Il mio telefono vibrò.
Una volta.
Poi di nuovo.
Guardai lo schermo.
Tre chiamate perse da un numero che conoscevo bene.
Il mio superiore diretto.
La donna con la valigetta lo vide nello stesso momento.
«Risponda.»
Mi allontanai di qualche passo dal tavolo, tenendo Giulia contro il petto.
«Moretti.»
La voce dall’altra parte era controllata.
Troppo controllata.
«Colonnello, dove si trova?»
«In un luogo sicuro.»
«È con sua figlia?»
Guardai Margherita.
Lei non mi guardava più.
Fissava il pavimento.
«Sì.»
Ci fu una pausa.
«Circa venti minuti fa il nostro ufficio ha ricevuto un dossier urgente riguardante lei.»
Sentii mio padre avvicinarsi.
«Che tipo di dossier?»
«Una segnalazione secondo cui avrebbe avuto comportamenti aggressivi e instabili nelle ultime settimane. Ci sono anche fotografie, dichiarazioni di testimoni e un file audio.»
Non provai sorpresa.
Solo una terribile conferma.
Il piano successivo.
«Quando è stato inviato?»
«Questa mattina.»
«Mittente?»
«Anonimo.»
Guardai Margherita.
«Naturalmente.»
Il mio superiore continuò.
«Elena, c’è un’altra cosa.»
Non mi chiamava quasi mai per nome durante una comunicazione professionale.
«Mi dica.»
«Nel dossier si sostiene che ieri, durante una riunione familiare, lei abbia minacciato fisicamente sua suocera mentre teneva sua figlia in braccio.»
Lorenzo sentì.
«È falso.»
Alzai una mano per fermarlo.
«Quali prove hanno allegato?»
Sentii dei fogli muoversi dall’altra parte.
«Un breve video.»
«Quanto breve?»
«Diciassette secondi.»
Chiusi gli occhi per un istante.
Avevo registrato quasi tutto.
Loro avevano bisogno soltanto di diciassette secondi.
«Descrivamelo.»
«Si vede sua suocera fare un passo indietro. Lei avanza verso di lei. L’audio contiene la sua voce che dice: “Per vedere fino a che punto avrei continuato a permettervi…” Poi il video si interrompe.»
Ricordavo esattamente quel momento.
La frase completa era diversa.
Per vedere fino a che punto avrei continuato a permettervi di scambiare il mio autocontrollo per debolezza.
Avevano tagliato la registrazione prima delle ultime parole.
«È manipolato.»
«Lo sospettavamo.»
Aprii gli occhi.
«Perché?»
«Perché il file è arrivato poche ore dopo che ci aveva inviato la registrazione integrale.»
Il mio sguardo andò a mio padre.
Lui aveva mandato tutto ai canali corretti.
Quella scelta ci aveva appena protetti.
Il mio superiore proseguì.
«Ma il dossier è stato distribuito anche fuori dalla nostra catena interna.»
«A chi?»
Un’altra pausa.
«A un giornalista. A un consulente parlamentare. E a un indirizzo collegato a una società privata che lavora con contratti pubblici.»
La donna con la valigetta tese una mano.
«Chieda il nome della società.»
Lo feci.
Quando sentii la risposta, vidi immediatamente il suo volto cambiare.
Scrisse il nome su un foglio e lo mostrò a uno degli ufficiali.
Lui impallidì.
«Che cosa c’è?» domandò Riccardo.
La donna non rispose subito.
Poi disse:
«La società è già comparsa nell’indagine su Saranov.»
Margherita si lasciò ricadere lentamente sulla sedia.
Lorenzo la guardò.
«Lo sapevi.»
«No.»
«Hai appena reagito.»
«Perché state trasformando tutto in una prova contro di me.»
Terminai la chiamata dopo aver concordato che nessuna misura amministrativa sarebbe stata presa finché il materiale non fosse stato verificato.
Quando abbassai il telefono, mio padre disse:
«Il piano era più grande di una denuncia.»
Annuii.
