Vincenzo rimase immobile per qualche secondo, con lo sguardo fisso sullo schermo ormai nero del telefono.
Carlo.
Il nome gli rimbombava nella testa più forte del dolore alla spalla.
Per anni era stato l'uomo che entrava nel suo ufficio senza bussare.
Quello che conosceva i conti, i magazzini, gli uomini, le rotte.
Quello che sapeva dove Vincenzo sarebbe stato prima ancora che lo sapesse lui stesso.
E adesso era legato accanto al figlio di Elena.
Non aveva senso.
Oppure ne aveva troppo.
«Quanto tempo abbiamo?» chiese Elena.
Vincenzo guardò l'orologio.
«Un'ora e quarantasei minuti.»
Lei afferrò il cappotto.
«Allora andiamo.»
«No.»
Elena si voltò di scatto.
«Mio figlio è lì.»
«Ed è esattamente per questo che non possiamo entrare come vogliono loro.»
«Tu non capisci.»
Vincenzo la fissò.
«Capisco perfettamente.»
La sua voce si abbassò.
«Antonio non ha organizzato tutto questo soltanto per uccidermi. Mi vuole vivo abbastanza a lungo da farmi arrivare dove ha deciso lui.»
«Perché?»
«È quello che dobbiamo scoprire prima di presentarci.»
Elena strinse il telefono.
«Se aspettiamo troppo, Matteo potrebbe morire.»
«Se corriamo senza capire la trappola, morirete entrambi.»
Quelle parole la colpirono.
Lei gli si avvicinò, furiosa.
«Non parlare di mio figlio come se fosse una variabile.»
Vincenzo non arretrò.
«Non lo sto facendo.»
Per un istante i loro sguardi rimasero incastrati.
Poi lui indicò il video.
«Fammi vedere il messaggio originale.»
Elena gli porse il telefono.
Vincenzo riaprì il file e lo osservò frame dopo frame.
La stanza.
La lampada industriale.
La parete.
La cassa con il marchio Moretti Logistica.
Carlo a terra.
Matteo sulla sedia.
Poi qualcosa attirò la sua attenzione.
«Fermo.»
Elena si chinò.
«Cosa?»
Vincenzo tornò indietro di pochi secondi.
Nel momento in cui l'inquadratura si spostava verso Carlo, dietro di lui appariva per un attimo una porta metallica.
Sulla porta c'era un numero.
17.
Vincenzo inspirò lentamente.
«So dove sono.»
Elena impallidì.
«Dove?»
«Non in uno dei miei depositi principali.»
«Ma hai detto che riconoscevi il marchio.»
«La cassa viene da Moretti Logistica. La stanza no.»
Si rimise in piedi.
Il dolore gli attraversò il fianco.
Per poco non perse l'equilibrio.
Elena gli afferrò il braccio.
«Sei in condizioni terribili.»
«Sono stato peggio.»
«Non credo proprio.»
Vincenzo la guardò.
«Io sì.»
Si liberò con cautela dalla sua presa e raggiunse uno degli aggressori.
Gli frugò nelle tasche.
Portafoglio.
Chiavi.
Una seconda scheda SIM.
Niente documenti utili.
Poi trovò una piccola tessera magnetica.
Sul retro era stampato un numero.
17.
Elena trattenne il respiro.
«È lo stesso.»
Vincenzo annuì.
«Antonio voleva che trovassimo questa.»
«Come fai a saperlo?»
«Perché un uomo mandato a uccidermi non porta in tasca la chiave del posto dove tiene un ostaggio, a meno che non voglia che io la trovi.»
Elena si irrigidì.
«Quindi tutto è preparato.»
«Sì.»
«Anche Carlo?»
Vincenzo non rispose.
Era proprio quello che lo preoccupava.
Si inginocchiò accanto al secondo uomo e controllò il suo telefono.
Bloccato.
Provò il volto dell'uomo.
Niente.
Impronta.
Sbloccato.
Elena lo guardò con sorpresa.
