Per qualche secondo nessuno respirò.
Il telefono dell'infermiera illuminava il suo volto pallido.
GIULIO CONTI.
FALLO ADESSO. PRIMA CHE MIA FIGLIA SCOPRA TUTTO.
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
Non era dolore.
Non ancora.
Era il bisogno disperato di rifiutare ciò che avevo davanti agli occhi.
«Fammi vedere.»
L'infermiera strinse il telefono.
«Maddalena, io...»
«Fammi vedere il telefono.»
La mia voce uscì così fredda che perfino Beatrice mi guardò.
L'infermiera abbassò lentamente la mano.
Presi il dispositivo.
Il messaggio proveniva davvero dal numero di mio padre.
Lo conoscevo a memoria.
Scorsi verso l'alto.
C'erano altri messaggi.
NON AUMENTARE TROPPO LA DOSE.
DEVE RESTARE INCOSCIENTE, NON MORIRE.
RICCARDO NON DEVE SAPERE CHE STIAMO PARLANDO.
E poi, inviato due giorni prima del matrimonio:
LA RAGAZZA ACCETTERÀ. HO SISTEMATO TUTTO.
Mi mancò l'aria.
Alessandro cercò di sollevarsi.
«Maddalena.»
«Non dire niente.»
Continuai a scorrere.
Le mani cominciarono a tremarmi.
Se quei messaggi erano autentici, mio padre non era soltanto coinvolto.
Aveva organizzato il mio matrimonio sapendo che Alessandro veniva mantenuto artificialmente incosciente.
Forse aveva perfino partecipato all'incidente.
Beatrice prese il telefono dalle mie mani prima che lo lasciassi cadere.
«Possiamo verificare se sono stati manipolati.»
«Sono partiti dal suo numero.»
«Questo non significa che li abbia scritti lui.»
Mi voltai verso l'infermiera.
«Come ti chiami?»
Deglutì.
«Elena.»
«Da quanto tempo ricevi ordini da mio padre, Elena?»
«Io non sapevo che fosse tuo padre.»
«Non era la domanda.»
Abbassò gli occhi.
«Da circa quattro mesi.»
Quattro mesi.
Alessandro era in coma da nove.
«E prima?»
Elena guardò Riccardo... o meglio, guardò la porta, come se temesse che potesse apparire da un momento all'altro.
«Prima gli ordini arrivavano direttamente da Riccardo.»
La stanza si fece gelida.
Alessandro parlò piano.
«Quando è cambiato?»
«Quando avete iniziato a discutere del matrimonio.»
Mi avvicinai.
«Perché mio padre avrebbe preso il posto di Riccardo?»
Elena scosse la testa.
«Non lo so.»
«Non mentirmi.»
«Non sto mentendo.»
Le lacrime le riempirono gli occhi.
«Io ricevevo messaggi. Pagamenti. Indicazioni sulle dosi. Non facevo domande.»
«Hai tenuto un uomo cosciente intrappolato nel proprio corpo per soldi.»
Elena impallidì.
«Non sapevo fosse cosciente.»
Alessandro la fissò.
«Mi hai visto reagire almeno tre volte.»
Lei abbassò la testa.
Non serviva altro.
Beatrice prese la siringa caduta sul pavimento usando un fazzoletto.
«Questa verrà analizzata.»
Elena fece un passo avanti.
«Se Riccardo scopre che ho parlato, sono morta.»
«Allora aiutaci prima che lo scopra», dissi.
Mi guardò.
«Come?»
Indicai il suo telefono.
«Rispondi a mio padre.»
Beatrice si irrigidì.
«Maddalena.»
«Se è davvero lui, voglio sentirlo.»
Elena digitò con dita tremanti.
FATTO.
Aspettammo.
Passarono dieci secondi.
Venti.
Poi arrivò una risposta.
BENE. ESCI DALLA STANZA. NON CONTATTARMI FINO A DOMANI.
Sentii un nodo stringermi lo stomaco.
«Chiamalo.»
Elena scosse immediatamente la testa.
«Non risponde mai.»
«Chiamalo.»
Premette il pulsante.
Uno squillo.
Due.
Tre.
Poi qualcuno rispose.
Nessuno parlò.
Dall'altra parte sentimmo soltanto un respiro.
Elena guardò me.
Io le feci cenno di continuare.
«È successo qualcosa», disse. «La dose non ha funzionato come previsto.»
Silenzio.
Poi una voce maschile.
Distorta.
«Allora raddoppiala.»
Il cuore mi balzò in gola.
Non era la voce di mio padre.
Ne ero certa.
Avevo ascoltato quella voce per tutta la vita.
Quell'uomo poteva nasconderla dietro un modulatore, ma il ritmo era sbagliato.
Il modo di pronunciare le consonanti era sbagliato.
Elena guardò Alessandro.
«E la moglie?»
Una breve pausa.
«Se diventa un problema, occupati anche di lei.»
La chiamata terminò.
Nessuno parlò per diversi secondi.
