Divertimento

Mio Padre Mi Costrinse A Sposare Un Erede Miliardario In Coma Da Nove Mesi — Ma La Prima Notte Mi Strinse La Mano E Mi Avvertì Di Non Fidarmi Di Nessuno

«È viva.»

La voce di Edoardo era poco più di un soffio, ma nella stanza ebbe l'effetto di un'esplosione. Vittoria rimase immobile accanto al letto, il volto improvvisamente privo di colore. Io continuavo a stringere la mano di Edoardo, quasi temendo che quelle due parole gli avessero consumato tutte le forze rimaste.

«Edoardo», disse Vittoria avvicinandosi. «Hai visto Beatrice?»

Le sue labbra si mossero, ma non uscì alcun suono.

«Non costringerlo», dissi.

Vittoria si voltò verso di me. Per la prima volta non vidi la matriarca dei Torriani. Vidi una madre spaventata.

«Ho seppellito mia figlia diciotto anni fa.»

«Hai visto il corpo?»

La domanda uscì prima che potessi fermarla.

Vittoria abbassò gli occhi.


«La bara era chiusa.»

Il silenzio che seguì mi fece capire quanto quella risposta fosse terribile.

Beatrice, spiegò Vittoria, aveva ventinove anni quando la sua automobile precipitò lungo una strada di montagna in Svizzera. L'incendio rese impossibile il riconoscimento visivo. L'identificazione avvenne attraverso documenti personali e analisi gestite da persone vicine alla famiglia.

«Chi si occupò delle procedure?» chiesi.

Vittoria esitò.

«Il padre di Lorenzo.»

«Dov'è adesso?»

«Morto sei anni fa.»

Guardai il vecchio telefono.

«E diciotto anni dopo Beatrice compare nella registrazione di Edoardo.»


Vittoria si sedette lentamente.

«Se quella è davvero la sua voce, qualcuno mi ha fatto credere che mia figlia fosse morta per quasi vent'anni.»

Il telefono vibrò improvvisamente.

Sul display comparve una notifica impossibile: messaggio ricevuto.

Il dispositivo era rimasto spento per nove mesi, ma collegandolo alla rete aveva scaricato un messaggio programmato.

Nessun mittente. Soltanto coordinate e quattro parole:

**Porta Giulia. Solo Giulia.**

Vittoria voleva chiamare immediatamente la sicurezza.

«No.»

«Potrebbe essere una trappola.»


«Probabilmente lo è. Ma chiunque abbia mandato questo messaggio conosceva il telefono di Edoardo e sapeva che un giorno sarebbe stato riacceso.»

Guardai mio marito.

Il suo indice si mosse una volta.

Sì.

Le coordinate conducevano a un vecchio deposito nautico sul lato orientale del lago. Lo stesso luogo menzionato nella registrazione.

Partii poco dopo l'alba senza avvertire Lorenzo. Vittoria insistette perché un uomo della sua sicurezza mi seguisse a distanza, ma quando arrivai trovai il deposito apparentemente abbandonato.

La porta era aperta.

«Alessandro?»

Nessuna risposta.

Dentro c'erano vecchie barche coperte da teli e scaffali arrugginiti. Su un tavolo vidi una fotografia.


La presi.

Mia madre, Edoardo e Alessandro Monti erano insieme.

Dietro di loro c'era una quarta persona.

Una donna dai capelli scuri.

Sul retro era scritto: B. – 14 ottobre.

«Giulia Conti.»

Mi voltai.

Un uomo uscì dall'ombra. Riconobbi Alessandro dalla fotografia, anche se adesso aveva la barba e sembrava molto più vecchio.

«Lei ha scritto il biglietto.»

«Sì.»


«Come è entrato nella villa?»

«Non ci sono entrato. L'avevo nascosto nel taccuino nove mesi fa.»

Quindi l'inchiostro non era fresco come avevo creduto.

«Beatrice è viva?»

Alessandro annuì.

«Perché tutti la credono morta?»

