Le dita di Edoardo erano strette attorno al mio polso.
Non abbastanza da farmi male, ma troppo saldamente perché potessi convincermi che fosse un riflesso. Rimasi piegata accanto al letto, con il biglietto ancora nell'altra mano e il respiro bloccato in gola. Guardai il suo volto. Gli occhi erano chiusi, il ritmo del monitor regolare, eppure sentivo chiaramente la pressione delle sue dita sulla pelle.
«Edoardo?» sussurrai.
La presa aumentò appena.
Fu allora che capii la cosa più inquietante: qualcuno aveva scritto quel messaggio, ma forse non era stato Edoardo. Un uomo che da nove mesi non apriva gli occhi non poteva aver usato una penna poche ore prima.
Voltai il biglietto. Sul retro c'era soltanto una piccola sigla: A.M.
Un rumore nel corridoio mi fece sobbalzare.
Nascosi immediatamente il foglio nella manica del pigiama. Quasi nello stesso istante Edoardo lasciò andare il mio polso. La porta si aprì e l'infermiera che avevo visto durante il matrimonio entrò portando una piccola borsa medica.
«Signora Torriani? È molto tardi.»
«Non riuscivo a dormire.»
La donna mi rivolse un sorriso cortese, ma qualcosa nel suo sguardo mi mise in allarme. Si chiamava Clara, ricordai. Si avvicinò al letto, controllò il monitor e preparò una siringa.
«Che cos'è?»
La sua mano si fermò.
«La terapia notturna del signor Torriani.»
«A cosa serve?»
Questa volta il sorriso scomparve.
«È stata prescritta dal medico.»
Non sapevo nulla di medicina, ma dopo ciò che Vittoria mi aveva detto non riuscivo più a considerare innocente nessun gesto. Guardai la siringa.
«Stanotte preferirei che non gliela somministrasse.»
Clara mi fissò.
«Non può decidere lei.»
«Sono sua moglie.»
Pronunciare quelle parole mi sembrò assurdo, ma ottennero l'effetto desiderato.
«Allora dovrà parlarne con il dottor Moretti», rispose freddamente. Ripose la siringa nella borsa e uscì.
Aspettai finché i suoi passi non scomparvero.
Poi guardai Edoardo.
«Spero di non averti appena fatto del male.»
Il suo indice si mosse lentamente contro il lenzuolo.
Una volta.
Mi avvicinai.
«Riesci a sentirmi?»
Un altro movimento.
Mi venne un'idea folle.
«Una volta significa sì?»
Il dito si mosse.
Sentii le gambe diventare deboli.
«Due volte significa no?»
Due piccoli movimenti.
Mi portai una mano alla bocca. Non era possibile. Eppure stava accadendo.
«Edoardo... sei cosciente?»
Una volta.
Le lacrime mi riempirono gli occhi, ma la paura arrivò prima della gioia. Se era cosciente, da quanto tempo lo era? Giorni? Settimane? E soprattutto, perché nessuno lo sapeva?
Presi il biglietto dalla manica.
«Hai scritto tu questo?»
Due movimenti.
Il sangue mi si gelò.
«Sai chi l'ha scritto?»
Una volta.
«È qualcuno di questa casa?»
Una volta.
Stavo per chiedergli altro quando il monitor cambiò ritmo. Edoardo sembrò irrigidirsi e il suo respiro divenne più rapido.
«Va bene. Basta.»
Gli presi la mano.
«Non devi sforzarti.»
Poco dopo tornò immobile.
Quella notte non dormii.
La mattina seguente trovai Vittoria nella veranda affacciata sul lago. Stava bevendo il caffè come se il mondo non contenesse segreti.
Posai davanti a lei il biglietto.
Per la prima volta da quando l'avevo conosciuta, il suo controllo vacillò.
«Dove l'hai trovato?»
«Nel comodino di Edoardo.»
Vittoria prese il foglio e impallidì vedendo le iniziali.
«Chi è A.M.?»
Lei non rispose.
«Edoardo comunica con me.»
La tazzina urtò il piattino.
«Cosa hai detto?»
Le spiegai il sistema del dito. Vittoria si alzò immediatamente.
«Non farlo mai davanti al personale.»
«Perché?»
«Perché nove mesi fa mio nipote non ha semplicemente avuto un incidente.»
Quelle parole mi immobilizzarono.
«Mi avevano detto che era caduto con l'auto.»
