Divertimento

Mio Marito Mi Picchiava Ogni Giorno Per Divertirsi — Ma Quando Il Medico Chiamò Il 112, Scoprì Che Avevo Preparato Tutto Da Tre Anni

Rimasi a fissare quelle quattro parole finché le lettere cominciarono a confondersi sullo schermo. TU NON ERI IL BERSAGLIO. Elena mi tolse delicatamente il tablet dalle mani prima che potessi aprire il file. «Aspetti.» Chiamò Bellini, che fece entrare un tecnico della polizia. Il documento condiviso da Lorenzo poteva contenere qualsiasi cosa: un programma capace di cancellare il cloud, un sistema per localizzarmi, perfino un semplice trucco per spingermi a fare esattamente ciò che voleva. Ma quando il tecnico isolò il dispositivo dalla rete e aprì una copia del file, sullo schermo apparve soltanto una fotografia. Una fotografia vecchia di almeno quattro anni.

La riconobbi subito. Era stata scattata davanti al Palazzo di Giustizia, durante una conferenza sulla criminalità finanziaria. Al centro c'ero io, più giovane, con i capelli raccolti e una cartellina stretta al petto. Accanto a me c'erano tre colleghi. Uno era Vittorio Serra. Gli altri due erano il sostituto procuratore Paolo Ferretti e la mia ex collega, Claudia Neri. Qualcuno aveva tracciato un cerchio rosso attorno al volto di Claudia.

Sotto la fotografia c'era una frase.

**Chiedile cosa trovò nel 47-B.**

Mi mancò il respiro.

«Claudia», sussurrai.

Non pronunciavo quel nome da quasi tre anni. Claudia era stata la persona di cui mi fidavo di più in Procura. Avevamo lavorato insieme sul fascicolo Asteria fino alla sera in cui lei mi telefonò dicendo di aver trovato qualcosa di importante. La mattina successiva non venne al lavoro. Due giorni dopo mi dissero che aveva chiesto un trasferimento improvviso per motivi familiari. Provai a chiamarla, ma il suo numero era stato disattivato. Serra mi ordinò di non occuparmene e, poche settimane dopo, il fascicolo venne archiviato.

Bellini mi osservava. «Dove si trova adesso Claudia Neri?»

«Non lo so.»

Elena prese il telefono. «Lo scopriamo.»


Quindici minuti dopo tornò con un'espressione che non mi piacque. «Non risulta più dipendente della Procura. Nessuna posizione lavorativa registrata negli ultimi due anni. L'ultima residenza conosciuta è a Perugia, ma l'appartamento è stato venduto diciotto mesi fa.»

«Famiglia?»

«Una sorella a Bologna. Dice di non vederla da quasi tre anni.»

Tre anni.

Lo stesso periodo in cui avevo sposato Lorenzo.

Il dottor Rinaldi cercò di convincerli a rimandare le domande al mattino, ma io non volevo fermarmi. Per la prima volta cominciavo a vedere una linea che attraversava tutto ciò che mi era accaduto. Il fascicolo 47-B. Claudia. Serra. Lorenzo. Il mio matrimonio.

«Come ho conosciuto Lorenzo?» domandai improvvisamente.

Bellini aggrottò la fronte. «Ce lo dica lei.»

«A una cena. Mi invitò Paolo Ferretti.»

Elena si immobilizzò.


«L'uomo nella fotografia?»

Annuii.

Il ricordo tornò con una precisione dolorosa. Paolo aveva insistito perché partecipassi. Diceva che lavoravo troppo, che avevo bisogno di conoscere persone fuori dalla Procura. Lorenzo era seduto esattamente di fronte a me. Affascinante, educato, curioso del mio lavoro senza sembrare troppo curioso. Pensavo fosse stato un incontro casuale.

Adesso non ne ero più certa.

Bellini fece verificare immediatamente Ferretti. Quando arrivò la risposta, la stanza divenne silenziosa.

Paolo Ferretti era morto due anni prima in un incidente automobilistico sull'Autostrada del Sole.

«Incidente», ripetei.

Quella parola ormai mi faceva paura.

Elena si sedette accanto al letto. «Dobbiamo considerare la possibilità che Lorenzo si sia avvicinato a lei intenzionalmente.»

Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me, ma non era dolore. Era una verità molto più fredda. Ripensai al primo mazzo di fiori, alla proposta, alla sua insistenza perché lasciassi il lavoro. Per anni avevo creduto che la violenza fosse iniziata quando aveva capito di potermi controllare. Forse il controllo era stato il motivo per cui mi aveva scelta.


«Se non ero io il bersaglio», dissi, «allora chi? Claudia?»

Bellini indicò la fotografia. «È possibile.»

Scossi la testa. «No. Lorenzo non mi manderebbe questo per aiutarmi. Vuole che cerchi Claudia.»

Ed era proprio quello che feci.

Non fisicamente. Non potevo nemmeno alzarmi senza dolore. Ma ricordavo Claudia abbastanza bene da sapere che non avrebbe affidato qualcosa di importante a un computer dell'ufficio. Aveva un'abitudine quasi ossessiva: quando lavoravamo su casi delicati, creava copie cartacee delle prove più importanti.

Poi ricordai una frase che mi aveva detto durante la nostra ultima telefonata.

*Se domani non ci sono, guarda dove abbiamo cominciato.*

All'epoca pensai fosse una battuta.

Ora capivo.

Io e Claudia avevamo cominciato la nostra collaborazione nell'archivio seminterrato della Procura, stanza B12.


Bellini organizzò una verifica discreta. Non informò Serra. Alle quattro e venti del mattino ricevette una chiamata dall'agente mandato sul posto. Lo vidi cambiare espressione mentre ascoltava.

«Che cosa avete trovato?» chiesi.

Bellini mise il telefono in vivavoce.

«La stanza B12 è stata svuotata», disse l'agente. «Qualcuno è arrivato prima di noi. Ma dietro uno scaffale abbiamo trovato una busta fissata al muro.»

«A nome di chi?»

Ci fu una breve pausa.

«Della signora Mercuri.»

Dentro c'erano una chiavetta USB e una fotografia Polaroid. Elena fotografò tutto prima di mostrarmela.

Nell'immagine compariva Claudia seduta dentro un'automobile. Accanto a lei c'era Lorenzo.

Sul retro, con la calligrafia di Claudia, erano scritte una data e sette parole:


**Se stai leggendo questo, lui ti ha sposata.**

Sotto c'era un'altra frase.

**Non fidarti della polizia. Uno di loro lavora per Serra.**

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