Per qualche secondo rimasi immobile con la piccola chiave nera stretta nel palmo, mentre mio padre continuava a bussare dall’altra parte della porta.
«Elena, apri immediatamente.»
Guardai Edoardo. Aveva già richiuso gli occhi, ma il suo respiro era troppo rapido per quello di un uomo in coma. Presi la chiave, la infilai nella tasca interna del vestito e cercai di controllare il tremore delle mani.
Aprii la porta soltanto abbastanza da passare.
Mio padre era nel corridoio. Dietro di lui, a qualche metro di distanza, Jacopo ci osservava appoggiato alla balaustra.
«Perché hai chiuso la porta?» domandò mio padre.
«Volevo stare sola.»
«Con lui?»
Quella domanda mi irritò.
«È mio marito, ricordi? Sei stato tu a organizzare tutto.»
Il suo volto si irrigidì. Mi afferrò delicatamente per il gomito e mi condusse qualche passo più lontano dalla camera.
«Ascoltami. Da questo momento devi fare esattamente quello che ti viene detto.»
«Da chi?»
«Dalla famiglia.»
«Quale famiglia? Quella che conosco da poche ore?»
Jacopo sorrise appena. Mio padre gli lanciò un’occhiata e abbassò la voce.
«Non fare domande inutili.»
Quelle parole accesero qualcosa dentro di me.
«Perché avevi tanta fretta che sposassi Edoardo?»
Il colore sembrò abbandonargli il viso.
Fu soltanto un istante.
Ma lo vidi.
«Te l’ho spiegato.»
«Spiegamelo ancora.»
«I debiti.»
«E il trust?»
Mio padre rimase in silenzio.
Jacopo smise di sorridere.
Fu sufficiente.
Sentii il cuore accelerare.
«Tu sapevi che avrei ottenuto diritto di voto sulle quote di Edoardo.»
Mio padre mi fissò.
«Chi te l’ha detto?»
La domanda uscì troppo velocemente.
Mi si gelò il sangue.
Non aveva negato.
«Quindi è vero.»
«Elena…»
«Tu lo sapevi.»
Jacopo si avvicinò lentamente.
«Forse questa conversazione dovrebbe avvenire in un posto più riservato.»
Mi voltai verso di lui.
«Forse dovresti smettere di ascoltare conversazioni che non ti riguardano.»
Per la prima volta il suo sorriso scomparve.
Mio padre strinse il mio braccio.
«Basta. Vai nella tua stanza.»
Lo guardai incredula.
«Non ho più dodici anni.»
«No. Adesso sei una Torriani. Ed è proprio questo il problema.»
Mi liberai dalla sua presa e rientrai nella camera di Edoardo, chiudendo la porta.
Aspettai.
Uno.
Due.
Tre minuti.
Quando fui certa che nessuno sarebbe entrato, mi avvicinai al letto.
«Avevi ragione.»
Gli occhi di Edoardo si aprirono lentamente.
«Tuo padre?»
«Sapeva delle quote.»
Edoardo serrò la mascella.
«Non significa necessariamente che sappia dell’incidente.»
«Ma mi ha mentito.»
Mi sedetti.
«E Jacopo stava ascoltando.»
A quel nome Edoardo rimase pensieroso.
«Jacopo aveva accesso alle mie auto.»
«Quindi sospetti di lui.»
«Sospetto di tutti.»
La risposta mi fece rabbrividire.
«Anche di Vittoria?»
Edoardo esitò.
«Soprattutto di chi sembra avere più da perdere.»
Prima che potessi chiedere altro, il suo corpo ebbe un tremito improvviso. Il monitor accelerò.
«Edoardo?»
Provò a rispondere, ma la voce non uscì.
«Devo chiamare qualcuno.»
Questa volta non protestò.
Premetti il pulsante.
In pochi secondi entrarono l’infermiera e un medico. Mi spinsero gentilmente indietro mentre controllavano i parametri.
«Signora Torriani, deve uscire.»
Guardai Edoardo.
I suoi occhi erano nuovamente chiusi.
«Ma…»
«Fuori.»
Uscii nel corridoio con la paura che quella breve conversazione potesse essere stata l’ultima.
Vittoria arrivò pochi minuti dopo.
«Che cosa è successo?»
«Il monitor ha iniziato a suonare.»
«Prima?»
«Niente.»
Mentii senza esitazione.
La donna mi studiò così intensamente che ebbi l’impressione potesse vedere la chiave attraverso il tessuto del vestito.
«Curioso.»
«Cosa?»
«Nove mesi senza variazioni significative. Tu passi un’ora con lui e improvvisamente il battito accelera.»
Non risposi.
Vittoria si avvicinò.
«Se Edoardo dovesse mai svegliarsi, Elena, ricordati una cosa.»
«Quale?»
«In questa famiglia la verità è sempre più costosa del denaro.»
Poi si allontanò.
Quella sera aspettai fino a mezzanotte.
La villa divenne silenziosa. Mi ero cambiata, indossando pantaloni scuri e un maglione. La chiave era ancora con me.
Dovevo trovare la cassaforte.
Scesi lentamente al piano terra. Lo studio era in fondo a un corridoio laterale. La porta non era chiusa.
Dentro c’erano scaffali di legno scuro, una scrivania enorme e diversi ritratti di famiglia.
Trovai subito quello che cercavo.
Un uomo anziano dallo sguardo severo.
Il nonno di Edoardo.
Spostai il quadro.
Dietro c’era una cassaforte.
Inserii la chiave.
Scattò.
Dentro trovai una cartella, una chiavetta USB e un telefono cellulare spento.
Presi la cartella.
Il primo documento era un rapporto finanziario. Decine di trasferimenti verso società che non conoscevo.
Il secondo era un’analisi tecnica dell’auto di Edoardo.
Lessi una frase due volte.
IMPIANTO FRENANTE MANOMESSO INTENZIONALMENTE.
Mi coprii la bocca.
Edoardo aveva detto la verità.
Poi vidi una fotografia.
Ritraeva mio padre davanti a un ristorante, mentre consegnava una busta a un uomo.
Voltai la foto.
Sul retro Edoardo aveva scritto a mano:
CARLO BIANCHI — 14 MARZO — CHIEDERGLI PERCHÉ HA INCONTRATO JACOPO.
Carlo Bianchi.
Mio padre.
Sentii un rumore alle mie spalle.
Mi voltai di scatto.
La porta dello studio era ancora chiusa.
Poi il telefono trovato nella cassaforte si accese improvvisamente.
Non l’avevo toccato.
Lo schermo mostrava una notifica.
UN NUOVO MESSAGGIO VOCALE.
Data: nove mesi prima.
Il mittente era mio padre.
Le dita mi tremavano mentre premevo play.
La sua voce riempì la stanza.
«Edoardo, ho scoperto cosa sta preparando Jacopo. Non salire su quella macchina. Qualunque cosa succeda, non fidarti di nessuno della famiglia. Io sto cercando di—»
La registrazione terminava bruscamente.
Rimasi senza respirare.
Mio padre non stava aiutando Jacopo.
Stava cercando di avvertire Edoardo.
Poi sentii chiaramente un passo dall’altra parte della porta.
La maniglia cominciò lentamente ad abbassarsi.







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