Per qualche secondo continuai a sorridere a Riccardo, anche se dentro di me tutto si era fermato.
TUO PADRE HA CAUSATO L'INCIDENTE.
Quelle cinque parole sullo specchio sembravano bruciare più dello champagne versato sul tappeto.
Non potevo distogliere lo sguardo.
Mio padre.
L'uomo che mi aveva praticamente venduta a quella famiglia per cancellare i nostri debiti.
L'uomo che aveva insistito perché sposassi Alessandro.
L'uomo che mi aveva assicurato che quell'accordo avrebbe salvato tutti.
Riccardo si rialzò lentamente.
«Ti senti bene?»
Mi costrinsi a ridere.
«Ho appena rovesciato champagne su un tappeto che probabilmente costa più della casa in cui sono cresciuta. Direi di no.»
Lui mi studiò per qualche secondo.
Poi guardò Alessandro.
Il mio cuore accelerò.
Gli occhi di mio marito erano di nuovo chiusi.
«Dovresti riposare», disse Riccardo. «Questa casa può essere... opprimente, all'inizio.»
C'era qualcosa nel modo in cui pronunciò quell'ultima parola che assomigliava a una minaccia.
«Buonanotte, Riccardo.»
Il suo sorriso tornò.
«Buonanotte, cugina.»
Aspettai finché i suoi passi non scomparvero lungo il corridoio.
Poi chiusi la porta.
Mi voltai verso Alessandro.
I suoi occhi erano già aperti.
«Che significa?» sussurrai, indicando lo specchio. «Prima mi hai detto che Riccardo ha manomesso i freni. Adesso qualcuno sostiene che sia stato mio padre.»
Alessandro inspirò lentamente.
Parlare sembrava costargli uno sforzo enorme.
«Non ho scritto io quella frase.»
Sentii un brivido corrermi lungo la schiena.
«Allora chi l'ha fatto?»
«Non lo so.»
Mi avvicinai allo specchio.
Le lettere erano quasi invisibili, tracciate con qualcosa di trasparente che diventava leggibile soltanto grazie alla luce proveniente dalla lampada accanto al letto.
Passai un dito sulla superficie.
La scritta era asciutta.
Non era stata fatta da pochi minuti.
Era lì da prima.
Forse da ore.
Forse da giorni.
«Alessandro, mio padre ti conosceva prima dell'incidente?»
Lui esitò.
Quella pausa mi fece più paura della risposta.
«Sì.»
Mi voltai di scatto.
«Quanto bene?»
«Non abbastanza da essere amici.»
«Non è una risposta.»
Alessandro chiuse gli occhi per un istante.
«Tuo padre lavorava per una società che aveva contratti con il gruppo Rinaldi.»
Il pavimento sembrò inclinarsi sotto i miei piedi.
«Non me l'ha mai detto.»
«Probabilmente non voleva che lo sapessi.»
«Perché?»
Alessandro mi guardò.
«Perché tre settimane prima del mio incidente è stato licenziato.»
Non riuscii a parlare.
Tre settimane.
Lo stesso periodo in cui, secondo mio padre, erano cominciati i problemi finanziari più gravi.
«Per quale motivo?»
«Irregolarità nei pagamenti.»
«Stai dicendo che mio padre rubava?»
«Sto dicendo che qualcuno usava il suo accesso per spostare denaro. Non so se fosse lui.»
Quelle parole avrebbero dovuto rassicurarmi.
Non lo fecero.
Mi sedetti accanto al letto.
Improvvisamente ricordai tutte le volte in cui avevo chiesto a mio padre da dove provenissero i debiti.
Aveva sempre risposto allo stesso modo.
Investimenti sbagliati.
Un'attività fallita.
Prestiti accumulati dopo la morte di mia madre.
Non aveva mai nominato i Rinaldi.
«Perché hai accettato il matrimonio?» domandai.
Alessandro sollevò appena un sopracciglio.
«Ero in coma.»
Nonostante tutto, quasi sorrisi.
«Sai cosa intendo. Perché la tua famiglia ha scelto proprio me?»
Il suo sguardo cambiò.
«Questa è la domanda che dovresti fare a mia nonna.»
Prima che potessi rispondere, un suono metallico arrivò dal corridoio.
Entrambi ci immobilizzammo.
La maniglia della porta si abbassò lentamente.
Spensi la lampada.
La porta si aprì di pochi centimetri.
Una figura rimase ferma dall'altra parte.
Poi qualcuno la richiuse.
