Guardai la mano del dottor Rinaldi, poi quella sfocata nella fotografia sullo schermo. Stesse dita lunghe, stessa piccola cicatrice vicino al pollice. Per un istante il dolore alle costole, Lorenzo, la polizza, perfino Claudia sembrarono allontanarsi. Rimase soltanto l'uomo che poche ore prima aveva riconosciuto i segni sul mio corpo e chiamato il 112. L'uomo che, secondo quella fotografia, era già entrato nella mia vita quattro anni prima.
«Lei mi conosceva.»
Rinaldi non rispose subito. Si sedette lentamente. «Sì.»
Elena, ancora collegata in videochiamata, irrigidì il volto. «Non dica altro. Stiamo tornando.»
«No», dissi. «Parli adesso.»
Rinaldi guardò la guardia fuori dalla porta, poi me. «Quattro anni fa non lavoravo al Santa Caterina. Ero specializzando al San Vittorio. Una notte arrivò una donna dopo un incidente automobilistico. Trauma cranico lieve, stato confusionale, vuoti di memoria.» Deglutì. «Era lei.»
Il ricordo mi attraversò come un lampo: pioggia sul parabrezza, qualcuno seduto accanto a me, un clacson, poi il buio.
«Perché le consegnai il fascicolo?»
«Non me lo consegnò in ospedale. Due giorni prima dell'incidente venne a cercarmi.»
«Perché?»
Rinaldi si passò una mano sul viso. «Perché mio padre era morto durante il terremoto di Valnera. La fondazione Mercuri aveva raccolto milioni per le famiglie colpite. Mia madre non ricevette mai il contributo promesso. Lei stava indagando su quel denaro.»
Il collegamento mi colpì con violenza. I fondi per le vittime delle calamità. Gli stessi milioni che avevo trovato nei conti di Lorenzo.
«Le diedi una copia del 47-B», dissi.
«Mi disse di conservarla nel caso fosse successo qualcosa.»
«Dov'è?»
Rinaldi abbassò gli occhi.
«Non ce l'ho più.»
La porta si aprì. Elena e Bellini entrarono quasi contemporaneamente. Bellini fece allontanare Rinaldi dal letto, ma io intervenni.
«Lasciatelo parlare.»
Rinaldi continuò. «La notte del suo incidente ero di turno. Arrivò accompagnata da un uomo che disse di essere suo collega.»
«Paolo?»
«No.»
Sentii il cuore accelerare.
«Serra?»
«Non lo avevo mai visto prima. Ma ricordo il volto.»
Bellini gli mostrò alcune fotografie sul telefono. Rinaldi scosse la testa davanti a Serra, Paolo e Lorenzo.
«Nessuno di loro.»
Elena si avvicinò. «Che cosa accadde quella notte?»
«L'uomo insisteva per restare con lei. Disse che era necessario perché era agitata. Poco dopo arrivò un altro medico, il professor Arturo Valenti. Era un neurologo molto rispettato. Mi ordinò di occuparmi di un altro paziente.»
Quel nome fece emergere qualcosa.
Arturo Valenti.
Lo avevo già visto.
Non sapevo dove.
Bellini fece una ricerca. «Valenti è morto diciotto mesi fa.»
Un altro morto.
Quella storia sembrava costruita sopra tombe che non riuscivamo più a considerare affidabili.
«La mattina dopo», proseguì Rinaldi, «lei non ricordava quasi nulla dell'incidente. Valenti disse che era normale. Ma quando la visitai, mi afferrò il camice e mi disse una frase.»
«Quale?»
Rinaldi mi guardò.
«Mi disse: “Se dimentico il nome, cerca la margherita.”»
Granita al limone. Bar Margherita. Claudia aveva costruito le password usando i nostri ricordi perché sapeva che qualcuno aveva cercato di cancellare i miei.
«E il fascicolo?» domandò Elena.
«Tre settimane dopo trovai casa mia aperta. Non mancava denaro. Era sparita soltanto la cartella.»
Bellini non sembrava convinto. «E non denunciò nulla?»
«Avevo ventinove anni. Mia madre ricevette una fotografia di me mentre uscivo dall'ospedale e un biglietto: La prossima volta perderà anche il figlio. Ebbi paura.»
Non potevo condannarlo per questo.
Conoscevo troppo bene quella paura.
Elena prese il vecchio telefono di Claudia e controllò nuovamente i file. «C'è qualcosa che non abbiamo visto.»
Il video non era terminato. Sembrava interrotto perché dopo le parole di Claudia seguivano quasi trenta secondi di schermo nero. Elena avanzò la registrazione.
Claudia ricomparve.
«Se Elia Rinaldi è con te quando guardi questo, ascoltalo. Non lavora per loro. Ma non sa tutto.»
Rinaldi chiuse gli occhi per un istante.
Claudia continuò.
«Il fascicolo che gli consegnasti era una copia incompleta. L'originale non è mai stato rubato perché non lo affidasti a nessuno.»
Mi inclinai verso lo schermo.
«Dove lo misi?»
Come se potesse sentirmi attraverso quattro anni, Claudia rispose:
«Lo nascondesti dove nessuno avrebbe cercato informazioni finanziarie: dentro la tua cartella clinica.»
Rinaldi si alzò di scatto.
«La cartella del San Vittorio.»
Bellini telefonò immediatamente all'ospedale. Ci vollero diciassette minuti per ottenere una risposta. La cartella esisteva ancora negli archivi cartacei. Ma qualcuno aveva richiesto di consultarla quella mattina alle 5:12.
«Chi?» domandò Bellini.
Dall'altro capo risposero con un nome.
**Dottor Arturo Valenti.**
L'uomo morto diciotto mesi prima.
Bellini ordinò di bloccare tutte le uscite del San Vittorio. Elena partì con lui. Io rimasi con Rinaldi, cercando di ricostruire le sei ore che mancavano nella mia memoria.
Poi il telefono di Claudia squillò.
Non avrebbe dovuto.
Era rimasto spento per anni e nessuno conosceva quel numero.
Rinaldi ed io ci guardammo.
Risposi.
Non parlò nessuno per qualche secondo. Sentii soltanto un respiro.
Poi una voce femminile disse:
«Alessia?»
Il sangue mi gelò.
Avrei riconosciuto quella voce ovunque.
«Claudia?»
Dall'altra parte scoppiò un singhiozzo soffocato.
«Non lasciare che Bellini trovi la cartella clinica.»
Mi alzai quasi dal letto nonostante il dolore.
«Dove sei?»
«Non posso dirtelo. Ascoltami. Bellini non lavora per Serra.»
Per un istante provai sollievo.
Poi Claudia aggiunse:
«È Serra che lavora per Bellini.»







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