«Perché diciotto anni fa scoprì che qualcuno stava costruendo una rete di società per sottrarre denaro al gruppo Torriani. Quando cercò di denunciarlo, fecero sparire lei invece delle prove.»

«Chi?»

«Non lo sapevamo. Fino a quando tua madre non trovò il collegamento.»

Il mio cuore accelerò.


«Mia madre sapeva chi c'era dietro tutto?»

«Sì.»

«Allora ditemelo.»

Alessandro mi guardò con tristezza.

«Non posso. Non ancora.»

«Sono stanca di sentirmelo dire.»

«Perché se pronuncio quel nome senza consegnarti le prove, morirò come Elena.»

La rabbia mi abbandonò.

«Mia madre non è morta in un incidente, vero?»

Alessandro non rispose direttamente.


«Elena avrebbe dovuto incontrare Edoardo la sera in cui morì. Non arrivò mai.»

Mi porse una piccola chiave.

«Questa apre una cassetta di sicurezza a Lugano. Dentro c'è ciò che tua madre riuscì a salvare.»

«E Beatrice?»

«È lei che custodisce la cassetta.»

Prima che potessi chiedere altro, il telefono di Alessandro vibrò. Lesse il messaggio e impallidì.

«Devi andartene.»

«Perché?»

«Qualcuno ti ha seguita.»

Udii un'automobile fermarsi fuori.


Alessandro mi spinse verso una porta posteriore.

«Non tornare alla villa con quella chiave.»

«E Edoardo?»

«Se sta comunicando, non lasciarlo mai solo con chi controllava la sua terapia prima del matrimonio.»

Pensai a Clara. Moretti. Lorenzo. Ma Edoardo aveva escluso tutti e tre.

«Chi?»

Alessandro aprì la porta posteriore.

«Chiediti chi aveva accesso alla villa senza appartenere alla famiglia.»

Poi scomparve tra gli alberi.

Riuscii a tornare alla macchina senza essere vista. Quando raggiunsi la strada principale chiamai Vittoria.


Nessuna risposta.

Chiamai ancora.

Niente.

Poi arrivò una telefonata da mio padre.

«Giulia, dove sei?»

«Perché?»

«Sono alla villa. Edoardo ha avuto un'altra crisi.»

Il sangue mi si gelò.

«Chi era con lui?»

Silenzio.


«Papà, chi era con Edoardo?»

«Io.»

Quella parola mi colpì come uno schiaffo.

Guidai verso la villa, ma a metà strada ricordai ciò che Alessandro aveva detto: qualcuno che aveva accesso senza appartenere alla famiglia.

Mio padre.

Quando entrai nella camera di Edoardo, Carlo era accanto al letto. Vittoria discuteva con Moretti nel corridoio.

«Allontanati da lui.»

Mio padre mi guardò sconvolto.

«Giulia?»

«Che cosa gli hai fatto?»

«Niente.»

«Perché eri qui?»

Carlo abbassò lo sguardo.

«Qualcuno mi ha chiamato.»

«Chi?»

«Una donna.»

Sentii il cuore fermarsi.

«Che cosa voleva?»

Mio padre infilò lentamente una mano nella tasca della giacca e tirò fuori una busta.

«Mi ha detto di consegnarti questa.»

Sulla busta c'era il mio nome scritto a mano.

Conoscevo quella grafia.

Avevo visto migliaia di volte quelle lettere sui biglietti lasciati sul frigorifero, sulle cartoline di compleanno, sui quaderni della mia infanzia.

Era la grafia di mia madre.

Aprii la busta con le mani tremanti.

Dentro c'era una fotografia recente.

Una donna sedeva davanti a una finestra, con i capelli più corti e il volto segnato dagli anni.

Ma avrei riconosciuto quegli occhi ovunque.

Elena Conti.

Mia madre.

Sul retro erano state scritte soltanto tre righe:

**Non sono morta.**

**Non fidarti dell'uomo che ti ha cresciuta.**

**E soprattutto, non dirgli chi è tuo vero padre.**

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