«È quello che risulta ufficialmente.»
Vittoria guardò verso la porta prima di continuare.
«Tre giorni prima dell'incidente, Edoardo mi disse di aver scoperto trasferimenti illegali per milioni di euro attraverso alcune società del gruppo Torriani. Stava preparando qualcosa da consegnare alla procura.»
«E Lorenzo?»
«Edoardo sospettava di lui. Ma non aveva ancora le prove.»
Indicai il biglietto.
«E A.M.?»
Vittoria chiuse gli occhi per un istante.
«Andrea Moretti.»
Il medico di Edoardo.
La stessa persona che aveva prescritto la terapia notturna.
«Perché dovrebbe avvertirmi di non fidarmi di Lorenzo?»
«È proprio questo che non capisco.»
Un rumore alle nostre spalle ci interruppe.
Lorenzo era sulla soglia.
«Che conversazione seria.»
Vittoria piegò rapidamente il biglietto nel palmo.
Lorenzo mi sorrise.
«Spero che la nostra nuova sposa abbia dormito bene.»
«Benissimo.»
Mentire mi riuscì sorprendentemente facile.
Lui mi osservò per qualche secondo di troppo, poi disse: «Tuo padre è arrivato.»
Mi alzai di scatto.
Mio padre mi aspettava nello studio. Non appena entrai, chiuse la porta.
«Hai fatto qualcosa alla terapia di Edoardo stanotte?»
Mi fermai.
«Come fai a saperlo?»
Non rispose subito.
Fu sufficiente.
«Papà... con chi stai parlando in questa casa?»
«Giulia, ascoltami. Devi smettere di fare domande.»
«Tu sapevi qualcosa dell'incidente?»
Il colore gli sparì dal volto.
«Chi ti ha parlato dell'incidente?»
Quella reazione mi fece più paura di qualsiasi risposta.
«Che cosa mi hai nascosto?»
Mio padre si passò entrambe le mani sul viso.
«Pensavo che sarebbe stato soltanto un matrimonio. Pensavo che nessuno ti avrebbe coinvolta.»
«Coinvolta in cosa?»
Si avvicinò e abbassò la voce.
«I miei debiti non sono stati comprati dalla famiglia Torriani.»
«Cosa significa?»
«Qualcuno li ha acquistati mesi fa attraverso una società anonima. Poi quella persona mi ha offerto l'accordo.»
Mi sentii mancare.
«Chi?»
Mio padre mi guardò con gli occhi pieni di vergogna.
«Non l'ho mai incontrato. Ricevevo istruzioni.»
«Da chi?»
Prima che potesse rispondere, qualcuno bussò violentemente alla porta.
Mio padre sobbalzò.
«Non dire a nessuno che ti ho raccontato questo.»
La porta si aprì. Lorenzo entrò senza aspettare il permesso.
«Tutto bene?»
Mio padre annuì troppo in fretta.
Quella sera tornai da Edoardo con ancora più domande. Chiusi la porta a chiave e mi sedetti accanto al letto.
«Devo chiederti una cosa.»
Il suo dito si mosse.
«Conosci mio padre?»
Una volta.
Mi si fermò il respiro.
«Lo conoscevi prima dell'incidente?»
Una volta.
Mi alzai lentamente dalla sedia.
«È stato mio padre a organizzare questo matrimonio?»
Due volte.
«Allora sei stato tu?»
Per diversi secondi Edoardo non reagì.
Poi il dito si mosse.
Una volta.
Rimasi a fissarlo, incapace di parlare.
Il mio matrimonio non era stato soltanto un accordo nato dalla disperazione di mio padre.
Edoardo aveva voluto che fossi io.
«Perché?» sussurrai.
Naturalmente non poteva rispondermi.
Poi vidi qualcosa.
Una lacrima scivolò lentamente dall'angolo del suo occhio.
Mi avvicinai, sconvolta, e in quel momento le sue labbra si mossero.
All'inizio uscì soltanto aria.
Poi una voce ruvida, quasi inesistente, pronunciò due parole.
«Tua madre.»
Mi irrigidii.
Edoardo raccolse ogni briciolo di forza rimasta e riuscì a sussurrare ancora:
«Era... con me.»
Il monitor accelerò.
Io non respiravo più.
Mia madre era morta due anni prima.
E l'incidente di Edoardo era avvenuto soltanto nove mesi prima.







No comments yet