«Quale finestra?»
Ripensai alle annotazioni visibili nella fotografia.
Riunioni.
Visite mediche.
Un pranzo con mio padre.
Poi una sigla.
Una sola.
Accanto all’indomani.
Non identificava il contenuto della riunione.
Identificava l’orario in cui sarei stata lontana dal mio ufficio principale.
Mi alzai.
«Non volevano entrare alla riunione.»
Mio padre mi guardò.
«Elena?»
«Volevano sapere quando io non sarei stata nel mio ufficio.»
Uno degli ufficiali si irrigidì.
«Per fare cosa?»
La risposta mi arrivò prima ancora che riuscissi a pronunciarla.
«Usare la mia assenza.»
L’ufficiale prese immediatamente il telefono.
La stanza esplose in attività.
Chiamate.
Ordini.
Verifiche.
Io rimasi davanti al monitor.
Per mesi avevano cercato di farmi apparire come il bersaglio.
Ma il bersaglio poteva essere qualcos’altro.
Io ero soltanto l’ostacolo.
Dopo pochi minuti arrivò la prima risposta.
«L’ufficio è integro», disse uno degli ufficiali.
Inspirai.
«Controllate gli accessi digitali.»
«Lo stanno facendo.»
Aspettammo.
Ogni secondo sembrava troppo lungo.
Poi arrivò un altro rapporto.
«Nessun accesso anomalo con le credenziali del colonnello Moretti.»
Mio padre lasciò uscire lentamente il fiato.
Io no.
Qualcosa continuava a non tornare.
Ferretti aveva scritto: V saprà quale finestra usare.
Se non era una finestra digitale e non era la riunione…
Guardai nuovamente la mia agenda.
C’era una seconda annotazione sotto quella sigla.
Ritiro archivio.
Mi immobilizzai.
Non era un archivio militare.
Era il nome che avevo usato per ricordarmi di passare in un deposito autorizzato a recuperare alcuni miei effetti professionali non classificati che sarebbero stati trasferiti.
Oggetti personali.
Materiale amministrativo.
Vecchi taccuini.
Niente che avrebbe dovuto interessare Saranov.
A meno che lui non pensasse diversamente.
«Controllate il deposito.»
La donna con la valigetta mi guardò.
«Perché?»
«Perché qualcuno che mi osserva da mesi può sapere dove vado.»
Mio padre comprese.
«Ma non necessariamente cosa c’è lì.»
«Esatto.»
La verifica arrivò sette minuti dopo.
Un accesso era stato tentato quella mattina.
Con documentazione falsa.
A nome di un corriere autorizzato.
Il personale aveva rifiutato la consegna perché mancava una conferma.
Sul monitor comparve la fotografia della persona ripresa dalle telecamere.
Paolo Ferretti.
Lo stesso uomo che, poche ore dopo, era andato a recuperare la falsa copia dell’archivio di Saranov.
«Stava cercando qualcosa nel tuo deposito», disse mio padre.
Annuii.
E allora ricordai.
Un oggetto.
Una cosa che avevo quasi dimenticato.
Sei mesi prima avevo portato a casa per errore un piccolo taccuino insieme ad alcuni appunti personali dopo una settimana di lavoro particolarmente intensa.
Non conteneva informazioni classificate.
Ma vi avevo scritto nomi, appuntamenti e osservazioni abbastanza frammentarie da risultare inutili a chiunque non conoscesse il contesto.
Quando me ne ero accorta, lo avevo sigillato insieme ai miei effetti da trasferire.
«Il taccuino», dissi.
Mio padre mi guardò.
«Quale taccuino?»
Glielo spiegai.
La donna con la valigetta si avvicinò.
«Potrebbe contenere qualcosa che Saranov vuole?»
«Non direttamente.»
«Allora perché rischiare tanto?»
Ripensai alle pagine.
Ai nomi abbreviati.
Alle note scritte a mano.
Poi ricordai una frase.
Una sola annotazione che avevo fatto mesi prima dopo una riunione.
VF non torna. Verificare legame con PF.
VF.
Viktor non compariva con il suo nome.
All’epoca erano soltanto iniziali emerse in un controllo preliminare.
PF.
Paolo Ferretti.
Sentii il battito accelerare.
«Perché quel taccuino dimostra che avevo iniziato a collegare Ferretti a qualcosa già mesi fa.»
Mio padre capì immediatamente.
«Quindi doveva sparire.»
«Prima che qualcuno potesse leggerlo.»
La donna prese il telefono.
«Mettiamo il deposito sotto controllo.»
Scossi il capo.
«Ferretti è stato arrestato. Saranov saprà presto che il piano è compromesso.»
«Allora potrebbe rinunciare.»
«Oppure accelerare.»
La guardai.
«Ha già detto che avevano ciò che serviva.»
Mi voltai verso il telefono sequestrato di Ferretti.
«Forse stava mentendo per non rivelare quanto gli servisse ancora quel taccuino.»
Mio padre mi osservò.
«Che cosa proponi?»
«Lasciamo che creda che Ferretti abbia completato una parte del lavoro.»
La donna rimase in silenzio.
Poi sorrise appena.
Aveva capito.
Tre ore dopo, un messaggio partì dal telefono di Ferretti.
Breve.
Credibile.
Il deposito è accessibile domani mattina. Il taccuino è ancora lì.
Non ricevemmo risposta per dodici minuti.
Poi il telefono vibrò.
Una sola frase.
Non domani.
Stanotte.
Seguì un indirizzo.
Non quello del deposito.
Un piccolo magazzino privato alla periferia nord di Roma.
Sotto, un’ultima istruzione:
Portalo tu. Nessun altro.
La donna con la valigetta mi mostrò lo schermo.
«Saranov pensa ancora che Ferretti sia libero.»
Guardai mio padre.
Poi il messaggio.
Tutti i fili che avevamo seguito conducevano finalmente allo stesso punto.
Margherita.
L’investigatore.
Le false accuse.
Il collare.
La mia possibile sospensione.
Ferretti.
Il taccuino.
Non erano più frammenti.
Erano prove di un unico disegno.
E quella notte Viktor Saranov credeva di incontrare l’uomo che aveva lavorato per lui.
Non sapeva che Ferretti era già sotto custodia.
Non sapeva che l’archivio della cassetta bancaria era nelle mani delle autorità.
E soprattutto non sapeva che la donna che aveva cercato di far apparire debole, instabile e facilmente eliminabile dal gioco aveva finalmente visto l’intera scacchiera.
Guardai l’orologio.
Mancavano meno di due ore all’incontro.
Quella volta non avremmo aspettato che Viktor facesse la prossima mossa.
**Continua — clicca sulla Parte 9 per leggere il finale.**







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