Per alcuni secondi nessuno parlò.
Il silenzio nella stanza era diventato diverso.
Non era più il silenzio di persone che cercavano una risposta.
Era il silenzio di persone che avevano improvvisamente iniziato a sospettare l'una dell'altra.
Guardai Beatrice.
Lei capì immediatamente.
«Non osare.»
«Non ho ancora detto niente.»
«Non serve.»
Alessandro inspirò lentamente.
«Nonna.»
Beatrice si voltò verso di lui.
«Tu mi conosci da quando sei nato.»
«È esattamente quello che ha detto Giulio.»
Il volto della donna cambiò.
Soltanto per un istante.
Ma lo vidi.
Paura.
Non rabbia.
Paura.
«Voglio sapere tutto», dissi. «Adesso.»
Beatrice si raddrizzò.
«Non ho ordinato l'incidente.»
«Non te l'ho chiesto.»
Questa volta non rispose.
Alessandro cercò di sollevarsi leggermente.
Il suo corpo era ancora troppo debole e ricadde sui cuscini.
«Hai nascosto qualcosa?»
Beatrice serrò le labbra.
Quella esitazione bastò.
«Fuori», dissi.
Mi guardò come se non avesse capito.
«Come, prego?»
«Finché non sapremo se possiamo fidarci di te, non resterai sola con Alessandro.»
«Questa è casa mia.»
«E quello è mio marito.»
Le parole uscirono prima che potessi pensarci.
Alessandro mi guardò.
Beatrice fece lo stesso.
Per la prima volta da quando ero entrata nella villa, nessuno dei due cercò di correggermi.
Beatrice prese lentamente la cartellina dal letto.
«State commettendo un errore.»
«Può darsi.»
Aprii la porta.
«Ma almeno sarà il nostro.»
Lei uscì senza aggiungere altro.
Chiusi a chiave.
Soltanto allora mi accorsi che stavo tremando.
Alessandro mi osservò in silenzio.
«Sei sempre così diplomatica?»
Lo guardai.
«Hai appena scoperto che qualcuno nella tua famiglia potrebbe averti quasi ucciso. Non è il momento di essere spiritoso.»
«È l'unico modo che ho per non impazzire.»
Quella risposta spense immediatamente la mia rabbia.
Mi sedetti accanto al letto.
Per la prima volta non vidi il miliardario.
Non vidi l'erede dei Rinaldi.
Vidi un uomo che si era svegliato dopo nove mesi e non sapeva più chi fosse dalla sua parte.
«Alessandro, c'è qualcosa che non mi hai detto su Beatrice?»
Lui rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi capire che la risposta era sì.
«La sera prima dell'incidente litigammo.»
«Per Riccardo?»
«Sì.»
«Che cosa ti disse?»
Alessandro chiuse gli occhi, come se stesse ricostruendo quel ricordo.
«Avevo scoperto i trasferimenti sospetti. Volevo convocare il consiglio e sospendere Riccardo immediatamente.»
«E tua nonna si oppose.»
«Mi disse di aspettare.»
«Perché?»
«Per proteggere il nome della famiglia.»
Mi lasciai sfuggire un'amara risata.
«Naturalmente.»
«Credevo volesse soltanto evitare uno scandalo.»
«E adesso?»
Alessandro riaprì gli occhi.
«Adesso non lo so.»
Prendemmo il vecchio telefono.
Cercammo tra i file salvati prima dell'incidente.
Email.
Appunti.
Fotografie.
Contratti.
Dopo quasi venti minuti trovai una registrazione vocale datata il giorno precedente allo schianto.
La voce di Alessandro era più forte, sicura.
Quella di Beatrice era inconfondibile.
«Se denunci Riccardo domani, distruggerai questa famiglia.»
«Se non lo denuncio, continuerà a rubare.»
«Dammi quarantotto ore.»
«Per fare cosa?»
Seguì una pausa.
Poi Beatrice disse:
«Per sistemare ciò che avrei dovuto sistemare anni fa.»
La registrazione terminava lì.
Alessandro impallidì.
«Non ricordavo di averla registrata.»
«Che cosa poteva voler dire?»
«Non lo so.»
Un colpo alla porta ci fece sobbalzare.
«Maddalena.»
Era Elena.
Aprii soltanto di pochi centimetri.
L'infermiera sembrava terrorizzata.
«Riccardo sta controllando le registrazioni delle telecamere.»
Il cuore mi accelerò.
«Perché?»
«La dose di Alessandro avrebbe dovuto abbassare il battito molto più a lungo. Il sistema medico gli invia automaticamente i parametri.»
Alessandro imprecò sottovoce.
«Quanto tempo abbiamo?»
«Poco.»
Elena mi porse una nuova sacca per la flebo.
«Questa è soluzione fisiologica. Nessun sedativo.»
