Per qualche secondo nessuno disse nulla.
La madre.
Quelle due parole pronunciate da mio padre prima che la linea cadesse avevano cambiato tutto.
Guardai Alessandro sullo schermo del vecchio telefono.
«Dove si trova tua madre?»
Lui non rispose subito.
Riccardo si voltò verso la finestra.
Beatrice chiuse gli occhi.
Fu il silenzio di tutti e tre a darmi la risposta più inquietante.
«Qualcuno vuole spiegarmi perché nessuno l'ha mai nominata?»
Alessandro inspirò lentamente.
«Mia madre si chiama Vittoria.»
«È viva?»
«Sì.»
La risposta mi colpì quasi più di quanto avrebbe fatto un no.
«E dov'è?»
Beatrice parlò.
«In Svizzera.»
«Da quanto tempo?»
«Quasi cinque anni.»
Cinque anni.
Lo stesso periodo trascorso dalla morte del marito di Beatrice.
«Perché se n'è andata?»
Alessandro abbassò lo sguardo.
«Dopo la morte di mio nonno disse che non voleva più avere niente a che fare con la famiglia.»
Riccardo lasciò sfuggire una risata amara.
«Questa è la versione elegante.»
Beatrice si voltò verso di lui.
«Basta.»
«No», dissi. «Adesso parla lui.»
Riccardo mi guardò.
«Vittoria non se ne andò. Beatrice la mandò via.»
Alessandro alzò lentamente gli occhi verso sua nonna.
«È vero?»
Beatrice rimase immobile.
Poi annuì.
«Sì.»
Sul volto di Alessandro vidi qualcosa rompersi.
«Mi avevi detto che aveva scelto lei di sparire.»
«All'epoca era l'unico modo per proteggerti.»
«Da mia madre?»
«Da ciò che sapeva.»
Mi avvicinai a Beatrice.
«Allora cominciamo da quello.»
Lei guardò la fotografia che avevo ancora in mano.
«Quella foto venne scattata durante un incontro tra Giulio, me e Lorenzo. Ma Vittoria era presente.»
«Perché non si vede?»
«Perché era dall'altra parte del tavolo.»
Riccardo fece un passo avanti.
«E fu lei a portare i documenti.»
Beatrice lo fulminò.
«Come fai a saperlo?»
«Perché li ho trovati anni dopo.»
Finalmente qualcosa si collegò.
«I trasferimenti.»
Riccardo annuì.
«Vittoria lavorava nella struttura finanziaria della famiglia molto prima di me. Conosceva le società di comodo. Conosceva i conti esteri. Conosceva tutto.»
Guardai Alessandro.
«Tua madre lavorava per il gruppo?»
«Sì. Prima che nascessi.»
«E non hai mai pensato che fosse importante?»
«Pensavo avesse lasciato tutto quando ero bambino.»
Beatrice si sedette lentamente.
Per la prima volta sembrava realmente stanca.
«Vittoria scoprì che mio marito utilizzava quelle società per spostare denaro. Lorenzo voleva denunciarlo. Giulio doveva testimoniare.»
«Poi minacciarono mia madre.»
«Sì.»
«E Lorenzo morì.»
Beatrice annuì.
«Dopo la sua morte, Vittoria conservò copie dei documenti.»
«Per ricattare la famiglia?» domandai.
«Per sopravvivere.»
Riccardo scosse la testa.
«Non raccontarle soltanto metà della storia.»
Beatrice lo guardò.
Lui continuò.
«Vittoria non conservò soltanto le prove. Continuò a usare alcune di quelle società.»
Sentii lo stomaco stringersi.
«Perché?»
«All'inizio per seguire il denaro», disse Riccardo. «Poi perché capì che controllare quel sistema significava avere potere.»
Alessandro parlò attraverso il telefono.
«Stai dicendo che mia madre continuò ciò che aveva iniziato mio nonno?»
«Sto dicendo che qualcuno l'ha fatto.»
«E tu hai lavorato per quella persona.»
Riccardo non negò.
Quella fu la sua confessione più chiara.
«All'inizio pensavo di usare il sistema a mio vantaggio. Poi ho capito che ogni conto, ogni società e ogni favore aveva già qualcuno sopra di me.»
«Vittoria», dissi.
Riccardo mi fissò.
«Non ho mai ricevuto un ordine firmato col suo nome.»
«Ma hai ricevuto l'ordine di uccidere Alessandro.»
«Sì.»
La parola cadde nella stanza come una pietra.
«Come arrivò?»
«Attraverso lo stesso canale usato per tutti i trasferimenti.»
«Puoi provarlo?»
Riccardo esitò.
Poi aprì la cassaforte dietro un quadro.
Beatrice si irrigidì.
«Che cosa stai facendo?»
«Quello che avrei dovuto fare nove mesi fa.»
Estrasse un piccolo registro cartaceo.
Niente computer.
Niente password.
Soltanto pagine fitte di date, importi e codici.
«Ogni ordine importante aveva un riferimento.»
Sfogliò fino a una pagina segnata.
Indicò una riga.
La data corrispondeva alla sera prima dell'incidente di Alessandro.
Accanto c'era un codice.
V17.
«Che significa?» chiesi.
Beatrice impallidì.
Alessandro la vide.
«Nonna.»
Lei non rispose.
«Che significa V17?»
Beatrice chiuse gli occhi.
«Vittoria. Diciassette.»
La stessa data della vecchia fotografia.
Lo stesso evento da cui era cominciato tutto.
