Divertimento

Mio Marito Mi Abbandonò Per Una Diciottenne Dopo La Nascita Di Nostro Figlio — 15 Anni Dopo, Nostro Figlio Salì Sul Palco E Lui Impallidì

«Mi disse che era in ospedale.»

Le parole uscirono dalla mia bocca così piano che Matteo dovette avvicinarsi.

Eravamo ancora seduti in macchina davanti a casa. La medaglia del concorso era appoggiata sulle sue ginocchia, ma l'euforia di poche ore prima sembrava appartenere a un'altra vita.

«In ospedale con chi?»

Chiusi gli occhi.

Quella notte tornò improvvisamente nitida. Ero incinta di sette mesi. Avevo avuto delle contrazioni irregolari e mio padre mi aveva telefonato verso le otto. Sembrava agitato. Mi aveva chiesto se Riccardo fosse in casa.

«Gli dissi di no. Riccardo mi aveva telefonato poco prima dicendo che un collega aveva avuto un incidente e che lo aveva accompagnato al pronto soccorso.»

«Quale collega?»

«Non me lo disse.»

Matteo abbassò lo sguardo sul messaggio.


«E il nonno?»

«Due ore dopo ricevemmo la chiamata.»

Mio padre era stato trovato privo di sensi nel suo ufficio. Quando arrivai in ospedale era già morto.

Riccardo comparve circa venti minuti dopo di me.

Per quindici anni non avevo mai pensato a quel dettaglio.

Adesso non riuscivo a pensare ad altro.

Matteo digitò una risposta al numero sconosciuto.

**Chi sei?**

La risposta arrivò quasi immediatamente.

**Qualcuno che ha aspettato troppo.**


Poi:

**Cercate il parcheggio dell'ospedale.**

Il giorno seguente telefonai all'ospedale. Naturalmente nessuno conservava normali registrazioni delle telecamere per quindici anni. Sembrava un vicolo cieco finché Matteo non fece una domanda diversa.

«Se papà aveva accompagnato qualcuno al pronto soccorso, potrebbe esserci una registrazione dell'accesso.»

Chiedemmo aiuto a De Santis. Attraverso una richiesta formale riuscimmo a verificare una cosa semplice.

Quella sera nessun paziente accompagnato da Riccardo Moretti risultava registrato.

Riccardo aveva mentito.

Lo chiamai.

«Dove eri la notte in cui morì mio padre?»

Silenzio.


«Chiara...»

«Non dirmi ospedale.»

Un altro silenzio.

«Dobbiamo incontrarci.»

«No. Rispondi.»

«Ero con Vittorio.»

Mi mancò il respiro.

Matteo, accanto a me, sentì tutto.

«Alle 22:47?» chiesi.

«Sì.»


«E mi hai mentito per quindici anni.»

«Perché Vittorio me lo aveva chiesto.»

Questa volta fui io a riattaccare.

Riccardo arrivò a casa meno di un'ora dopo.

Matteo aprì la porta prima che potessi impedirglielo.

«Hai visto morire mio nonno?»

Riccardo rimase immobile.

«No.»

«Allora cosa hai visto?»

Entrò e si sedette al tavolo della cucina dove, pochi giorni prima, avevamo scoperto l'esistenza dell'eredità.


«Vittorio mi chiamò quella sera. Disse di aver trovato la prova che cercava. Mi chiese di raggiungerlo nell'ufficio.»

«Aurora?» domandai.

«Sì.»

Riccardo si passò una mano sul volto.

«Quando arrivai, c'era già Alberto.»

Sentii Matteo irrigidirsi.

«Litigavano. Vittorio voleva andare alla Guardia di Finanza la mattina successiva. Alberto sosteneva che avrebbe distrutto l'azienda.»

«E tu cosa facesti?»

«Cercai di convincerli a calmarsi.»

«Poi?»


«Alberto se ne andò.»

Riccardo guardò il pavimento.