«Volevano rendere pubblica una versione falsa prima che potessimo dimostrare quella vera.»
La donna con la valigetta aggiunse:
«E creare abbastanza dubbio da costringere l’Esercito a sospendere temporaneamente alcune sue autorizzazioni.»
Riccardo sembrava non capire.
«Per quale motivo sarebbe così importante sospenderla?»
Fui io a rispondere.
«Perché una sospensione non deve durare molto per essere utile.»
Pensai agli accessi.
Alle riunioni.
Alle responsabilità operative.
A tutto ciò che sarebbe stato riassegnato se qualcuno avesse creato abbastanza dubbi sulla mia affidabilità.
Poi capii.
Mi voltai verso uno degli ufficiali.
«Controllate i miei incarichi delle prossime settimane.»
Lui mi fissò.
«A cosa sta pensando?»
«Se volevano togliermi temporaneamente dal mio ruolo, non era necessariamente per distruggere la mia carriera.»
Sentii il silenzio formarsi intorno a me.
«Forse volevano che non fossi presente da qualche parte.»
Mio padre mi guardò con orgoglio e preoccupazione insieme.
«Dove?»
Non risposi.
Non potevo.
Non davanti a tutti.
Ma uno degli ufficiali aveva già compreso.
Prese il telefono e uscì dalla stanza.
Margherita osservò quel movimento.
Troppo attentamente.
Lo vidi.
E decisi di cambiare strategia.
Fino a quel momento avevamo chiesto a lei di parlare.
Era inutile.
Una donna che aveva costruito un piano per mesi non avrebbe confessato semplicemente perché era stata scoperta.
Avevamo bisogno che commettesse un altro errore.
Mi avvicinai alla culla portatile che uno dei camerieri aveva preparato in una stanza laterale e vi adagiai delicatamente Giulia.
Lorenzo si mosse verso di me.
«Resto con lei.»
Lo guardai.
«Sei sicuro?»
La domanda non riguardava Giulia.
Lui lo capì.
Abbassò gli occhi.
«Ieri ho fallito.»
Non risposi.
«Non posso cancellarlo», continuò. «Ma posso smettere di fingere che mia madre sia soltanto difficile.»
Gli sistemai la copertina di Giulia.
«Proteggere nostra figlia non significa scegliere me contro tua madre.»
Lorenzo annuì.
«Significa scegliere ciò che è giusto.»
Per la prima volta da quando eravamo tornati nella villa, gli credetti.
Non abbastanza da dimenticare.
Abbastanza da osservare cosa avrebbe fatto dopo.
Tornai nel salone.
«Margherita.»
Lei alzò gli occhi.
«Hai vinto.»
Tutti si voltarono verso di me.
Persino mio padre.
Margherita aggrottò la fronte.
«Cosa?»
«Il dossier è arrivato ai miei superiori.»
Vidi un lampo nei suoi occhi.
Piccolo.
Quasi invisibile.
«Hanno sospeso le mie autorizzazioni.»
Era una bugia.
Una bugia deliberata.
Mio padre non reagì.
Aveva capito immediatamente.
La donna con la valigetta rimase immobile.
«Da questo momento», continuai, «sono fuori da qualsiasi attività operativa finché l’indagine non sarà conclusa.»
Margherita inspirò.
Non sorrise.
Ma le sue spalle si rilassarono.
Era tutto ciò che mi serviva.
«Mi dispiace», disse.
La guardai.
«Davvero?»
«Non avrei mai voluto arrivare a questo.»
«Allora aiutami.»
Il suo volto si chiuse di nuovo.
«Come?»
«Dimmi come fermarlo.»
«Fermare chi?»
«Saranov.»
«Te l’ho già detto. Non so cosa voglia.»
Feci un passo verso di lei.
«Ora non ho più accesso a nulla.»
Silenzio.
«Quindi non c’è più motivo di proteggere il suo piano.»
Margherita deglutì.
«Non so niente.»
Mi voltai come se avessi rinunciato.
«Va bene.»
Feci tre passi.