Nessuno entrò.
Aspettai quasi un minuto prima di riuscire a respirare normalmente.
«Riccardo?» sussurrai.
Alessandro scosse appena la testa.
«Troppo prudente per controllare personalmente.»
«L'infermiera.»
Questa volta non negò.
Guardai la flebo.
«Quanto di quello che ti somministra serve davvero?»
«Non lo so.»
«Allora dobbiamo scoprirlo.»
Mi avvicinai al comodino e presi il telefono.
Alessandro mi fermò di nuovo.
«Se cerchi i farmaci usando la rete della villa, potrebbero accorgersene.»
«Hai un'idea migliore?»
Il suo sguardo si spostò verso la libreria dall'altra parte della stanza.
«Terzo ripiano. Libro verde.»
Rimasi a fissarlo.
«Naturalmente il miliardario in coma ha un nascondiglio segreto.»
Per la prima volta vidi qualcosa simile a un sorriso sulle sue labbra.
Presi il libro.
Dietro c'era un piccolo pannello.
Lo aprii.
All'interno trovai un vecchio telefono, completamente spento, e una chiave.
«Il telefono non è collegato alla rete della casa», spiegò. «Lo usavo per questioni private.»
Lo accesi.
Batteria al quarantadue per cento.
Nessuna scheda SIM.
Ma c'erano fotografie, documenti e registrazioni salvate in memoria.
«Cosa devo cercare?»
«Cartella chiamata Bellagio.»
La trovai.
Dentro c'erano fotografie scattate settimane prima dell'incidente.
Contratti.
Estratti conto.
Email stampate.
Poi vidi un nome.
Mio padre.
GIULIO CONTI.
Sentii lo stomaco chiudersi.
Aprii il documento.
Era una richiesta di pagamento per una società che non avevo mai sentito nominare.
Sotto, una firma digitale.
Quella di mio padre.
«Alessandro...»
«Guarda la data.»
La lessi.
Due giorni prima dell'incidente.
«Che significa?»
«Quel pagamento non era autorizzato.»
Scorsi più in basso.
La cifra era enorme.
Quasi ottocentomila euro.
«Pensavi fosse stato mio padre?»
«All'inizio.»
«E poi?»
«Poi ho scoperto che l'account che aveva approvato il trasferimento apparteneva a Riccardo.»
Mi si gelò il sangue.
«Quindi Riccardo stava usando mio padre.»
«O lavoravano insieme.»
La frase mi colpì come uno schiaffo.
Volevo difenderlo.
Dire che mio padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere.
Ma avevo appena sposato un uomo in coma per cancellare debiti che lui non mi aveva mai spiegato.
Quante altre cose mi aveva nascosto?
Aprii una seconda fotografia.
Mostrava Alessandro davanti a un parcheggio sotterraneo.
Accanto a lui c'era mio padre.
Stavano discutendo.
Sul retro dell'immagine era stata annotata una data.
La sera prima dell'incidente.
«Chi ha scattato questa foto?»
Alessandro fissò lo schermo.
«Non l'avevo mai vista.»
Mi voltai verso di lui.
«Ma era nel tuo telefono.»
«No.»
Il silenzio diventò improvvisamente soffocante.
Guardai di nuovo il dispositivo.
Qualcuno aveva avuto accesso al nascondiglio.
Qualcuno aveva inserito quella fotografia.
Forse la stessa persona che aveva scritto sullo specchio.
Poi sentimmo un rumore fuori dalla porta.
Questa volta era più vicino.
Rapido.
Deciso.
Spensi immediatamente il telefono e lo nascosi dietro la schiena.
La porta si aprì.
Beatrice Rinaldi entrò senza bussare.
Il suo sguardo passò da me ad Alessandro.
Poi alla libreria aperta.
Non mostrò sorpresa.
«Finalmente», disse.
Mi alzai.
«Finalmente cosa?»
Beatrice chiuse la porta a chiave.
Poi guardò suo nipote.
«Finalmente hai smesso di fingere di essere incosciente.»
Alessandro impallidì.
Io strinsi il telefono tra le dita.
Beatrice fece un passo verso di noi.
«Se volete arrivare vivi a dopodomani», disse piano, «dovete smettere di nascondermi quello che avete trovato.»
Posò una cartellina sul letto.
Sulla copertina c'era il nome di mio padre.
Ma sotto non c'era scritto “dipendente”.
C'era scritto:
TESTIMONE PROTETTO.







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