Divertimento

Mio Padre Mi Fece Sposare Un Miliardario In Coma — Poi Lui Aprì Gli Occhi Quando Sentì La Mia Voce

Mio padre rimase immobile per così tanto tempo che pensai avesse smesso di respirare. Lo guardavo aspettando una spiegazione, ma nei suoi occhi vedevo soltanto paura. Non la paura che avevo visto quando Edoardo si era svegliato. Questa era più antica. Più profonda.

«Conosci quella voce», dissi.

Carlo abbassò lentamente il telefono.

«No.»

«Non mentirmi.»

«Elena, devi ascoltarmi. Non possiamo restare qui.»

«Prima mi dici chi era.»

Mio padre si voltò verso la porta della dépendance e controllò il corridoio.

«Quella voce apparteneva a un uomo che lavorava con tua madre.»

Edoardo lo fissò.


«Nome.»

Carlo esitò.

«Riccardo Ferretti.»

Il nome non mi diceva nulla.

Edoardo, invece, sembrò irrigidirsi.

«Ferretti era responsabile della sicurezza informatica di una delle società del gruppo.»

«Esatto.»

«Era stato licenziato.»

«Due mesi prima del mio arresto.»

Lo guardai incredula.


«Arresto?»

Mio padre chiuse gli occhi.

«Non ti ho mai detto che sono stato arrestato.»

«Perché mi hai sempre raccontato che avevi lasciato il lavoro volontariamente.»

«Perché non volevo che sapessi tutto.»

Sentii una rabbia quasi dolorosa salire dentro di me.

«Sono entrata in questa casa pensando di essere una moglie comprata per salvare i debiti di mio padre. Adesso scopro che mio padre era stato accusato di frode, che mia madre aveva trovato delle prove, che Edoardo è stato quasi ucciso e che qualcuno ci sta minacciando. Quanto altro non mi hai detto?»

Carlo non rispose.

Edoardo intervenne.

«Abbastanza da metterla in pericolo.»


Mio padre lo guardò.

«Tu non capisci.»

«Capisco molto bene.»

Edoardo fece un respiro profondo. Il suo corpo era ancora debole, ma la sua voce aveva acquistato una fermezza che non gli avevo mai sentito.

«Riccardo Ferretti non lavorava soltanto per noi. Era una delle persone che aveva accesso ai sistemi finanziari prima che sparissero i soldi.»

«Quindi è lui il colpevole?»

«Non necessariamente.»

«Perché?»

«Perché mia madre lo licenziò dopo aver scoperto qualcosa.»

Vittoria.


Il nome non era stato pronunciato, ma entrambi sembravano pensare a lei.

«Cosa scoprì?» domandai.

Edoardo scosse la testa.

«Non lo so. Mia madre non fece in tempo a dirmelo.»

In quel momento capii che stavamo girando attorno allo stesso punto da ore.

Mia madre.

La sua registrazione.

La casa di Varenna.

«Dobbiamo andare lì.»

Carlo scosse immediatamente la testa.


«No.»

«Sì.»

«Elena, se qualcuno ci ha appena chiamati sapendo che abbiamo trovato la registrazione, Varenna è il posto più pericoloso in cui possiamo andare.»

«Forse è proprio quello che vogliono.»

Edoardo mi guardò.

«Hai ragione.»

Mio padre lo fissò.

«Sei appena uscito dal coma.»

«E qualcuno ha aspettato nove mesi perché mi svegliassi. Non credo che sia il momento di restare immobili.»

Quella frase mi fece quasi sorridere, nonostante la paura.


Preparai una piccola borsa. Edoardo insistette per venire con noi, ma il medico fu categorico.

«Non può affrontare un viaggio.»

«Allora rimarrà qui», disse Vittoria, comparendo improvvisamente sulla porta.

Mi voltai.

«Da quanto tempo è lì?»

«Abbastanza.»

Vittoria guardò Edoardo.

«Se qualcuno controlla davvero la villa, uscire tutti insieme sarebbe un suicidio.»

Poi si rivolse a me.

«Tu andrai a Varenna.»


Mio padre protestò.

«Vittoria, no.»