Quattro.
Poi il telefono di Margherita vibrò dentro la sua borsa.
Lei impallidì.
Nessuno parlò.
Margherita non si mosse.
Il telefono vibrò ancora.
La donna con la valigetta disse:
«Non lo tocchi.»
«È il mio telefono.»
«Lo lasci dov’è.»
Margherita strinse la borsa contro di sé.
«Non potete impedirmi di rispondere.»
Fu allora che capii.
«Sta aspettando una chiamata.»
«No.»
«Sì.»
Mi avvicinai.
«Pensavi che la mia sospensione fosse il segnale.»
Margherita scosse la testa.
«Non sai di cosa parli.»
«Allora perché hai paura di quel telefono?»
Il dispositivo smise di vibrare.
Tre secondi dopo arrivò un messaggio.
La donna con la valigetta tese la mano.
«Signora Bellini.»
Margherita non glielo diede.
Lorenzo si alzò.
«Mamma.»
Lei lo guardò.
«Non ti mettere contro di me.»
«Dammi il telefono.»
«Tu sei mio figlio.»
«E Giulia è mia figlia.»
Quelle parole la colpirono più dello schiaffo che lei gli aveva dato.
Margherita abbassò lentamente la borsa.
Poi commise l’errore che stavamo aspettando.
Fece scivolare una mano all’interno.
Non prese il telefono.
Prese una piccola chiave metallica.
E corse verso il corridoio.
Due uomini la bloccarono prima che raggiungesse le scale.
La chiave cadde sul pavimento.
Tintinnò sul marmo.
Mi abbassai a guardarla.
Non apparteneva a nessuna porta della villa.
Riccardo la riconobbe.
Il suo viso cambiò.
«Quella è una chiave di una cassetta bancaria.»
Margherita smise di lottare.
La donna con la valigetta raccolse la chiave con un fazzoletto.
«Quale banca?»
Riccardo indicò una minuscola incisione.
«Una filiale privata che la nostra famiglia usa da anni.»
Margherita chiuse gli occhi.
Il telefono nella borsa vibrò una terza volta.
Questa volta venne estratto davanti a tutti.
Sul display appariva un numero non registrato.
Sotto, l’anteprima del messaggio.
Conferma ricevuta. Moretti è fuori.
Il mio cuore accelerò.
La donna aprì il messaggio.
C’era una seconda riga.
Procediamo stasera. Recupera il contenuto della cassetta prima delle 18.
Mio padre guardò l’orologio.
Erano le 13:17.
La donna con la valigetta si voltò verso di me.
«Qualunque cosa ci sia in quella cassetta, qualcuno la vuole prima di questa sera.»
Guardai Margherita.
La sua resistenza era scomparsa.
«Che cosa contiene?»
Lei rimase in silenzio.
«Margherita.»
Le lacrime le salirono finalmente agli occhi.
Ma non erano lacrime di rimorso.
Erano paura.
«Non doveva andare così.»
«Che cosa contiene?»
Le sue labbra tremarono.
«Una copia.»
«Di cosa?»
Guardò me.
Poi mio padre.
Infine Giulia, visibile attraverso la porta aperta della stanza accanto.
Quando parlò, la sua voce era quasi un sussurro.
«Di qualcosa che Viktor mi ha dato perché lo custodissi.»
La donna con la valigetta si irrigidì.
«Che cosa?»
Margherita abbassò gli occhi.
«Un archivio.»
«Contenente?»
«Nomi.»
Nessuno respirò.
«Quali nomi?» chiesi.
Margherita sollevò lentamente lo sguardo verso di me.
«Persone che lui diceva di poter comprare.»
Quello fu il momento in cui tutto cambiò.
Non stavamo più cercando soltanto di capire perché avessero preso di mira me.
Avevamo appena trovato la possibile strada per arrivare a tutti gli altri.
E, per la prima volta, Viktor Saranov non aveva più soltanto un vantaggio su di noi.
Avevamo qualcosa che lui era disposto a rischiare per recuperare.
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