Divertimento

Mio Marito Mi Abbandonò Per Una Diciottenne Dopo La Nascita Di Nostro Figlio — 15 Anni Dopo, Nostro Figlio Salì Sul Palco E Lui Impallidì

Il nome di Giulia rimase davanti ai miei occhi come qualcosa che apparteneva a un'altra vita e che, invece, aveva appena bussato di nuovo alla mia porta.

«Non capisco», dissi. «Giulia non è sua madre. Non è una parente di mio padre. Non ha alcun diritto sull'eredità di Matteo.»

Il notaio, Carlo De Santis, si tolse gli occhiali e li posò sul fascicolo.

«Infatti non ne ha.»

«Allora perché la sua firma è qui?»

«Perché non ha presentato la richiesta come beneficiaria. L'ha presentata per conto della società.»

Matteo si sporse verso il documento. «Balestri Tecnologie Industriali?»

De Santis annuì.

Mi sentii improvvisamente fredda. «Mi sta dicendo che Giulia lavora lì?»

Il notaio esitò appena. «È membro del consiglio d'amministrazione da circa due anni.»


Quindici anni prima era una ragazza di diciotto anni che masticava una gomma in tribunale mentre Riccardo cercava di portarmi via mio figlio. Adesso sedeva nel consiglio della società fondata da mio padre.

Non poteva essere una coincidenza.

«E Riccardo?»

«Non è più soltanto un consulente.»

De Santis girò un'altra pagina. Riccardo possedeva indirettamente una piccola partecipazione attraverso una società finanziaria di cui non avevo mai sentito parlare.

Matteo lesse rapidamente.

«Quindi hanno comprato quote.»

«Negli anni, sì.»

«Quante?»

«Abbastanza da avere influenza. Non abbastanza da controllare la società.»


«Perché vogliono annullare la clausola del nonno?»

Questa volta il notaio guardò direttamente Matteo.

«Perché quando compirai sedici anni, se accetterai l'eredità alle condizioni stabilite da Vittorio, entreranno in vigore diritti di voto speciali collegati alle tue quote.»

Matteo aggrottò la fronte. «Diritti speciali?»

«Tuo nonno aveva paura che l'azienda finisse nelle mani di investitori interessati soltanto a venderla. Per questo strutturò le sue partecipazioni in modo particolare. Finché eri minorenne, quei diritti sono rimasti sospesi.»

«E quando compio sedici anni?»

De Santis prese una penna e scrisse un numero.

**31%.**

«Non possiederai il trentuno per cento della società», precisò. «Ma, su alcune decisioni fondamentali, controllerai il trentuno per cento dei diritti di voto.»

Guardai Matteo. Aveva quindici anni e quella mattina si era preoccupato di non dimenticare il quaderno di fisica. Ora un notaio gli stava spiegando che presto avrebbe avuto voce su un'azienda da milioni di euro.


«Non voglio un'azienda», disse improvvisamente.

De Santis sorrise appena. «Tuo nonno lo immaginava.»

Indicò la busta.

«Per questo ti ha lasciato una lettera.»

Matteo la aprì.

Dentro c'erano quattro pagine scritte a mano.

Lessi soltanto le prime righe sopra la sua spalla.

*Matteo, se stai leggendo queste parole, significa che non ho avuto la fortuna di conoscerti abbastanza a lungo.*

Dovetti distogliere lo sguardo.

Matteo continuò in silenzio. A metà della seconda pagina si fermò.


«Mamma.»

Mi passò il foglio.

Una frase era sottolineata.

*Non fidarti mai di chi scoprirà il tuo valore soltanto quando potrà ricavarne qualcosa.*

Sentii gli occhi riempirsi di lacrime.

Mio padre aveva scritto quelle parole prima ancora che Riccardo ci abbandonasse.

Più avanti, però, c'era qualcosa di ancora più strano.

*Se un giorno qualcuno cercherà di convincerti a vendere, chiedi prima di vedere il Progetto Aurora. Se ti diranno che non esiste, stanno mentendo.*

«Cos'è il Progetto Aurora?» domandò Matteo.

De Santis scosse la testa.


«Non lo so.»

Per la prima volta vidi vera inquietudine sul suo volto.

Uscimmo dallo studio quasi due ore dopo. Durante il viaggio Matteo rimase assorto. Pensavo stesse cercando di elaborare tutto, finché mi disse:

«Tra tre settimane c'è la premiazione nazionale.»

Avevo quasi dimenticato la competizione scientifica alla quale partecipava da mesi.

«Vuoi ancora andarci?»

Mi guardò come se la domanda fosse assurda.

«Certo.»

Sorrisi. Era ancora Matteo.

Nei giorni successivi cercai informazioni sul Progetto Aurora. Non trovai quasi nulla. Una vecchia relazione aziendale conteneva soltanto un riferimento a un programma di ricerca interrotto quattordici anni prima.


Poi arrivò Riccardo.

Suonò alla porta un sabato pomeriggio.

Quando aprii, sembrava invecchiato più di quanto ricordassi. Il completo era impeccabile, ma aveva profonde rughe attorno agli occhi.

«Dobbiamo parlare.»

«Dopo quindici anni hai improvvisamente molte cose da dire.»

«Riguarda Matteo.»

Provai a chiudere la porta.

Riccardo la fermò con una mano.

«Chiara, non sai in cosa ti stai mettendo.»

Quelle parole mi fecero esitare.


«Conosco l'eredità.»

Il colore gli sparì dal viso.

«De Santis vi ha contattati?»

«Siamo stati noi da lui.»

Riccardo guardò oltre la mia spalla.

«Matteo è qui?»

«Non lo coinvolgerai nei tuoi affari.»

«È già coinvolto.»

Matteo comparve nel corridoio.

«Ciao, papà.»


Riccardo sembrò sorpreso dalla freddezza della sua voce.

«Matteo, ascoltami. Quelle quote sono più complicate di quanto pensi. Ci sono persone che potrebbero approfittarsi di te.»

Mio figlio lo fissò.

«Come te?»

Riccardo serrò la mascella.

«Sto cercando di proteggerti.»

Matteo fece un passo avanti.

«Cos'è il Progetto Aurora?»

Non avevo mai visto un uomo perdere il controllo del proprio volto così rapidamente.

Riccardo impallidì.


«Chi ti ha parlato di Aurora?»

«Il nonno.»

«Tuo nonno è morto prima che tu nascessi.»

«Mi ha lasciato una lettera.»

Riccardo rimase immobile.

Poi fece qualcosa che non mi aspettavo.

Non negò.

Non rise.

Mi guardò con autentica paura.

«Chiara, qualunque cosa Vittorio abbia scritto, non cercate Aurora.»


«Perché?»

Riccardo abbassò la voce.

«Perché è proprio per quello che vostro padre è morto.»

Sentii Matteo inspirare bruscamente.

«Papà è morto per un infarto.»

Riccardo mi fissò.

«È quello che ti hanno detto.»

Poi si voltò e se ne andò.

Quella sera chiamai mia madre almeno sei volte.

Non rispose.

Alla settima telefonata, finalmente qualcuno sollevò il ricevitore.

Ma non era lei.

Una voce maschile che non riconobbi disse soltanto:

«Signora Balestri, sua madre avrebbe dovuto raccontarle la verità quindici anni fa.»

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