«Era il codice che usava per i documenti collegati alla morte di Lorenzo.»
Riccardo annuì.
«E ricomparve nove mesi fa.»
Alessandro rimase immobile sullo schermo.
«Per il mio incidente.»
«Sì.»
Questa volta non c'erano più ipotesi.
Non era una prova completa.
Ma era finalmente uno schema coerente.
La madre di Alessandro era stata presente all'origine del sistema.
Aveva conservato accesso ai suoi canali.
E lo stesso codice era comparso quando Riccardo aveva ricevuto l'ordine che aveva quasi ucciso suo figlio.
«Dobbiamo trovare mio padre», dissi.
Beatrice annuì.
«La chiamata può essere tracciata?»
Presi il telefono.
La durata era stata troppo breve per una localizzazione precisa, ma Elena aveva ancora accesso ad alcune funzioni del sistema di sicurezza.
La chiamammo.
Quando entrò nello studio, le mostrai l'orario.
«Riccardo controlla ancora le celle telefoniche collegate alla proprietà?»
Lei guardò lui.
«La sicurezza registra i dispositivi che entrano e escono dal perimetro.»
Riccardo comprese.
«La chiamata di Giulio potrebbe aver attraversato uno dei ripetitori della tenuta.»
Mi voltai verso di lui.
«Stai dicendo che mio padre potrebbe essere qui?»
Riccardo aprì il sistema dal computer dello studio.
Scorse diversi registri.
Poi si fermò.
Un telefono sconosciuto aveva agganciato per quaranta secondi il ripetitore secondario.
Non dentro la villa.
Vicino al vecchio edificio per il personale, oltre i giardini posteriori.
Beatrice si alzò.
«Quella parte della proprietà è inutilizzata.»
«Da chi ha le chiavi?» domandai.
Nessuno rispose.
Riccardo controllò.
«Sicurezza centrale. Io. Beatrice.»
Poi si fermò.
«E Vittoria.»
Il mio cuore accelerò.
Presi il telefono di Alessandro.
«Resta nella stanza. Elena con te. Nessuna flebo che non abbia controllato lei.»
«Maddalena, non andare.»
«Mio padre potrebbe essere là.»
«Potrebbe essere una trappola.»
«Lo so.»
Beatrice raccolse le chiavi.
«Vengo con te.»
Riccardo fece lo stesso.
«Anch'io.»
Li guardai entrambi.
«Se uno di voi due sta ancora mentendo, questo è il momento peggiore per provarci.»
Attraversammo il giardino al buio.
L'edificio sembrava abbandonato.
Una sola finestra al piano terra lasciava filtrare una luce debole.
Riccardo aprì la porta.
L'odore di umidità si mescolava a qualcosa di metallico.
Sangue.
«Papà?»
Nessuna risposta.
Poi sentii un colpo.
Tre volte.
Da dietro una porta chiusa.
Corsi.
Riccardo la forzò con la spalla.
Mio padre era a terra.
Le mani legate.
Il volto gonfio.
Ma vivo.
Mi inginocchiai accanto a lui.
«Papà.»
Aprì gli occhi.
«Maddalena...»
«Chi ti ha fatto questo?»
Lui cercò di parlare.
Poi guardò oltre la mia spalla.
Il terrore gli attraversò il volto.
«No.»
Mi voltai.
Beatrice era dietro di noi.
Riccardo accanto alla porta.
«Papà, chi?»
Mio padre scosse la testa.
«Non loro.»
Poi alzò una mano tremante e indicò qualcosa sul muro.
Una telecamera.
La piccola luce rossa era accesa.
Qualcuno ci stava guardando.
In quel preciso momento il telefono di Riccardo squillò.
Numero sconosciuto.
Lui rispose in viva voce.
Per qualche secondo sentimmo soltanto un respiro.
Poi una voce femminile, calma e perfettamente controllata.
«Avete finalmente trovato Giulio.»
Alessandro, ancora collegato attraverso il vecchio telefono, impallidì.
«Mamma.»
La donna dall'altra parte rimase in silenzio per un istante.
Poi disse:
«Ciao, Alessandro.»
Mi si gelò il sangue.
«Se vuoi sapere perché sei ancora vivo», continuò Vittoria, «porta Maddalena e il registro alla serra sul lago.»
Riccardo strinse il telefono.
«E se rifiutiamo?»
La voce di Vittoria non cambiò.
«Allora fra dieci minuti il consiglio riceverà i documenti che dichiarano Alessandro permanentemente incapace, e tutto ciò per cui avete combattuto finirà comunque nelle mani sbagliate.»
Guardai l'orologio.
Mancavano poche ore al giorno decisivo per il fondo fiduciario.
Alessandro parlò dal telefono.
«Mamma, sei stata tu a ordinare il mio incidente?»
Un lungo silenzio.
Poi Vittoria rispose.
«Vieni alla serra.»
La chiamata terminò.
Mio padre afferrò il mio polso.
«Maddalena... ascoltami.»
Mi chinai verso di lui.
«Vittoria non vuole soltanto il controllo della società.»
«Che cosa vuole?»
Il suo sguardo andò verso il registro nelle mani di Riccardo.
«Vuole distruggere l'unica prova che può dimostrare chi ha dato davvero l'ordine.»
E in quel momento capii che la serra non era un incontro.
Era l'ultima possibilità di costringere la persona che aveva orchestrato tutto a parlare prima che le prove, Alessandro e forse noi stessi sparissimo insieme alla verità.







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