Rimasi a fissare il nome di mio padre finché le lettere cominciarono quasi a perdere significato.
**Vittorio Balestri.**
Mio padre era morto quando ero incinta di sette mesi. Un infarto improvviso, una telefonata nel cuore della notte, due giorni trascorsi tra ospedale, funerale e documenti che avevo affrontato come dentro una nebbia. Riccardo, allora, si era occupato di quasi tutto. Mi aveva detto che dovevo evitare lo stress per proteggere il bambino, e io gli avevo creduto.
«Mamma?»
La voce di Matteo mi riportò in cucina.
Sollevai la pagina. «Dove hai trovato esattamente questa?»
«Dentro una scatola nell'armadio della nonna. Cercavo le fotografie del nonno per il progetto di scuola.»
«La nonna sapeva che l'avevi presa?»
Matteo scosse la testa.
Presi il telefono e chiamai mia madre.
Arrivò quaranta minuti dopo. Quando vide il documento sul tavolo, non sembrò sorpresa.
Sembrò spaventata.
«Mamma», dissi lentamente, «che cos'è?»
Lei si tolse il cappotto senza rispondere.
«Guardami.»
Finalmente lo fece.
«Pensavo che quei documenti fossero stati distrutti.»
Quella frase mi fece alzare di scatto.
«Distrutti da chi?»
Mia madre guardò Matteo.
«Forse dovremmo parlarne da sole.»
«No», disse lui.
Non alzò la voce. Era proprio quella calma a ricordarmi quanto fosse cresciuto.
«Riguarda me. Voglio sapere.»
Mia madre si sedette.
Per qualche secondo sentimmo soltanto il ticchettio dell'orologio.
«Vostro nonno», cominciò, «aveva fatto un investimento molti anni prima.»
Sapevo che papà aveva posseduto una piccola officina meccanica alla periferia di Roma. Non eravamo mai stati ricchi. O almeno così avevo sempre creduto.
«Quale investimento?»
«Una partecipazione in una società fondata con un suo vecchio amico. All'inizio non valeva quasi niente. Poi l'azienda cominciò a crescere.»
«E cosa c'entra Matteo?»
Mia madre inspirò lentamente.
«Tuo padre aveva modificato il testamento dopo aver saputo della gravidanza.»
Sentii Matteo spostarsi sulla sedia.
«Aveva lasciato la sua partecipazione a te», continuò, «ma con una clausola. Una parte sarebbe passata direttamente al bambino al compimento dei sedici anni.»
«Quanto valeva?»
Lei abbassò gli occhi.
«Allora forse centocinquantamila euro.»
Lasciai uscire il respiro.
Era molto denaro, ma non abbastanza da spiegare quindici anni di segreti.
Poi mia madre aggiunse:
«Oggi potrebbe valere parecchi milioni.»
Il silenzio diventò pesante.
Matteo fu il primo a parlare.
«Papà lo sapeva?»
Mia madre annuì.
Mi alzai e camminai fino alla finestra. Riccardo aveva saputo dell'eredità. Aveva saputo che Matteo sarebbe diventato beneficiario di qualcosa di importante.
E ventisei giorni dopo la nascita di nostro figlio aveva cominciato a parlare con un avvocato.
«Perché nessuno me l'ha detto?»
«Vittorio voleva spiegartelo personalmente dopo la nascita. Poi è morto. E tu eri distrutta. Quando abbiamo scoperto che Riccardo aveva lasciato casa, il notaio mi consigliò di non discutere subito della questione.»
Mi voltai.
«Un notaio non può semplicemente nascondere un'eredità.»
«Non l'ha nascosta.»
Mia madre esitò.
«La partecipazione era vincolata. Tu ricevevi soltanto i dividendi minimi fino alla maggiore età prevista dalla clausola. Ma Riccardo cercò di contestare il testamento.»
Quella era la parte che nessuno mi aveva raccontato.
«Quando?»
«Mentre cercava di ottenere l'affidamento.»
Matteo impallidì.
Finalmente tutto assumeva una forma diversa e molto più inquietante.
Riccardo non voleva soltanto strapparmi mio figlio.
Voleva controllare ciò che mio figlio avrebbe ereditato.
«Perché non è comparso nel processo?»
Mia madre si strinse le mani.
«Perché ritirò la contestazione subito dopo aver perso l'affidamento.»
Matteo si alzò e andò alla finestra.
Lo osservai. Per anni avevo cercato di proteggerlo dall'idea di essere stato rifiutato. Adesso stava scoprendo qualcosa di forse peggiore: suo padre poteva averlo desiderato soltanto quando gli conveniva.
«Quindi», disse senza voltarsi, «quando avevo nove anni ed è tornato...»
Non terminò.
Non ce n'era bisogno.
Quella notte Matteo parlò pochissimo. Prima di andare a letto, però, mi chiese il nome della società.
«Perché?»
«Voglio capire cosa possiedo.»
Esitai, poi glielo dissi.
**Balestri Tecnologie Industriali.**
La mattina successiva lo trovai già sveglio davanti al computer.
«Matteo, devi prepararti per scuola.»
«Mamma, vieni qui.»
Sul monitor c'era il sito della società.
Non era più la piccola azienda che ricordava mia madre. Aveva stabilimenti, contratti internazionali e centinaia di dipendenti.
Matteo aprì un documento pubblico.
«Guarda gli amministratori.»
Lessi i nomi.
Al terzo mi mancò il respiro.
**Riccardo Moretti — Consulente strategico.**
«Lavora per loro?» sussurrai.
Matteo scosse lentamente la testa.
«Da undici anni.»
Quindi Riccardo non era semplicemente ricomparso quando Matteo aveva iniziato a distinguersi a scuola.
Era rimasto vicino all'azienda legata all'eredità per quasi tutta la sua infanzia.
Due giorni dopo chiamai il notaio che aveva seguito mio padre. Era ormai in pensione, ma accettò di incontrarmi.
Quando pronunciai il nome di Riccardo, il suo viso cambiò.
«Signora Balestri, speravo che qualcuno sarebbe venuto prima del sedicesimo compleanno del ragazzo.»
Matteo mi guardò.
«Perché proprio prima dei sedici anni?»
L'uomo aprì un vecchio fascicolo.
«Perché a sedici anni entra in vigore la seconda disposizione testamentaria di Vittorio.»
«Seconda?» domandai.
Il notaio estrasse una busta sigillata.
Sul davanti riconobbi immediatamente la calligrafia di mio padre.
**Da consegnare a mio nipote Matteo prima dell'accettazione definitiva delle quote.**
Sentii un brivido lungo la schiena.
Matteo allungò la mano, ma il notaio trattenne la busta.
«Prima dovete sapere una cosa.»
Ci guardò entrambi.
«Negli ultimi dieci anni qualcuno ha tentato tre volte di far dichiarare questa clausola nulla.»
«Riccardo?» chiesi.
Il notaio rimase in silenzio.
Poi girò il fascicolo verso di noi.
L'ultima richiesta era stata presentata appena sei settimane prima.
Ma la firma in fondo alla pagina non apparteneva a Riccardo.
Apparteneva a Giulia.







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