Divertimento

Mio Padre Mi Costrinse A Sposare Un Erede Miliardario In Coma Da Nove Mesi — Ma La Prima Notte Mi Strinse La Mano E Mi Avvertì Di Non Fidarmi Di Nessuno

Per qualche secondo rimasi a fissare la mia firma falsificata senza riuscire a comprendere ciò che stavo leggendo. Poi qualcosa dentro di me si spezzò.

«Quando l'hanno portato via?»

«Quaranta minuti fa», rispose Clara. «Due sanitari sono arrivati con l'autorizzazione. Il documento risultava regolare.»

«E Vittoria?»

«È partita dieci minuti dopo. Non riesco più a contattarla.»

Presi il telefono e chiamai immediatamente Vittoria. Spento. Moretti non rispondeva. Mio padre nemmeno.

Quaranta minuti.

La clinica era oltre il confine. Se avessi perso tempo con la polizia, chi aveva organizzato tutto avrebbe potuto spostare Edoardo nuovamente.

Poi ricordai il telefono trovato nella cassetta di sicurezza.

Chiamai Alessandro.


Rispose subito.

«Hanno preso Edoardo.»

Seguì un silenzio brevissimo.

«Dove?»

Gli dissi il nome della clinica.

«Non andarci da sola.»

«Mia madre è stata scoperta. Anche lei era in Svizzera.»

«Giulia, ascoltami. Quella clinica non è una clinica.»

«Che significa?»

«È il luogo dove diciotto anni fa fecero morire Beatrice sulla carta.»


Un'ora dopo incontrai Alessandro vicino a Como. Durante il viaggio mi spiegò ciò che Edoardo aveva scoperto prima dell'incidente. La clinica apparteneva indirettamente a una società controllata attraverso la Fondazione Aurora. Documenti falsi, certificati medici, identità cancellate: per anni qualcuno aveva usato quella struttura per far sparire persone che rappresentavano un problema.

«Perché Edoardo non ha denunciato tutto?»

«Perché mancava il nome del beneficiario finale.»

«Lorenzo.»

Alessandro scosse la testa.

«Lorenzo riceveva denaro. Ma non comandava.»

Quella risposta mi riportò alle parole di mia madre: non fidarti dell'uomo che ti ha cresciuta.

«Chi comandava?»

«Elena lo scoprì.»

«E mio padre biologico?»


Alessandro strinse il volante.

«Le due domande potrebbero avere la stessa risposta.»

Lo fissai.

«Sai chi è.»

«So chi sospettava Edoardo.»

«Dimmi il nome.»

«Voglio che sia Edoardo a dirtelo. Se io sbaglio, distruggo la tua famiglia per niente.»

Arrivammo alla clinica poco prima del tramonto. Era un edificio isolato tra gli alberi, troppo elegante per sembrare un ospedale. Alessandro conosceva un ingresso di servizio.

Dentro regnava un silenzio innaturale.

Trovammo la stanza indicata nei documenti.


Vuota.

Sul letto c'erano ancora le cinghie utilizzate per il trasporto e una flebo appena rimossa.

«Siamo arrivati tardi.»

Poi sentii tre colpi provenire dalla parete.

Mi voltai.

Tre altri colpi.

Alessandro aprì una porta laterale che sembrava un armadio.

Dietro c'era un piccolo corridoio.

Edoardo era su una barella.

Accanto a lui c'era Vittoria.


«Giulia!»

Corsi verso mio marito. Era pallido, ma cosciente. I suoi occhi erano socchiusi.

Per la prima volta li vidi davvero.

Grigio-verdi.

Vivi.

«Mi... hai trovato», mormorò.

Mi piegai su di lui, incapace di trattenere le lacrime.

«Questa volta non ti lascio.»

Vittoria ci interruppe.

«Dobbiamo uscire. Chi ha organizzato il trasferimento sa che siamo qui.»