Vincenzo ignorò la sua espressione.
Aprì le ultime chiamate.
Tre numeri sconosciuti.
Un contatto senza nome.
Una chiamata ricevuta la sera prima alle 22:11.
La stessa ora in cui Vincenzo aveva lasciato Milano.
Scorse i messaggi.
Quasi tutti cancellati.
Ma uno era ancora lì.
Una sola frase.
"Il capo vuole che sembri un'esecuzione di Antonio."
Vincenzo sentì qualcosa cambiare dentro di sé.
Elena lesse sopra la sua spalla.
«Che significa?»
Vincenzo non rispose subito.
Rilesse la frase.
Il capo.
Non Antonio.
Qualcun altro.
«Significa che mio fratello potrebbe non essere l'uomo al vertice di tutto questo.»
Elena lo fissò.
«Ma ti ha sparato lui.»
«Sì.»
«Lo hai visto.»
«Sì.»
«Allora perché avrebbe dovuto fingere che fosse una sua esecuzione?»
Vincenzo guardò il telefono.
«Forse perché qualcuno voleva che io credessi che tutto iniziasse e finisse con Antonio.»
La stanza parve diventare più fredda.
Elena si sedette lentamente.
«Quindi chiunque stia facendo questo ha usato tuo fratello.»
«O sta usando entrambi.»
Lei scosse la testa.
«Questo non cambia Matteo.»
«No.»
«Allora dobbiamo andare.»
Questa volta Vincenzo non disse di no.
Prese la tessera magnetica.
«Prima devo sapere una cosa.»
«Cosa?»
«Perché te.»
Elena rimase immobile.
«Te l'ho già detto. Mi hanno ricattata.»
«Non è quello che intendo.»
Vincenzo indicò la baita.
«Tre anni da sola quassù. Una strada isolata. Nessun vicino. Nessun testimone.»
Si avvicinò.
«E poi, proprio la notte in cui io vengo lasciato a morire, tu ricevi l'ordine di passare da quella strada a un'ora precisa.»
Elena abbassò lo sguardo.
«Non è una coincidenza.»
«Lo so.»
La risposta arrivò troppo in fretta.
Vincenzo la fissò.
«Che cosa non mi hai detto?»
Lei rimase in silenzio.
«Elena.»
La sua voce si fece più dura.
«Se c'è qualcosa che può ucciderci tra un'ora, questo è il momento di dirlo.»
Elena si portò una mano alla fronte.
«Non sapevo che fosse importante.»
«Decido io cosa è importante.»
Lei gli lanciò uno sguardo irritato.
«Tre anni fa non sono venuta quassù per scelta.»
Vincenzo aspettò.
«Mio marito è morto.»
«Come?»
«Incidente stradale.»
Qualcosa nel modo in cui lo disse attirò la sua attenzione.
«Nome?»
Elena esitò.
«Lorenzo Conti.»
Vincenzo cercò nella memoria.
Niente.
«Che lavoro faceva?»
Elena abbassò gli occhi.
«Contabile.»
«Per chi?»
Silenzio.
Vincenzo capì prima ancora che lei parlasse.
«Moretti Logistica.»
Il tempo sembrò fermarsi.
Elena annuì lentamente.
«Lavorava nell'amministrazione.»
Vincenzo sentì il sangue scorrergli più veloce nelle vene.
«Perché non me l'hai detto?»
«Perché non sapevo chi fossi fino a stamattina.»
«E dopo averlo scoperto?»
«Avevo un fucile puntato contro di te e mio figlio nelle mani di tuo fratello. Avevo altre priorità.»
Vincenzo non poteva darle torto.
«Quando è morto?»
«Tre anni e due mesi fa.»
La precisione della risposta gli fece stringere lo stomaco.
«Dove?»
«Fuori Bergamo.»
«Era solo?»
«Così dissero.»
«Così dissero?»
Elena alzò finalmente lo sguardo.
«La polizia parlò di perdita di controllo. Ma Lorenzo non guidava mai veloce. Mai.»
