La strada verso le coordinate attraversava una valle stretta, soffocata dalla neve e dal silenzio.
Elena guidava.
Vincenzo sedeva accanto a lei con il fianco fasciato, la pistola appoggiata sulle gambe e il foglio di Lorenzo piegato nella tasca interna del cappotto.
Ogni curva gli tirava la ferita.
Ogni minuto riduceva il margine.
Un'ora e dodici.
Poi un'ora e undici.
Elena non parlava.
Teneva entrambe le mani sul volante come se stesse cercando di impedire al mondo intero di crollare.
Vincenzo guardò il profilo delle montagne fuori dal finestrino.
«Quando Lorenzo lavorava per Moretti Logistica, ti parlava mai di Carlo?»
«No.»
«Mai?»
«Mai per nome.»
«E di Antonio?»
Elena scosse la testa.
«Parlava poco del lavoro. Negli ultimi mesi ancora meno.»
Vincenzo continuò a osservarla.
«Aveva paura di qualcuno.»
«Sì.»
«Ma non ti disse chi.»
«No.»
Elena strinse il volante.
«Mi disse soltanto che aveva scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.»
Vincenzo si voltò di scatto.
«Questo non me l'avevi detto.»
«Non mi sembrava diverso da tutto il resto.»
«Le parole esatte.»
Elena chiuse gli occhi per un istante.
«Disse: “Ci sono numeri che non tornano, Elena. E quando i numeri non tornano, qualcuno sta mentendo.”»
Vincenzo rimase immobile.
Quella frase aveva il sapore di qualcosa che conosceva.
Bilanci.
Spedizioni.
Contabilità parallela.
Fondi che sparivano.
Lorenzo non aveva scoperto un segreto di famiglia.
Aveva scoperto un movimento di denaro.
E il denaro lasciava tracce.
«Quei codici sulla lettera», disse Vincenzo. «Li hai mai controllati?»
«Non sapevo come.»
«Sono numeri di spedizione.»
Elena lo guardò appena.
«Puoi capire dove portavano?»
«Forse.»
«Adesso?»
Vincenzo tirò fuori il telefono dell'uomo morto nella baita.
Nessun segnale.
«Non senza accesso.»
«Accesso a cosa?»
«Ai registri interni.»
Elena espirò con frustrazione.
«Quindi siamo ancora ciechi.»
«Non completamente.»
Vincenzo tirò fuori il foglio.
Scorse i codici.
Cinque spedizioni.
Tre date.
Un dettaglio gli era sfuggito.
Tutte le date cadevano nell'ultima settimana del mese.
Sempre di venerdì.
«Accosta.»
Elena lo guardò.
«Cosa?»
«Accosta.»
Lei frenò sul margine della strada.
Vincenzo appoggiò il foglio sul cruscotto.
«Queste spedizioni seguivano un ciclo.»
«E quindi?»
«Quindi non erano deviazioni casuali.»
Indicò i numeri.
«Qualcuno le ripeteva regolarmente.»
Elena aggrottò la fronte.
«Per anni?»
«Abbastanza da farle notare a un contabile.»
Vincenzo sentì una freddezza nuova crescergli dentro.
Per molto tempo aveva creduto di controllare ogni ramo della propria organizzazione.
Forse non aveva controllato nulla.
«Ripartiamo.»
Elena tornò sulla strada.
Dopo altri venti minuti, il navigatore indicò che mancavano meno di cinque chilometri.
Vincenzo guardò il paesaggio.
Niente città.
Niente case.
Solo una vecchia zona industriale incastrata tra il bosco e una cava abbandonata.
Poi vide il cancello.
Arrugginito.
Sembrava inutilizzato.
Ma la neve raccontava la verità.
Tracce recenti.
Diverse auto.
Elena rallentò.
«È qui.»
«Continua.»
«Dentro?»
«No.»
Vincenzo indicò una stradina laterale.
«Passa oltre.»
Elena lo fece senza discutere.
Trecento metri più avanti, svoltarono dietro una fila di alberi.
Vincenzo aprì la portiera.
«Resta qui.»
Elena gli afferrò il braccio.
«Neanche per sogno.»
«Matteo ha bisogno che tu rimanga viva.»
«Matteo ha bisogno che io vada da lui.»
«E se ti vedono prima del tempo, perdiamo ogni vantaggio.»
Lei strinse la mascella.
«Quale vantaggio? Sei ferito, loro ci aspettano e sanno già quasi tutto quello che facciamo.»
«Quasi.»
Vincenzo mostrò la telecamera che aveva strappato dalla baita.
«Ma non sanno che l'abbiamo spenta prima di partire.»
Elena lo fissò.
Vincenzo continuò.
«Da quel momento in poi, hanno perso gli occhi.»
Per la prima volta da ore, qualcosa di simile alla speranza passò sul volto di lei.
Durò poco.
«E se ci stanno seguendo?»
«Lo scopriremo.»
Vincenzo scese dall'auto.
