Divertimento

Mio Marito Mi Picchiava Ogni Giorno Per Divertirsi — Ma Quando Il Medico Chiamò Il 112, Scoprì Che Avevo Preparato Tutto Da Tre Anni

Per alcuni secondi nessuno parlò. Elena teneva ancora la Polaroid tra le dita guantate, Bellini fissava la frase sul retro e io guardavo entrambi cercando di capire quale dei due avrei dovuto temere. Non fidarti della polizia. Uno di loro lavora per Serra. La cosa peggiore non era sapere che Claudia aveva previsto tutto. Era rendermi conto che quella fotografia era stata nascosta prima che sposassi Lorenzo. Claudia sapeva che lui si stava avvicinando a me e, per qualche ragione, non era riuscita ad avvertirmi direttamente.

«La chiavetta non si apre qui», disse Bellini. «La portiamo in laboratorio.»

«No.»

La mia risposta uscì più forte di quanto permettessero le costole doloranti. Bellini mi guardò.

«Se Claudia ha scritto quella frase, significa che sapeva che la prova sarebbe potuta finire nelle mani sbagliate.»

Elena abbassò lentamente la Polaroid. «Sta dicendo che non si fida di noi.»

«Sto dicendo che non so di chi fidarmi.»

Bellini serrò la mascella, ma non protestò. Fu proprio quella reazione a convincermi a continuare. Chiesi un computer non collegato alla rete. Dopo qualche esitazione, Elena ne fece portare uno utilizzato per la documentazione interna dell'ospedale e il tecnico scollegò fisicamente ogni connessione. Inserimmo la chiavetta.

Comparve una sola cartella protetta da password.

**MARGHERITA.**


Mi venne quasi da piangere.

«Che significa?» domandò Elena.

«Era il nome del bar davanti alla Procura dove io e Claudia facevamo colazione.»

La password non era Margherita. Claudia non avrebbe commesso un errore così semplice. Provai la data del nostro primo caso insieme. Niente. Il numero del fascicolo 47-B. Niente. Poi ricordai quello che ordinava ogni mattina, anche d'inverno.

«Granita al limone.»

Digitai granitalimone47.

La cartella si aprì.

C'erano ventitré documenti, fotografie di registri bancari e quattro registrazioni audio. Il primo file conteneva una tabella di pagamenti effettuati da Asteria Consulting. Alcuni nomi li conoscevo già dai documenti di Lorenzo. Altri erano nuovi. Funzionari pubblici. Imprenditori. Un avvocato. Due uomini delle forze dell'ordine identificati soltanto con iniziali.

**E.O.**

Sentii il sangue abbandonarmi il viso.


Guardai Elena.

Anche lei aveva visto.

«Elena Ortiz», dissi.

La sua mano si spostò lentamente lontano dal tablet.

Bellini fece un passo verso di lei.

«Non faccia sciocchezze.»

Elena non cercò la pistola. Tirò fuori invece il distintivo e lo posò sul tavolino accanto al letto.

«Mio padre si chiamava Esteban Ortiz.»

Bellini si fermò.

Elena indicò lo schermo. «Era ispettore della Guardia di Finanza. Morì cinque anni fa.»


«Perché il suo nome sarebbe qui?»

«Non lo so.»

La sua voce era cambiata. Per la prima volta da quando l'avevo incontrata, sembrava spaventata.

Aprii la registrazione audio più vecchia.

La voce di Claudia riempì la stanza.

«Se qualcuno sta ascoltando questo file, significa che non sono riuscita a fermarli. Asteria non è una società usata dai Mercuri. È il contrario. I Mercuri sono una delle famiglie utilizzate da Asteria.»

Mi aggrappai al lenzuolo.

Lorenzo non era al vertice.

Claudia continuò.

«Il sistema funziona attraverso persone apparentemente scollegate. Fondazioni, aziende, studi legali, funzionari. Serra protegge i fascicoli giudiziari, ma non credo sia lui a comandare. Ho trovato pagamenti che risalgono a prima che diventasse magistrato.»


La registrazione si interruppe improvvisamente.

Aprii il secondo file.

Questa volta sentimmo rumori di strada e il respiro affannoso di Claudia.

«Ho incontrato Lorenzo Mercuri. Sa chi è Alessia. Sa che sta lavorando sul 47-B. Gli ho detto di starle lontano.»

Mi si gelarono le mani.

Era la fotografia.

Claudia e Lorenzo nell'auto.

Per tre anni avevo immaginato che Lorenzo avesse organizzato il nostro incontro dall'inizio. Adesso scoprivo qualcosa di ancora più inquietante: Claudia lo aveva affrontato prima che lui entrasse nella mia vita.

«Perché non mi ha detto niente?» sussurrai.

La risposta arrivò pochi secondi dopo.


«Non posso avvertire Alessia. Serra controlla le comunicazioni dell'ufficio. E c'è qualcuno vicino a lei che riferisce ogni suo movimento.»

Bellini si chinò verso il computer.

«Chi?»

La registrazione terminò.

Il terzo audio era danneggiato. Il quarto durava soltanto diciannove secondi.

Partì la voce di un uomo.

Non quella di Lorenzo.

«Claudia, dammi il fascicolo e nessuno dovrà farsi male.»

Poi Claudia:

«È troppo tardi. Alessia ha già visto i numeri.»


Seguì un rumore secco, una portiera che si chiudeva, quindi silenzio.

Riconobbi la voce dell'uomo.

Paolo Ferretti.

L'uomo che mi aveva presentato Lorenzo.

L'uomo morto due anni prima.

Bellini ordinò immediatamente di verificare ogni dettaglio dell'incidente di Ferretti. Elena, intanto, continuò a scorrere i documenti. A un certo punto si fermò.

«Alessia.»

Indicò un foglio.

Era un registro di accessi a una cassetta di sicurezza privata intestata ad Asteria. L'ultimo accesso risaliva a sei giorni prima.

La firma era Paolo Ferretti.


«È impossibile», disse Bellini.

Il mio tablet vibrò.

Questa volta non era Lorenzo.

Un numero sconosciuto aveva inviato un messaggio con una fotografia scattata pochi secondi prima dall'esterno della mia stanza d'ospedale.

Nell'immagine si vedevano Elena, Bellini e me attorno al computer.

Sotto c'era scritto:

**Claudia aveva ragione. Avete già mostrato la chiavetta alla persona sbagliata.**

Alzai gli occhi verso la porta.

Nel corridoio non c'era più nessuno.

Poi il telefono di Bellini squillò.


Rispose senza distogliere lo sguardo da Elena.

Dall'altra parte una voce disse qualcosa che non riuscii a sentire.

Bellini impallidì.

«Hanno riesumato Ferretti», disse dopo aver chiuso la chiamata.

«E?»

Mi guardò.

«La bara è vuota.»

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