Vincenzo rimase in silenzio.
«Una settimana prima di morire», continuò Elena, «era diventato strano. Nervoso. Controllava le finestre. Spegneva il telefono quando parlava con me.»
«Ti disse perché?»
«No.»
Poi il volto di Elena cambiò.
Come se un ricordo, rimasto sepolto per anni, fosse appena tornato a galla.
«Aspetta.»
Attraversò la stanza.
Aprì un vecchio mobile vicino al camino.
Tolse alcune coperte.
Poi una scatola.
Dentro c'erano documenti, fotografie e lettere.
Elena cercò tra le carte fino a trovare una busta ingiallita.
«La trovai nella sua giacca dopo il funerale.»
Vincenzo la prese.
Non c'era destinatario.
All'interno c'era un foglio piegato.
Solo poche righe.
Elena le aveva già lette mille volte.
Vincenzo lo capì dal modo in cui trattenne il respiro.
Lui aprì il foglio.
C'erano una serie di numeri.
Date.
Codici di spedizione.
E una frase scritta a mano.
"Se succede qualcosa, non fidarti di Carlo."
Vincenzo smise di respirare.
Elena vide la sua espressione.
«Carlo Ferretti?»
Lui non rispose.
Rilesse la frase.
Carlo.
L'uomo legato nel video.
L'uomo che lo aveva mandato sulla montagna.
L'uomo che sembrava essere una vittima.
Elena si avvicinò.
«Quindi Lorenzo lo conosceva.»
«Sì.»
«E lo temeva.»
Vincenzo piegò lentamente il foglio.
«Forse.»
«Forse?»
Lui la guardò.
«O qualcuno voleva che tuo marito credesse di doverlo temere.»
Elena impallidì.
«Stai dicendo che anche questo potrebbe essere stato preparato?»
«Sto dicendo che da questo momento non possiamo più credere a nulla soltanto perché sembra ovvio.»
Il telefono vibrò.
Entrambi si bloccarono.
Un nuovo messaggio.
Nessun video.
Solo coordinate.
E sotto, una frase.
"Porta la tessera 17. Nessuna polizia. Nessun ritardo."
Elena guardò Vincenzo.
«Sanno che l'abbiamo trovata.»
«Sì.»
«Come?»
Vincenzo si voltò lentamente verso la stanza.
La finestra rotta.
Il camino.
Il tavolo.
I corpi.
Poi il suo sguardo si fermò su una piccola luce rossa quasi invisibile sopra una mensola.
Una telecamera.
Elena la vide nello stesso momento.
Il sangue le sparì dal volto.
Vincenzo la raggiunse e strappò il dispositivo dal muro.
Sul retro c'era un trasmettitore.
Non era lì da pochi minuti.
Era stato installato molto prima.
Elena indietreggiò.
«Era dentro casa mia.»
Vincenzo la fissò.
«Da quanto tempo?»
Lei scosse la testa.
«Non lo so.»
Per la prima volta, la paura di Elena non era soltanto per Matteo.
Era per tutto ciò che aveva creduto sicuro negli ultimi tre anni.
Vincenzo guardò ancora una volta il foglio lasciato da Lorenzo.
Poi la telecamera.
Poi le coordinate.
Il quadro stava cambiando.
Quella baita non era stata scelta perché Elena viveva isolata.
Elena viveva lì perché qualcuno aveva voluto che fosse esattamente lì quando Vincenzo sarebbe stato lasciato a morire.
E forse la morte di Lorenzo, tre anni prima, era stata il primo passo di un piano che stava arrivando a compimento soltanto adesso.
Vincenzo infilò la tessera numero 17 nella tasca del cappotto.
«Preparati.»
Elena lo fissò.
«Andiamo da Matteo?»
«Sì.»
«E Carlo?»
Vincenzo guardò il messaggio di Lorenzo un'ultima volta.
«Carlo dovrà convincermi di essere davvero un prigioniero.»
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