«Come sei arrivata prima di noi?»

«Ho seguito l'ambulanza.»

«Chi ha falsificato la mia firma?»

Vittoria non rispose.

Edoardo sollevò debolmente una mano.

«Lorenzo.»

«Ma Lorenzo non è quello che comanda», dissi.

Gli occhi di Edoardo si spostarono su Alessandro.

«Hai... trovato Elena?»

Alessandro abbassò lo sguardo.


«L'avevano già spostata.»

«Mia madre è viva», dissi. «Ho parlato con lei.»

Edoardo chiuse gli occhi, quasi sollevato.

«Allora... c'è ancora tempo.»

Un rumore di passi arrivò dal corridoio principale.

Alessandro ci fece passare attraverso un'uscita posteriore. Vittoria spinse la barella mentre io tenevo la mano di Edoardo.

Raggiungemmo una vecchia casa sul lago appartenuta ad Alessandro. Lì Edoardo riuscì finalmente a parlare per qualche minuto senza essere interrotto.

«L'incidente», disse lentamente, «non era destinato a uccidermi.»

«Volevano mantenerti incapace di parlare.»

Annuì.


«Avevo copiato i documenti. Loro volevano sapere dove fossero.»

«Chi era in macchina con te?»

«Beatrice.»

Vittoria si coprì la bocca.

«Dov'è mia figlia?»

«Non lo so. Dopo l'incidente... non l'ho più vista.»

Gli mostrai la fotografia trovata nella cassetta, quella con il volto strappato.

«Conosci quest'uomo?»

Edoardo la osservò a lungo.

Poi guardò me.


«Sì.»

«È mio padre?»

Annuì.

Il cuore mi martellava.

«Dimmi chi è.»

Edoardo cercò di parlare, ma Alessandro improvvisamente si voltò verso la finestra.

Fari.

Un'auto si era fermata davanti alla casa.

«Nessuno sapeva che eravamo qui», disse.

La porta si aprì.


Entrò mio padre.

«Giulia.»

Mi alzai.

«Come ci hai trovati?»

Carlo aveva il volto sconvolto.

«Vittoria mi ha mandato la posizione.»

Mi voltai verso di lei.

«Perché?»

«Perché doveva essere qui quando avresti saputo.»

Carlo posò sul tavolo una cartella.

«Ho trovato qualcosa tra le cose di Elena.»

Dentro c'era il mio certificato di nascita originale.

Alla voce relativa al padre non compariva Carlo Conti.

Compariva un nome che conoscevo.

**Marcello De Santis.**

«Chi è?» chiesi.

Carlo si sedette.

«L'uomo che ha fondato la Fondazione Aurora.»

Alessandro diventò pallido.

«Non può essere.»

«Perché?»

Fu Edoardo a rispondere.

«Perché Marcello De Santis è morto venticinque anni fa.»

Guardai la mia data di nascita.

Avevo ventisette anni.

Impossibile.

Carlo aprì un secondo documento.

«Quello era il nome che usava pubblicamente. Ma non era il suo vero nome.»

La porta dietro di noi si chiuse lentamente.

Una voce maschile arrivò dall'ingresso.

«Credo che questa parte spetti a me.»

Conoscevo quella voce.

L'avevo sentita poche ore prima, quando avevo chiamato Moretti senza ricevere risposta.

Il dottor Andrea Moretti entrò nella stanza.

Ma Edoardo, vedendolo, non mostrò paura.

Guardò me.

«Giulia...»

Deglutì con fatica.

«Lui è tuo padre.»

Moretti non negò.

Estrasse lentamente dalla tasca una vecchia fotografia di mia madre e la posò sul tavolo.

«E se volete sapere chi ha cercato di uccidere Edoardo», disse, «dovete smettere di guardare Lorenzo.»

Poi rivolse gli occhi verso Vittoria.

«Perché la persona che ha iniziato tutto questo è già in questa stanza.»

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