Divertimento

Mio Padre Mi Diede In Sposa A Un Miliardario In Coma — Poi Lui Aprì Gli Occhi E Mi Sussurrò: «Non Fidarti Della Mia Famiglia»

Rimasi a fissare quelle due parole come se appartenessero alla vita di qualcun altro.

TESTIMONE PROTETTO.

«Mio padre?» sussurrai. «Testimone di cosa?»

Beatrice non rispose subito.

Si avvicinò alle tende, controllò il giardino sottostante e soltanto allora tornò verso il letto.

«Delle operazioni finanziarie che Riccardo stava nascondendo dentro il gruppo Rinaldi.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie.

«Alessandro ha appena detto che mio padre poteva essere coinvolto.»

«Perché Alessandro non conosceva ancora tutta la verità.»

Mio marito strinse debolmente la mascella.


«Spiegati.»

Beatrice aprì la cartellina.

Dentro c'erano copie di bonifici, rapporti interni e fotografie.

Riconobbi immediatamente mio padre in una di esse.

Era seduto all'interno di un'automobile, accanto a un uomo che non conoscevo.

«Tuo padre lavorava nel reparto amministrativo di una società controllata dal gruppo», disse Beatrice. «Riccardo usava credenziali di dipendenti con problemi economici per spostare denaro attraverso società di comodo. Se qualcuno avesse scoperto le irregolarità, la responsabilità sarebbe ricaduta su quelle persone.»

Guardai nuovamente la firma digitale di mio padre.

«Quindi quella firma...»

«Era autentica.»

Mi si gelò lo stomaco.


Beatrice continuò prima che potessi reagire.

«Ma tuo padre sostiene di essere stato costretto ad autorizzare alcune operazioni.»

«Costretto come?»

«Riccardo sapeva dei suoi debiti. Sapeva che dopo la morte di tua madre era disperato.»

La rabbia mi salì lentamente in gola.

«Mio padre avrebbe potuto denunciargli tutto.»

«È quello che ha fatto.»

La stanza diventò immobile.

Guardai Alessandro.

Anche lui sembrava sorpreso.


Beatrice estrasse un altro documento.

«Giulio accettò di collaborare con un investigatore finanziario. Doveva raccogliere abbastanza prove da dimostrare che Riccardo non stava soltanto sottraendo denaro. Stava preparando il terreno per prendere il controllo del gruppo.»

Alessandro parlò con fatica.

«Per questo mi incontrò la sera prima dell'incidente.»

Beatrice annuì.

«Voleva consegnarti qualcosa.»

«Cosa?»

«Non lo sappiamo.»

Una parte di me desiderava crederle.

Un'altra parte continuava a vedere quelle parole sullo specchio.


TUO PADRE HA CAUSATO L'INCIDENTE.

«E allora perché qualcuno vuole farmi credere che sia stato mio padre?»

Beatrice mi fissò.

«Perché se tu smetti di fidarti di lui, Riccardo guadagna tempo.»

«Oppure perché mio padre non vi ha raccontato tutto.»

Questa volta fu Alessandro a intervenire.

«Maddalena ha ragione.»

Beatrice lo guardò duramente.

«Non abbiamo tempo per sospettare di chiunque.»

Mi alzai.


«È esattamente quello che Riccardo vorrebbe che pensassimo.»

Beatrice strinse le labbra.

Per la prima volta da quando l'avevo conosciuta, non sembrava avere una risposta immediata.

Presi il vecchio telefono dalla tasca del vestito.

«Qualcuno ha trovato il nascondiglio di Alessandro. Qualcuno ha aggiunto quella fotografia. Qualcuno ha scritto sullo specchio. Questo significa che c'è una persona dentro questa casa che vuole guidarci verso una conclusione precisa.»

«E tu cosa proponi?» domandò Beatrice.

La domanda mi sorprese.

Fino a quel momento, tutti avevano deciso per me.

Mio padre aveva deciso il matrimonio.

I Rinaldi avevano deciso che sarei diventata la moglie di Alessandro.


Riccardo sembrava aver deciso persino per quanto tempo mio marito avrebbe dovuto restare incosciente.

Quella sarebbe stata l'ultima notte in cui qualcun altro avrebbe preso decisioni al posto mio.

«Smettiamo di reagire», dissi. «Facciamo credere a Riccardo che stia ancora vincendo.»

Alessandro mi osservò attentamente.

«Continua.»

Indicai la flebo.

«L'infermiera crede che Alessandro sia ancora completamente incosciente. Manteniamo quella convinzione.»

Beatrice comprese immediatamente.