Fece pochi passi prima che il dolore alla spalla gli ricordasse in quali condizioni fosse.
Ignorò tutto.
Raggiunse un punto più alto tra gli alberi.
Da lì vedeva il complesso.
Tre capannoni.
Un edificio amministrativo.
Due auto nere.
Un furgone.
Quattro uomini visibili.
Forse altri dentro.
Elena lo raggiunse in silenzio.
«Ti avevo detto di restare.»
«Non sono brava a obbedire.»
Vincenzo quasi sorrise.
Quasi.
Poi indicò l'edificio centrale.
«Guarda.»
Sopra una porta laterale c'era un piccolo numero.
17.
Elena trattenne il respiro.
«È lì.»
«Probabile.»
«Probabile?»
«Antonio vuole che entriamo da quella porta.»
«Perché?»
«Perché è l'unica che ci ha indicato.»
Elena guardò il complesso.
«Allora entriamo da un'altra parte.»
Vincenzo si voltò verso di lei.
Era esattamente quello che avrebbe detto lui.
«Vieni.»
Scivolarono lungo il pendio.
Sul retro del secondo capannone trovarono una recinzione più bassa.
Vincenzo la osservò.
Vecchio metallo.
Nessun filo elettrico.
Troppo facile.
«Aspetta.»
Elena si bloccò.
Vincenzo indicò la neve.
Nessuna impronta vicino alla recinzione.
«Questa zona non viene sorvegliata.»
«È un bene.»
«No.»
La guardò.
«Significa che non serve sorvegliarla.»
Elena seguì il suo sguardo.
Poi vide il piccolo filo trasparente a pochi centimetri dal terreno.
Allarme.
«Dio.»
Vincenzo lo aggirò con cautela.
Trovarono una sezione della rete già piegata.
Qualcuno l'aveva usata prima.
Entrarono.
Il retro del capannone era buio.
Una porta di servizio era socchiusa.
Elena sussurrò:
«Anche questa è troppo facile.»
«Sì.»
Vincenzo estrasse la pistola.
«Stavolta però entriamo.»
Dentro, l'aria odorava di polvere e metallo.
Scaffali.
Cassette.
Vecchi macchinari.
Nessun uomo.
Avanzarono lentamente.
Poi sentirono una voce.
«Vincenzo.»
Lui si fermò.
Carlo.
La voce arrivava da dietro una parete.
Elena lo guardò.
Vincenzo fece un segno di silenzio.
Si avvicinarono.
Attraverso una piccola apertura vedevano la stanza 17.
Matteo era seduto sulla stessa sedia del video.
Vivo.
Elena portò una mano alla bocca.
Accanto a lui, Carlo era legato a terra.
Antonio era in piedi davanti a entrambi.
Solo.
Troppo solo.
Vincenzo non entrò.
Osservò.
Antonio guardò l'orologio.
«Hai sempre avuto il vizio di arrivare in ritardo.»
Vincenzo uscì dall'ombra.
«E tu quello di parlare troppo.»
Elena rimase dietro la parete.
Antonio sorrise.
«Sapevo che saresti venuto.»
«Sapevi molte cose.»
Vincenzo entrò lentamente.
«Ma non tutto.»
Antonio inclinò la testa.
«Per esempio?»
Vincenzo lanciò la tessera numero 17 sul pavimento.
«Che i tuoi uomini portavano messaggi che parlavano di un capo diverso da te.»
Il sorriso di Antonio sparì.
Solo per un attimo.
Poi tornò.
«Stai diventando paranoico.»
«Mi hai sparato.»
«Questo non significa che non sei paranoico.»
Carlo sollevò la testa.
Aveva il volto gonfio.
«Vincenzo, non ascoltarlo.»
Vincenzo lo guardò.
«Perché mi hai mandato sulla montagna?»
Carlo impallidì.
«Mi hanno costretto.»
«Chi?»
«Non lo so.»
Antonio rise.
«Che uomo fedele.»
Vincenzo ignorò il fratello.
«Lorenzo Conti conosceva il tuo nome.»
Questa volta Carlo reagì davvero.
Non paura.
Shock.
Elena lo vide.
Uscì dall'ombra.
Antonio sorrise immediatamente.
«Ed eccola.»
Matteo gridò.
«Mamma!»
Elena fece un passo.
Vincenzo le bloccò il braccio.
«Aspetta.»
«Mamma!»
Lei tremava.
Antonio guardò il bambino.
«Una famiglia finalmente riunita.»
Vincenzo lo fissò.
«Lascialo andare.»
«Non ancora.»
«Cosa vuoi?»
Antonio inspirò lentamente.
«Una firma.»
Vincenzo aggrottò la fronte.
«Su cosa?»
Antonio indicò un tavolo.
Sopra c'era una cartella.
«Trasferimento di controllo.»
Vincenzo non si mosse.
«Di cosa?»
«Moretti Logistica. Sicurezza. Quote societarie. Conti.»