«E quella vecchia?»
«L'ho conservata. Se riusciamo a farla analizzare, possiamo provare cosa gli hanno somministrato.»
Era la prima prova fisica che non dipendeva da messaggi, fotografie o testimonianze.
La nascosi nel fondo della borsa.
«Riccardo sa che sei con noi?»
Elena scosse la testa.
«Gli ho detto che Alessandro non ha reagito.»
«Continua così.»
Lei annuì.
Poi esitò.
«C'è un'altra cosa.»
«Cosa?»
«Riccardo ha ordinato alla sicurezza di chiudere i cancelli.»
Guardai Alessandro.
«Nessuno entra?»
«E nessuno esce.»
La trappola si era chiusa.
In quel momento il telefono personale di Elena vibrò.
Un messaggio.
Riccardo.
PORTA LA MOGLIE DI ALESSANDRO NEL MIO STUDIO. DA SOLA.
Elena sollevò lo sguardo.
«Che facciamo?»
Lessi di nuovo il messaggio.
Poi guardai Alessandro.
«Vado.»
«Assolutamente no.»
«Se rifiuto, capirà che qualcosa è cambiato.»
«Maddalena, quell'uomo potrebbe aver cercato di uccidermi.»
«Appunto.»
Gli mostrai il vecchio telefono.
«Registro tutto.»
Alessandro mi fissò con evidente frustrazione.
«Non puoi affrontarlo da sola.»
«Non sarò sola.»
Indicai la piccola videocamera nascosta sul telefono.
«Tu ascolterai.»
Prima di uscire, però, feci una cosa.
Mandai Elena a chiamare Beatrice.
Quando arrivò, rimase sulla soglia senza entrare.
«Hai cambiato idea?»
«No.»
Le consegnai una busta sigillata contenente una copia della registrazione di mio padre e le fotografie dei farmaci.
«Se tra venti minuti non torno, fai uscire queste prove dalla villa in qualsiasi modo.»
Beatrice guardò la busta.
«Quindi ti fidi di me.»
«No.»
La fissai negli occhi.
«Sto verificando se posso farlo.»
Per la prima volta vidi qualcosa di simile al rispetto sul suo volto.
Attraversai il corridoio da sola.
Quando entrai nello studio di Riccardo, lui era seduto dietro una scrivania enorme.
Sul tavolo c'era il bicchiere di champagne che non avevo bevuto.
Lo stesso tipo di bicchiere.
«Siediti», disse.
Rimasi in piedi.
Riccardo sorrise.
«Hai iniziato a fare molte domande.»
«Sono diventata moglie ieri. Credo di averne diritto.»
«Il problema è che alcune risposte possono essere molto costose.»
«Come ottocentomila euro?»
Il suo sorriso svanì.
Avevo colpito.
«Non so di cosa parli.»
«Allora mio padre sì.»
Per un istante vidi qualcosa attraversargli il volto.
Poi tornò calmo.
«Tuo padre non può spiegarti niente.»
Il mio cuore si fermò quasi.
«Perché?»
Riccardo si alzò lentamente.
«Perché Giulio ha sempre avuto il brutto vizio di arrivare troppo vicino alla verità.»
Il telefono nascosto nella mia tasca stava registrando ogni parola.
«Dov'è?»
«Non lo so.»
«Stai mentendo.»
«Forse.»
Si avvicinò.
«Ma c'è qualcosa che dovresti chiederti prima.»
«Cosa?»
Riccardo inclinò il capo.
«Perché Beatrice ha organizzato personalmente il tuo matrimonio.»
Rimasi immobile.
«Era necessario per il fondo.»
«No.»
La sua voce diventò quasi un sussurro.
«Il fondo richiedeva che Alessandro fosse sposato. Non diceva affatto che la moglie dovessi essere tu.»
Sentii il sangue gelarsi.
Riccardo aprì un cassetto.
Ne estrasse una vecchia fotografia.
La fece scivolare verso di me.
Mostrava mio padre molto più giovane.
Accanto a lui c'era Beatrice.
E tra loro, sul tavolo, c'era lo stesso simbolo della società di comodo comparso nei documenti da ottocentomila euro.
Sul retro della fotografia era scritta una data.
Diciassette anni prima.
Molto prima che Riccardo entrasse nel gruppo Rinaldi.
Alzai lentamente lo sguardo.
Riccardo sorrise.
«Adesso capisci perché tua suocera acquisita non voleva che Alessandro chiamasse la polizia?»
Non risposi.
Perché in quel momento il telefono nascosto nella mia tasca vibrò una sola volta.
Era il segnale concordato con Alessandro.
Aveva sentito tutto.
E per la prima volta da quando si era svegliato, anche lui non sapeva più se sua nonna fosse una protettrice.
O la persona da cui tutti avevano bisogno di essere protetti.







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