«Vittorio mi diede la chiave dell'armadietto. Disse che, se gli fosse successo qualcosa, dovevo proteggerla.»

«E pochi minuti dopo è morto?»

«No. Quando me ne andai era vivo.»

«Perché non raccontasti tutto alla polizia?»

La vergogna sul suo volto era reale.

«Perché avevo paura.»

«Di Alberto?»

Riccardo esitò.


«Di quello che avrebbero scoperto su di me.»

Finalmente arrivò un'altra verità.

Riccardo confessò di aver ricevuto denaro attraverso una delle società collegate allo schema di fatture false. All'inizio, disse, non aveva capito la provenienza. Quando lo scoprì, era già compromesso.

«Vittorio lo sapeva?»

«Sì.»

«Eppure ti chiese aiuto?»

«Mi diede una possibilità di sistemare le cose.»

Matteo rise amaramente.

«E tu hai ringraziato abbandonando sua figlia.»

Riccardo abbassò la testa.


Non si difese.

Poi tirò fuori il telefono.

«C'è una cosa che non vi ho detto.»

Mostrò una fotografia.

Era stata scattata quella stessa notte. L'immagine mostrava il parcheggio davanti agli uffici della società. In fondo si vedeva Alberto Conti salire su un'auto.

Accanto a lui c'era una ragazza.

Giulia.

«Aveva diciotto anni», dissi.

«E quella sera era lì.»

Riccardo annuì.


«La conobbi quella notte.»

Tutto ciò che avevo creduto sulla loro relazione cambiò in un istante.

«Quindi non l'hai incontrata settimane dopo.»

«No.»

«Perché era lì?»

«Era venuta a prendere suo padre.»

«E ventisei giorni dopo la nascita di Matteo tu eri già con lei.»

Riccardo chiuse gli occhi.

«Sì.»

«Ti ha sedotto per controllarti?»


«All'inizio pensavo di sì. Poi... non ne fui più sicuro.»

Matteo fissò la fotografia.

«Chi ci ha mandato il messaggio?»

Riccardo scosse la testa.

Ma improvvisamente il mio telefono vibrò.

Era Lorenzo.

Risposi.

La sua voce era agitata.

«Chiara, ho scoperto cosa manca dalla chiavetta.»

«Cosa?»

«Un video.»

«Di cosa?»

«Vittorio aveva installato una piccola telecamera nel suo ufficio dopo aver scoperto le fatture. La registrazione dell'ultima sera non è nei file che avete trovato.»

Matteo si avvicinò.

«Dove potrebbe essere?»

Lorenzo respirò profondamente.

«Vostro padre faceva sempre due copie. Se una era nella stazione, l'altra dovrebbe essere ancora da qualche parte.»

Poi aggiunse:

«E c'è un'altra cosa. Ho controllato i vecchi verbali societari. Il giorno dopo la morte di Vittorio, qualcuno entrò nel suo ufficio prima dell'arrivo della polizia.»

«Alberto?»

«No.»

Lorenzo pronunciò il nome lentamente.

«Giulia Conti.»

Riccardo impallidì.

«Impossibile.»

Ma Lorenzo continuò.

«C'è la firma sul registro d'ingresso. Ore 6:12.»

Guardai Riccardo.

Per la prima volta vidi nei suoi occhi qualcosa di diverso dalla colpa.

Vidi il terrore di un uomo che stava comprendendo di essere stato manipolato per quindici anni.

Matteo prese la fotografia e la girò.

Sul retro, sotto il nome di Alberto, c'era una piccola annotazione che fino a quel momento nessuno aveva notato.

Tre parole scritte da mio padre:

**La copia è sua.**

Matteo sollevò lentamente lo sguardo.

«Di chi?»

Riccardo afferrò la fotografia.

La osservò per diversi secondi.

Poi il suo volto cambiò.

«So dove Vittorio ha nascosto la seconda copia.»

«Dove?»

Riccardo mi guardò.

«Non l'ha nascosta.»

Fece una pausa.

«L'ha data a tua madre.»

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