«Carlo, hai avuto due anni per proteggerla e hai fallito.»

Lui rimase in silenzio.

«Elena», continuò Vittoria, «porterai con te questo.»

Mi porse una vecchia fotografia.

La presi.

Ritraeva mia madre accanto a una donna che non conoscevo. Dietro di loro c’era la casa dei miei nonni.

«Chi è?»

Vittoria abbassò la voce.


«La sorella di Riccardo Ferretti.»

Aggrottai la fronte.

«Perché mia madre era con lei?»

«Perché Laura aveva scoperto che Riccardo non era l’uomo che tutti credevano.»

«E sua sorella?»

Vittoria esitò.

«È scomparsa tre giorni prima dell’incidente di Edoardo.»

Mi sentii gelare.

«Scomparsa?»

«Nessuno l’ha mai più trovata.»


Edoardo prese la fotografia dalle mie mani.

La studiò attentamente.

Poi la girò.

Sul retro c’era una data.

17 maggio.

La stessa data della registrazione di mia madre.

Ma sotto la data c’erano quattro parole scritte a mano.

NON FIDARTI DI CARLO.

Alzai lentamente gli occhi verso mio padre.

Lui vide la frase.


E sembrò distrutto.

«Non è la mia calligrafia», disse.

«Non ho detto che lo fosse.»

«Elena, ascoltami…»

«Perché mia madre avrebbe scritto questo?»

Carlo si passò una mano sul viso.

«Perché aveva paura.»

«Di te?»

La domanda rimase sospesa.

Mio padre non riuscì a rispondere.

Edoardo si alzò lentamente dalla sedia a rotelle.

«C’è qualcosa che non ci hai detto.»

«No.»

«Carlo.»

«Ho fatto quello che dovevo fare.»

«Cosa significa?»

Mio padre guardò me.

I suoi occhi si riempirono di lacrime.

«Il giorno prima che tua madre morisse, mi chiamò.»

«E?»

«Mi disse di prendere te e andarmene.»

«Perché?»

«Perché aveva scoperto chi c’era dietro tutto.»

«Chi?»

Carlo aprì la bocca.

Ma il suono di un vetro infranto proveniente dalla villa ci fece voltare tutti.

Vittoria uscì immediatamente dalla dépendance.

«Restate qui.»

Un secondo rumore.

Poi un grido.

Riconobbi la voce dell’infermiera.

Edoardo prese il mio braccio.

«Non andare.»

Ma io avevo già aperto la porta.

Corremmo verso la villa.

Le luci del corridoio erano spente.

Il vetro della grande finestra del salone era frantumato sul pavimento. Nessuno sembrava essere entrato.

Poi vedemmo l’infermiera.

Era ferma davanti alle scale, tremante.

«Dov’è Vittoria?» domandai.

Indicò il piano superiore.

«È andata nella camera del signor Torriani.»

Il cuore mi sprofondò.

Salimmo le scale.

La porta della camera di Edoardo era spalancata.

Il letto era vuoto.

Il monitor era ancora acceso.

E sopra il cuscino c’era un foglio piegato.

Lo presi con mani tremanti.

C’erano soltanto due righe.

VARENNA NON È IL LUOGO DOVE TROVERAI LA VERITÀ.

È IL LUOGO DOVE LA VERITÀ TROVERÀ TE.

Edoardo mi guardò.

Poi notò qualcosa sul pavimento.

Una piccola macchia di fango vicino alla finestra.

Si chinò appena.

Quando vide l’impronta lasciata sulla pietra, il suo volto cambiò.

«Conosco questa scarpa.»

«Di chi è?»

Edoardo alzò lentamente lo sguardo verso mio padre.

«È la stessa persona che ho visto la notte dell’incidente.»

Carlo impallidì.

«Edoardo…»

«Adesso dimmi perché quella persona è entrata nella nostra casa.»

Mio padre rimase in silenzio.

Poi, con voce quasi impercettibile, pronunciò una frase che mi fece capire che la notte era appena diventata molto più pericolosa:

«Perché non è venuta a cercare te.»

Mi guardò.

«È venuta a cercare Elena.»

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