La frase di Bellini rimase sospesa nella stanza come qualcosa di impossibile da accettare. La bara è vuota. Il monitor accanto al mio letto accelerò insieme al battito del mio cuore. Paolo Ferretti non era soltanto l'uomo che mi aveva presentato Lorenzo. Era stato il collega che mi portava il caffè durante le notti passate sui bilanci, quello che mi aveva difesa quando Serra sosteneva che stessi «vedendo fantasmi nei numeri». Avevo partecipato al suo funerale. Avevo abbracciato sua moglie davanti a una bara chiusa. Avevo persino pianto per lui. Adesso qualcuno mi stava dicendo che forse avevo pianto per un uomo ancora vivo.
«Chi ha autorizzato l'esumazione?» domandai.
Bellini esitò. «Io.»
Lo guardai. «Quando?»
«Dopo aver sentito la registrazione.»
«Sono passati meno di quaranta minuti.»
«Avevo già una squadra che verificava Ferretti.»
Era una spiegazione plausibile. Proprio per questo mi spaventò. Da quando avevo letto l'avvertimento di Claudia, ogni risposta ragionevole sembrava nascondere qualcosa.
Elena indicò il messaggio sul mio tablet. «Qualcuno ci osserva dall'ospedale. Prima di parlare della bara dobbiamo capire chi ha scattato quella fotografia.»
Bellini chiamò la sicurezza, ma io gli afferrai il polso.
«Niente radio.»
Mi guardò sorpreso.
«Se uno dei vostri lavora per Serra, annunciare che stiamo cercando qualcuno significa avvertirlo.»
Fu Elena ad annuire per prima.
Il dottor Rinaldi entrò pochi minuti dopo e ci aiutò ad accedere alle registrazioni delle telecamere del piano. Alle 4:51, esattamente un minuto prima dell'arrivo del messaggio, una figura con camice sanitario e mascherina era comparsa nel corridoio. Non entrava nella mia stanza. Si fermava davanti alla porta, sollevava il telefono per pochi secondi e poi spariva verso la scala antincendio.
Rinaldi si avvicinò allo schermo.
«Quello non è un medico.»
«Come fa a saperlo?» chiese Elena.
«Il badge. I nostri badge hanno una fascia blu. Quello è completamente bianco.»
Bellini mandò due uomini alle scale senza spiegare perché. Non trovarono nessuno. Trovarono però il camice, la mascherina e il badge abbandonati al secondo piano. Sul retro del cartellino era stato scritto a penna un numero: 314.
Lo riconobbi prima ancora che Elena potesse chiedere.
«Cassetta di sicurezza.»
Il registro trovato nella chiavetta indicava proprio la cassetta 314.
Bellini voleva aspettare un mandato. Io sapevo che non avevamo tempo. Se qualcuno era entrato nell'ospedale soltanto per lasciarci quel numero, significava che voleva spingerci verso quella cassetta oppure impedirci di arrivarci troppo tardi. Entrambe le possibilità erano pericolose.
Alle sei del mattino Elena ricevette conferma: la cassetta si trovava presso la Banca Privata Aurelia, nel centro della città. L'accesso richiedeva una chiave fisica oltre all'autorizzazione biometrica.
«E noi non abbiamo la chiave», disse.
Mi tornò in mente la busta trovata nella giacca di Lorenzo.
«Controllate di nuovo i suoi effetti personali.»
Venti minuti dopo, un agente richiamò. Nel portachiavi sequestrato a Lorenzo c'era una piccola chiave senza marchio.
Bellini ed Elena partirono senza di me. Per la prima volta da quando Lorenzo era stato arrestato, rimasi sola con Rinaldi e una guardia davanti alla porta. Provai a dormire, ma continuavo a riascoltare mentalmente la voce di Paolo: Claudia, dammi il fascicolo.
Alle 7:38 arrivò una videochiamata cifrata da Elena.
La cassetta 314 era quasi vuota.
Conteneva soltanto una vecchia fotografia, un telefono spento e una busta indirizzata a me.
«Aprila», dissi.
Dentro c'era una lettera scritta a mano.
**Alessia, se sei arrivata fin qui significa che Lorenzo ha fallito. Non nel tentativo di ucciderti. Nel tentativo di costringerti a ricordare.**
Sentii un brivido attraversarmi.
Elena continuò a leggere.
**Il 47-B non è stato chiuso perché avevi scoperto troppo. È stato chiuso perché avevi trovato qualcosa senza capire cosa fosse. Claudia lo capì dopo di te. Paolo tentò di proteggerla. Non credere alla versione che ti hanno dato sulla sua morte. E soprattutto non credere che Lorenzo ti abbia sposata soltanto per controllarti.**
La frase successiva era stata sottolineata due volte.
**Chiediti perché, dopo tre anni, non ti ha mai uccisa.**
Mi sentii nauseata.
«Chi ha scritto quella lettera?»
Elena girò il foglio.
In fondo comparivano soltanto due iniziali.
**C.N.**
Claudia Neri.
Accanto alla lettera c'era la fotografia. Elena la avvicinò alla videocamera.
Ritraeva me all'interno dell'archivio B12, quattro anni prima. Stavo consegnando una cartella a un uomo fuori dall'inquadratura.
Sul retro Claudia aveva scritto:
**È qui che hai commesso l'errore.**
Non ricordavo quella fotografia. Peggio ancora, non ricordavo a chi avessi consegnato il fascicolo.
«Accendete il telefono», dissi.
Il vecchio cellulare della cassetta aveva ancora carica. Non appena Elena lo accese, apparve una sola registrazione video.
Sul display comparve Claudia.
Era più magra di come la ricordavo. Aveva i capelli cortissimi e guardava continuamente fuori campo.
«Alessia, ascoltami. Se stai vedendo questo, probabilmente credi che Paolo sia vivo.»
Mi irrigidii.
Claudia abbassò la voce.
«Non lo è.»
Bellini ed Elena si guardarono.
«Paolo è morto davvero. Ma qualcuno usa la sua identità da due anni: firme, documenti, accessi bancari. Vogliono che tu creda che sia sopravvissuto perché hanno bisogno che tu cerchi l'uomo sbagliato.»
Claudia si avvicinò alla videocamera.
«La notte prima che il 47-B venisse chiuso, tu trovasti il nome della persona che controllava Asteria. Me lo dicesti. La mattina dopo non ricordavi più quella conversazione.»
Mi portai una mano alla bocca.
Non poteva essere vero.
«Ti portarono in ospedale quella stessa notte», continuò Claudia. «Dissero che avevi avuto un incidente d'auto. Quando tornasti al lavoro, mancavano quasi sei ore nei tuoi ricordi.»
Improvvisamente sentii odore di pioggia.
Vetri infranti.
Una luce bianca.
Poi una voce maschile che diceva: «Guardami, Alessia.»
Un ricordo che non sapevo di avere.
Il video di Claudia proseguì.
«Lorenzo sa cosa accadde durante quelle sei ore. È per questo che ti ha sposata. Ma c'è qualcosa che neppure lui sa.»
Claudia guardò dietro di sé, terrorizzata.
«Io ho trovato la persona a cui consegnasti il fascicolo.»
Il video si interruppe.
Nello stesso istante il dottor Rinaldi, accanto al mio letto, fece cadere la tazza che teneva in mano.
Mi voltai.
Era diventato pallido.
«Dottore?»
Rinaldi fissava la fotografia dell'archivio B12 sul tablet.
Poi disse qualcosa che fece scomparire ogni rumore dalla stanza.
«Quella mano che prende il fascicolo... è la mia.»







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