Poi presi il telefono.
«Mio padre non ha fatto quella chiamata.»
Beatrice annuì lentamente.
«Qualcuno sta usando il suo numero.»
Un sollievo feroce mi attraversò.
Durò appena un istante.
Perché se qualcun altro aveva il telefono di mio padre, significava che probabilmente lui non lo aveva più.
«Dobbiamo trovarlo.»
Beatrice guardò l'orologio.
«L'uomo che ho mandato a Milano dovrebbe essere già arrivato.»
Come se le sue parole avessero evocato la risposta, il suo telefono vibrò.
Lesse il messaggio.
Il colore scomparve dal suo viso.
«Che cosa c'è?»
Mi porse lo schermo.
La porta della nostra casa in affitto era stata forzata.
Dentro non c'era nessuno.
Ma sul pavimento della cucina avevano trovato sangue.
Sentii le ginocchia cedere.
Alessandro pronunciò il mio nome.
Mi appoggiai al bordo del letto.
«Quanto sangue?»
«Non abbastanza per dimostrare che qualcuno sia morto.»
«Questa dovrebbe rassicurarmi?»
«No.»
Chiusi gli occhi.
Per un momento rividi mio padre fuori dalla cappella.
Hai fatto la cosa giusta, Maddalena.
Allora avevo sentito soltanto sollievo nella sua voce.
Adesso ricordavo qualcos'altro.
Paura.
Continuava a guardarsi alle spalle.
Come se stesse aspettando qualcuno.
Aprii gli occhi.
«La mattina del matrimonio mio padre aveva una ferita sulla mano.»
Beatrice aggrottò la fronte.
«Che tipo di ferita?»
«Un taglio. Qui.»
Indicai il palmo.
«Mi disse che si era fatto male sistemando una finestra.»
Alessandro mi osservò.
«Forse aveva già cercato di scappare da qualcuno.»
Mi tornò in mente un'altra cosa.
Prima di entrare nella cappella, mio padre mi aveva abbracciata.
Una cosa insolita per lui.
Aveva infilato qualcosa nella tasca interna del mio cappotto.
All'epoca avevo pensato fosse il fazzoletto che avevo trovato poco dopo.
Ma il cappotto era ancora nell'armadio della stanza degli ospiti.
Corsi fuori dalla camera.
Beatrice mi afferrò il braccio.
«Dove vai?»
«A controllare una cosa.»
«Riccardo potrebbe essere sveglio.»
«Allora lasciate che pensi che sua cugina acquisita abbia bisogno d'aria.»
Attraversai il corridoio lentamente.
Niente corse.
Niente panico.
Se qualcuno mi stava osservando, doveva vedere una giovane sposa sopraffatta, non una donna che aveva appena scoperto un tentato omicidio.
Entrai nella stanza assegnata a me.
Chiusi la porta.
Aprii l'armadio.
Il cappotto era ancora lì.
Frugai nelle tasche.
Il fazzoletto.
Nient'altro.
Poi sentii qualcosa di rigido nella fodera.
C'era un piccolo taglio cucito male sul lato interno.
Lo strappai.
Una chiavetta USB cadde sul pavimento.
Il cuore cominciò a battermi furiosamente.
Tornai da Alessandro.
Beatrice inserì la chiavetta nel vecchio telefono usando un adattatore trovato nel nascondiglio.
C'erano soltanto tre file.
Due documenti criptati.
E una registrazione audio.
Premetti play.
La voce di mio padre riempì la stanza.
Quella vera.
«Maddalena, se stai ascoltando questo messaggio, significa che non sono riuscito a spiegarti tutto prima del matrimonio.»
Mi portai una mano alla bocca.
«Ti ho mentito sui debiti. Ti ho mentito sul motivo per cui i Rinaldi hanno scelto te. E per questo non so se riuscirai mai a perdonarmi.»
Alessandro mi guardò.
La registrazione continuò.
«Ma non ho causato l'incidente di Alessandro.»
Inspirò profondamente.
«Ho cercato di impedirlo.»
Poi si sentì un rumore.
Come una porta chiusa in lontananza.
La voce di mio padre si abbassò.
«Riccardo non agisce da solo. Se pensi che sia lui l'uomo che controlla tutto, commetterai lo stesso errore che ho commesso io.»
Beatrice si irrigidì.
Io quasi smisi di respirare.
«La persona che ha ordinato di manomettere i freni aveva accesso alla famiglia molto prima che Riccardo entrasse nella società.»
Silenzio.
Poi mio padre pronunciò le ultime parole prima che la registrazione terminasse.
«Alessandro conosce quella persona. E l'ha sempre chiamata famiglia.»
Il file si interruppe.
Guardai Beatrice.
Poi Alessandro.
E in quello stesso istante capii che il problema non era più scoprire se mio padre fosse colpevole.
Il problema era capire quale membro dei Rinaldi avesse usato Riccardo per nove mesi.
E se quella persona fosse già nella stanza con noi.







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