Vincenzo rise piano.
«Mi hai trascinato fin qui per farmi firmare dei documenti?»
«Non soltanto.»
Antonio indicò Carlo.
«Lui ha già firmato.»
Vincenzo guardò il consigliere.
Carlo abbassò gli occhi.
«Che cosa hai firmato?»
Carlo non rispose.
«Carlo.»
«Una dichiarazione.»
«Quale dichiarazione?»
Carlo chiuse gli occhi.
«Che tu hai ordinato una serie di operazioni illegali attraverso la logistica.»
Elena guardò Vincenzo.
Antonio continuò.
«Corruzione. Trasporto di denaro. Conti esteri. Minacce.»
«Tutte cose che puoi falsificare.»
«Non se i documenti vengono confermati dal tuo consigliere.»
Vincenzo guardò Carlo.
L'uomo tremava.
«E Lorenzo?»
Il silenzio cambiò.
Antonio non sorrise più.
Vincenzo fece un passo.
«Lorenzo aveva scoperto i movimenti di denaro.»
Carlo abbassò la testa.
Vincenzo capì.
«Tu lo sapevi.»
Carlo parlò appena.
«Sì.»
Elena si irrigidì.
«Cosa sapevi?»
Carlo la guardò.
«Che suo marito aveva trovato delle discrepanze.»
«E cosa hai fatto?»
«Ho cercato di proteggerlo.»
Antonio rise.
Elena fece un passo verso Carlo.
«È morto.»
«Lo so.»
«È morto pochi giorni dopo aver scritto che non dovevo fidarmi di te.»
Carlo la fissò.
«Perché pensava che fossi io a rubare.»
Vincenzo si fermò.
«Non eri tu.»
Carlo scosse la testa.
«No.»
«Chi era?»
Carlo guardò Antonio.
Antonio guardò Carlo.
Poi una voce arrivò dagli altoparlanti del capannone.
Calma.
Maschile.
Più anziana.
«Basta.»
Tutti si immobilizzarono.
Antonio impallidì.
Vincenzo riconobbe quella voce.
Non la sentiva da anni.
«No.»
Elena lo guardò.
«Chi è?»
Una porta sul fondo della stanza si aprì.
Un uomo entrò lentamente.
Capelli grigi sulle tempie.
Abito impeccabile.
Elena smise di respirare.
Era l'uomo che l'aveva contattata tre settimane prima.
Vincenzo sentì il mondo restringersi.
«Marcello.»
Marcello Moretti.
Suo zio.
L'uomo che aveva gestito gli affari della famiglia prima che Vincenzo ne prendesse il controllo.
L'uomo che tutti credevano ritirato in Svizzera da quasi cinque anni.
Marcello sorrise.
«Finalmente.»
Vincenzo guardò Antonio.
«Tu lavori per lui.»
Antonio non rispose.
Marcello parlò al posto suo.
«Antonio non ha mai avuto abbastanza disciplina per costruire tutto questo.»
Poi guardò Carlo.
«E Carlo non ha mai avuto abbastanza coraggio per fermarlo.»
Vincenzo sentì ogni pezzo incastrarsi.
Lorenzo.
Le spedizioni.
I conti.
Il tradimento.
La montagna.
Elena.
Tutto conduceva allo stesso uomo.
«Hai fatto uccidere Lorenzo.»
Elena si voltò verso Marcello.
Lui la guardò senza emozione.
«Tuo marito avrebbe dovuto limitarsi a fare il contabile.»
Elena impallidì.
Matteo iniziò a piangere.
Vincenzo vide qualcosa spezzarsi dentro di lei.
Marcello continuò.
«Ora possiamo finirla senza altri errori.»
Posò una penna sulla cartella.
«Firma, Vincenzo.»
«E poi?»
«Elena e suo figlio se ne vanno.»
«Carlo?»
Marcello sorrise.
«Carlo ha già fatto la sua scelta.»
Vincenzo guardò Antonio.
«E mio fratello?»
Marcello non rispose.
Fu sufficiente.
Antonio lo capì nello stesso momento.
Il suo volto cambiò.
«Che significa?»
Marcello lo ignorò.
«Firma.»
Antonio fece un passo verso lo zio.
«Hai detto che dopo Vincenzo avrei controllato Milano.»
Marcello lo guardò quasi con pietà.
«Antonio.»
Una pausa.
«Tu eri soltanto il fratello abbastanza stupido da premere il grilletto.»
Il silenzio che seguì fu assoluto.
E per la prima volta dall'inizio di tutto, Vincenzo vide la paura negli occhi di Antonio.
Non paura di lui.
Paura dell'uomo per cui aveva tradito il proprio sangue.
Vincenzo capì allora che la battaglia era appena cambiata.
Non si trovava più tra due fratelli.
Si trovava tra quattro persone che Marcello Moretti aveva deciso di sacrificare.
E una di loro avrebbe dovuto scegliere per prima da che parte stare.
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