Per un istante nessuno parlò.
«Me?» chiesi.
Mio padre annuì lentamente.
«Tua madre aveva nascosto qualcosa prima di morire. Qualcosa che riguarda te.»
Sentii le gambe diventare deboli.
«Che cosa?»
Carlo guardò Edoardo, poi Vittoria, che era appena arrivata in fondo al corridoio.
«Non qui.»
«Sono stanca di questa frase.»
La mia voce rimbalzò contro le pareti della villa.
«Non qui. Non ora. Non posso dirtelo. Tutti continuano a proteggermi senza capire che sono proprio i loro silenzi a mettermi in pericolo.»
Edoardo si avvicinò.
«Ha ragione.»
Mio padre lo fissò.
«Tu non sai cosa ha fatto Laura.»
«Allora raccontacelo.»
Carlo chiuse gli occhi.
«Tua madre scoprì che le società fantasma non servivano soltanto a rubare denaro. Erano state create per trasferire lentamente la proprietà di alcune aziende a una persona che non compariva mai nei documenti.»
«Chi?»
«Non lo sapeva nemmeno lei.»
«Ma sapeva qualcosa su di me.»
Carlo annuì.
«Quando avevi dodici anni, Laura scoprì che il tuo nome compariva in un vecchio documento notarile.»
Aggrottai la fronte.
«Il mio nome?»
«Come beneficiaria.»
Vittoria fece un passo avanti.
«Beneficiaria di cosa?»
Mio padre la guardò.
«Di una società.»
Nella stanza calò il silenzio.
«Quale società?»
Carlo esitò.
«Bellavista Investimenti.»
Il nome mi fece rabbrividire.
«La società che ha comprato la casa dei nonni.»
«Sì.»
Edoardo si passò una mano sul volto.
«Quindi qualcuno ha acquistato quella casa perché sapeva che Elena avrebbe potuto cercare lì.»
«O perché voleva controllare ciò che Laura aveva nascosto», rispose Vittoria.
Mi voltai verso mio padre.
«Perché non mi hai mai detto che quella società esisteva?»
«Perché Laura mi fece promettere di non farlo.»
«E tu hai mantenuto la promessa per quindici anni?»
«Fino a quando non ho capito che stavano tornando.»
«Quando?»
Carlo abbassò la voce.
«Il giorno in cui ho ricevuto la proposta di matrimonio di Edoardo.»
Lo guardai incredula.
«Non sei stato tu a cercare i Torriani?»
«No.»
«Allora chi ti ha contattato?»
Mio padre non rispose.
Vittoria lo fissò.
«Carlo.»
Lui finalmente parlò.
«Un avvocato.»
«Nome.»
«Matteo Rinaldi.»
Edoardo si irrigidì.
«Rinaldi.»
«Lo conosci?»
«Era il legale che gestiva alcuni dei miei contratti personali prima dell’incidente.»
Vittoria impallidì.
«Era anche uno dei consulenti del trust.»
Sentii il cuore accelerare.
Tutto sembrava collegarsi.
Il matrimonio.
Le quote.
L’incidente.
La casa di Varenna.
La società intestata al mio nome.
«Quindi Rinaldi ha organizzato il matrimonio.»
«Non direttamente», disse mio padre. «Mi disse che se avessi rifiutato, i debiti sarebbero rimasti. Se avessi accettato, la tua famiglia sarebbe stata protetta.»
«E tu gli hai creduto.»
«Avevo paura.»
«Di cosa?»
Carlo mi guardò.
«Che facessero a te quello che avevano fatto a tua madre.»
Quelle parole mi fecero perdere tutta la rabbia per un momento.
Poi un pensiero mi attraversò la mente.
«Aspetta.»
Mi voltai verso Edoardo.
«Tu hai detto che tua madre aveva licenziato Riccardo Ferretti.»
«Sì.»
«E se Ferretti non fosse stato coinvolto nei furti?»
Edoardo rimase pensieroso.
«Potrebbe essere stato lui a scoprire chi c’era dietro.»
«Allora perché è scomparso?»
Vittoria rispose:
«Forse non è scomparso.»
La guardammo.
«Cosa significa?»
«Significa che nessuno ha mai trovato un corpo.»
Il silenzio fu assordante.
In quel momento il telefono di mio padre squillò.
Lui guardò lo schermo.
Un numero sconosciuto.
Non rispose.
Il telefono squillò di nuovo.
Poi arrivò un messaggio.
Carlo lo lesse e diventò bianco.
«Fammi vedere.»
Scosse la testa.
Gli strappai il telefono dalle mani.
Sul display c’era una fotografia.
Io.
Scattata pochi minuti prima.
Ero davanti alla camera di Edoardo.
Sotto la fotografia c’era scritto:
SMETTETE DI CERCARE LA CASA.
Sentii il gelo penetrarmi nel corpo.
«Ci stanno guardando.»
Edoardo guardò verso le finestre.
«Da quanto tempo?»
Vittoria si voltò verso l’infermiera.
«Chiama la sicurezza.»
L’infermiera prese il telefono.
Non funzionava.
«Le linee sono morte.»
Edoardo si avvicinò alla finestra.
«Anche le telecamere.»
«Come lo sai?»
«Perché quella luce dovrebbe essere verde.»
Indicò una piccola telecamera nel corridoio.
Era spenta.
«Qualcuno ha disattivato tutto.»
Poi si udì un rumore al piano inferiore.
Un colpo secco.
Tutti si immobilizzarono.
«Restate qui», disse Edoardo.
«No.»
«Elena.»
«Se stanno cercando me, non voglio più nascondermi.»
Scendemmo insieme.
Il salone era vuoto.
La finestra era ancora rotta.
Ma sul tavolo c’era qualcosa che prima non c’era.
Una busta bianca.
Sopra era scritto il mio nome.
ELENA BIANCHI.
La presi.
Dentro trovai una fotografia di mia madre.
Era molto più recente di quella della registrazione.
Laura era davanti alla casa di Varenna.
Accanto a lei c’era un uomo.
Rimasi senza fiato.
«È lui», disse mio padre.
«Chi?»
«Riccardo Ferretti.»
Sul retro della fotografia c’era una data.
Due giorni prima della morte di mia madre.
E una frase scritta con la calligrafia di Laura:
SE MI SUCCEDE QUALCOSA, CERCA L'UOMO CHE NON È MAI ESISTITO.
Guardai Edoardo.
«Che significa?»
Lui non rispose.
Stava fissando qualcosa nella fotografia.
«Edoardo?»
Si avvicinò.
Indicò la mano di Riccardo.
Portava un anello.
Un anello con lo stemma dei Torriani.
«Questo è impossibile», sussurrò.
«Perché?»
Edoardo guardò Vittoria.
«Perché quell’anello apparteneva a mio nonno.»
Vittoria si portò una mano alla bocca.
Poi disse una frase che trasformò ogni certezza in un nuovo dubbio:
«No.»
Indicò la fotografia.
«Quell’anello non apparteneva a mio marito.»
Fece una pausa.
«Apparteneva a suo fratello.»







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