«E lasciamo che faccia la prossima mossa.»

«Non senza sapere che cosa gli sta somministrando.»


Presi il telefono e fotografai i flaconi sul carrello accanto al letto.

Poi infilai in tasca una delle confezioni vuote che l'infermiera aveva lasciato nel cestino.

«Domani voglio il parere di un medico che non lavori per questa famiglia.»

Beatrice annuì.

«Posso organizzarlo.»

«No.»

Lei mi guardò sorpresa.

«Lo organizzo io.»

«Come?»

«Riccardo controlla la sicurezza della villa. Ma non può controllare ogni persona che entra qui senza attirare attenzione.»


Pensai alla cappella.

Ai fiori.

Ai fornitori.

Alle persone che avevano riempito quella casa durante il matrimonio.

«Domani chiederò che vengano consegnati altri fiori per Alessandro. Farò arrivare qualcuno insieme alla consegna.»

Un debole sorriso comparve sul volto di mio marito.

«Stai imparando in fretta.»

«Ho avuto una giornata piuttosto educativa.»

Beatrice richiuse la cartellina.

«C'è un altro problema.»


«Quale?»

«Tuo padre.»

Il cuore mi si contrasse.

«Che cosa gli è successo?»

Beatrice esitò.

«Non risponde al telefono dalla mattina del matrimonio.»

Mi alzai di scatto.

«E tu me lo dici soltanto adesso?»

«Pensavo si fosse nascosto.»

«Adesso?»


Beatrice guardò Alessandro.

«Adesso non ne sono più sicura.»

Presi immediatamente il mio telefono.

Nessuna chiamata.

Nessun messaggio.

Provai a chiamare mio padre.

Spento.

Una seconda volta.

Ancora spento.

Sentii il panico cercare di impossessarsi di me.

Lo respinsi.

«Dove vive adesso?»

«Maddalena...» iniziò Beatrice.

«Dove vive?»

Le diedi l'indirizzo della nostra casa in affitto alla periferia di Milano.

Beatrice scrisse rapidamente qualcosa sul proprio telefono.

«Manderò una persona fidata.»

«No.»

«Vuoi andarci tu? Riccardo ti segue con gli occhi ogni volta che attraversi il corridoio.»

«Per questo non me ne andrò.»

Mi voltai verso Alessandro.

«Voglio che pensi che io sia spaventata, confusa e completamente sola.»

«E nel frattempo?»

«Nel frattempo scopriamo chi entra in questa stanza quando crede che io stia dormendo.»

Beatrice mi studiò per diversi secondi.

Poi, lentamente, annuì.

Quella notte spostammo una piccola poltrona dietro la porta del guardaroba.

Il vecchio telefono di Alessandro rimase acceso all'interno, con la videocamera rivolta verso il letto.

Io mi sdraiai sul divano.

Alessandro rimase immobile.

Aspettammo.

Passò quasi un'ora.

Poi la porta si aprì.

L'infermiera entrò.

Non accese la luce.

Portava una piccola siringa.

Si avvicinò alla flebo di Alessandro e controllò il monitor.

Io mantenni gli occhi socchiusi, fingendo di dormire.

Lei estrasse il telefono dalla tasca e digitò rapidamente un messaggio.

Poi, dopo qualche secondo, ricevette una risposta.

Il suo volto cambiò.

Guardò Alessandro.

E sussurrò:

«Mi dispiace.»

Sollevò la siringa.

Prima che potesse avvicinarla alla flebo, mi alzai.

«Che cosa contiene?»

L'infermiera sobbalzò.

La siringa le cadde quasi di mano.

«Signora Rinaldi...»

«Ho chiesto che cosa contiene.»

«È un sedativo.»

«Allora perché glielo somministri al buio senza registrarlo nella terapia?»

Il suo viso impallidì.

Alessandro aprì gli occhi.

L'infermiera fece un passo indietro.

Per un secondo rimase paralizzata.

Poi si voltò verso la porta.

Beatrice la aprì dall'esterno.

L'infermiera si ritrovò intrappolata tra noi.

«Il telefono», ordinai.

«Non avete il diritto—»

«Dammi il telefono.»

Lei lo strinse contro il petto.

Poi lo schermo si illuminò.

Un nuovo messaggio era appena arrivato.

Non dovetti nemmeno prenderlo.

Potevo leggere il nome del mittente da dove mi trovavo.

GIULIO CONTI.

Mio padre.

Sotto il suo nome comparve una frase.

FALLO ADESSO. PRIMA CHE MIA FIGLIA SCOPRA TUTTO.

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