Divertimento

Mio Padre Mi Fece Sposare Un Miliardario In Coma — Poi Lui Aprì Gli Occhi Quando Sentì La Mia Voce

Per alcuni secondi rimasi a fissare Vittoria senza capire.

«Suo fratello?»

La donna annuì lentamente.

«Mio marito aveva un solo fratello. Alessandro.»

Edoardo impallidì.

«Alessandro Torriani è morto prima che io nascessi.»

«È quello che ti abbiamo sempre detto.»

La voce di Vittoria era diventata stranamente bassa.

«Cosa significa “quello che mi avete sempre detto”?»

Edoardo si voltò verso di lei.


«Non era morto?»

Vittoria non rispose subito. Guardò la fotografia nelle mie mani, poi mio padre.

«Alessandro scomparve quando aveva trentadue anni. Ufficialmente fu dichiarato morto molti anni dopo, perché non venne mai ritrovato.»

Mi si gelò il sangue.

«E Riccardo Ferretti indossa il suo anello.»

«Sì.»

Mio padre fece un passo indietro.

«Non può essere lui.»

«Perché?» domandai.

«Perché Riccardo Ferretti aveva cinquant’anni.»


Edoardo scosse la testa.

«Questo non dimostra niente. Le fotografie possono essere manipolate.»

«Quella fotografia è stata scattata da tua madre», rispose Vittoria. «E Laura conosceva Alessandro.»

Mi voltai verso mio padre.

«Come faceva mamma a conoscere il fratello di Vittoria?»

Carlo abbassò lo sguardo.

«Perché lavorava con lui.»

Il silenzio che seguì sembrò infinito.

«Lavorava con Alessandro?»

«Prima di conoscere me.»


«E non me l’hai mai detto.»

«Non sapevo se fosse ancora vivo.»

«Ma sapevi che esisteva.»

«Sì.»

La mia voce si spezzò.

«Quante altre persone della mia vita sono collegate a questa famiglia?»

Nessuno rispose.

Edoardo prese la fotografia e la osservò più attentamente.

«Aspetta.»

Indicò lo sfondo.


Dietro Laura e l’uomo c’era una parte della facciata della casa di Varenna.

Ma sulla parete, quasi nascosto dall’ombra, appariva un numero.

17.

«Non è il numero civico», disse Vittoria.

«Come lo sai?»

«La casa aveva il numero 8.»

Edoardo si avvicinò.

«Allora è un riferimento.»

Guardai la fotografia.

«A cosa?»


Mio padre fece un passo verso di noi.

«A una stanza.»

Mi voltai.

«Quale stanza?»

«La vecchia biblioteca.»

«Nella casa di Varenna?»

Annuii.

«C’erano diciassette pannelli di legno sulla parete. Laura passava ore lì dentro.»

Il mio cuore accelerò.

«Perché non me l’hai mai detto?»


«Perché dopo la sua morte sono tornato una sola volta. La casa era già stata acquistata.»

Edoardo strinse la fotografia.

«Domani andiamo a Varenna.»

«No», disse Vittoria.

Tutti la guardarono.

«Non domani.»

Si avvicinò alla finestra.

«Stasera.»

Non ebbi nemmeno il tempo di rispondere.

Le luci della villa si accesero improvvisamente.


Poi si spensero.

Un secondo dopo, tutte le porte esterne si bloccarono automaticamente.

L’infermiera urlò dal corridoio.

«Siamo chiusi dentro!»

Edoardo guardò verso il soffitto.

«Hanno ripreso il controllo del sistema.»

«Chi?» domandai.

«Qualcuno che conosce perfettamente questa villa.»

Vittoria si voltò verso mio padre.

«Dov’è Jacopo?»


Carlo sbiancò.

«Non lo so.»

Edoardo prese il telefono.

«Nessun segnale.»

Poi sentimmo dei passi.

Lenti.

Regolari.

Provenivano dalle scale.

Qualcuno stava scendendo.

Mio padre afferrò il mio braccio.


«Elena, dietro di me.»

«No.»

Edoardo si mise davanti a noi.

Dalla penombra comparve Jacopo.

Aveva una piccola ferita sulla fronte e teneva le mani alzate.

«Non sono stato io.»

Vittoria lo fissò.

«Dov’eri?»

«Nel garage.»

«Da solo?»


«Sì.»

Edoardo lo guardò con freddezza.

«Chi ti ha colpito?»

Jacopo esitò.

«Non lo so.»

«Bugiardo.»

«Edoardo, ti giuro—»

Un rumore proveniente dalla cucina lo interruppe.

Tutti si voltarono.

Un bicchiere cadde a terra.

Poi una voce arrivò dall’oscurità.

«Non avete ancora capito.»

Era la stessa voce della telefonata.

Distorta.

Fredda.

«Il problema non è chi ha cercato di uccidere Edoardo.»

Sentii la pelle d’oca.

«Il problema», continuò la voce, «è perché Edoardo doveva restare vivo.»

Edoardo si irrigidì.

«Fatti vedere.»

Una risata breve.

Poi tutte le luci si accesero contemporaneamente.

La stanza era vuota.

Sul tavolo, però, c’era un'altra busta.

Questa volta indirizzata a Edoardo.

Lui la aprì.

Dentro c’era una sola pagina.

La lesse.

Il suo volto perse ogni colore.

«Che cosa c’è scritto?» domandai.

Edoardo mi guardò.

«Il mio coma non era un incidente.»

«Lo so.»

Scosse la testa.

«No. Non hai capito.»

Mi porse il foglio.

C’erano tre righe.

EDOARDO TORRIANI NON È STATO MESSO IN COMA PER NASCONDERE LA VERITÀ.

È STATO TENUTO IN VITA PERCHÉ ERA L’UNICO A POTERLA APRIRE.

E SULL’ULTIMA RIGA C’ERA IL MIO NOME.

ELENA BIANCHI È LA CHIAVE.

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