Divertimento

«Papà, aiutami»: mia figlia era intrappolata nella base militare e suo marito parlava di “disciplina”

Lo schermo rimase immobile per alcuni secondi.

Il mio nome era ancora lì.

Accanto alla firma digitale.

Accanto a un trasferimento che non avevo mai autorizzato.

Sentii Audrey stringermi la mano con più forza.

«Papà…»

La sua voce era appena un sussurro.

Mi voltai verso di lei.

«Non hai firmato tu?»

Scosse lentamente la testa.


«No.»

L’agente Elena Croce sollevò una mano, impedendo a chiunque di toccare il computer.

«Nessuno si muova.»

Due investigatori fotografarono lo schermo.

Un altro collegò un dispositivo di isolamento alla workstation.

Il colonnello Arturo era rimasto in piedi vicino alla scrivania.

Per la prima volta da quando ero arrivato alla base, non sembrava più arrogante.

Sembrava preoccupato.

Molto preoccupato.

«Quell'unità non prova nulla», disse.


Elena si voltò verso di lui.

«Allora non avrà problemi a spiegare perché un trasferimento classificato riporta la firma digitale di un uomo che, secondo i nostri registri, non ha effettuato alcun accesso al sistema.»

Arturo non rispose.

Miriam invece fece un passo avanti.

«Quella firma potrebbe essere stata compromessa.»

«È possibile», disse Elena.

Poi indicò lo schermo.

«Ma qualcuno ha usato credenziali appartenenti a una persona che non lavora più nella catena operativa da anni.»

Sentii un peso nello stomaco.

«Da quanto tempo?» chiesi.


Elena guardò l'investigatore davanti al computer.

«Controlliamo la cronologia.»

L'uomo digitò alcuni comandi.

Sul monitor comparvero decine di righe.

Date.

Orari.

Accessi.

Trasferimenti.

Autorizzazioni.

Poi si fermò.


«Signore…»

Elena si avvicinò.

«Cosa c'è?»

«Le credenziali sono state utilizzate per la prima volta undici mesi fa.»

Guardai Audrey.

Undici mesi.

Era esattamente il periodo in cui mia figlia aveva iniziato a raccontarmi che qualcosa non andava nella base.

All'epoca avevo pensato che fosse semplicemente stressata.

Mi ero sbagliato.

«Mostrami tutti gli accessi», dissi.


L'investigatore esitò.

Poi aprì un'altra schermata.

Il primo accesso era stato effettuato alle 02:17.

Il secondo alle 03:04.

Il terzo alle 01:52.

Quasi tutti durante la notte.

E ogni volta provenivano dalla stessa rete interna della Base Militare Monte Ferro.

«Chi aveva accesso fisico a quella rete?» domandai.

L'investigatore indicò tre categorie.

Comando superiore.


Ufficiali autorizzati.

Personale investigativo.

Poi aggiunse:

«E un amministratore di sistema.»

Il silenzio nella stanza diventò pesante.

Audrey respirava lentamente.

Aveva ancora il viso pallido.

«Papà, io ho visto quella firma prima.»

Mi voltai immediatamente.

«Dove?»


«Su alcuni rapporti.»

Abbassò lo sguardo.

«Quando ho cercato di capire perché le denunce delle mogli venissero chiuse così velocemente.»

Elena si avvicinò.

«Perché non ce l'ha detto prima?»

Audrey strinse le labbra.

«Perché ogni volta che facevo una domanda, Giuliano mi diceva che stavo mettendo in pericolo la mia carriera.»

Poi guardò verso il corridoio.

«E suo padre mi faceva capire che nessuno avrebbe creduto a una capitana sposata che accusava il proprio marito.»

Sentii la rabbia salire.


Ma non era più il momento di reagire con la rabbia.

Era il momento di capire.

«Audrey», dissi piano, «quando hai iniziato a sospettare che i rapporti fossero falsificati?»

«Tre mesi fa.»

Elena si voltò verso di lei.

«Tre mesi?»

Audrey annuì.

«Avevo trovato una discrepanza nei registri disciplinari.»

«Quale?»

«Un rapporto risultava firmato da me.»


Fece una pausa.

«Ma quel giorno ero fuori dalla base.»

L'investigatore al computer smise di digitare.

«Aspetti.»

Tutti si voltarono.

Sul monitor era comparso un altro documento.

Lo aprì.

Era un rapporto disciplinare.

La firma di Audrey era in fondo.

La data coincideva con uno dei giorni in cui lei aveva partecipato a un'esercitazione fuori sede.


Elena guardò Audrey.

«Questa è la stessa firma digitale?»

«Sì.»

L'investigatore confrontò i due file.

Dopo pochi secondi, scosse la testa.

«No.»

Arturo sollevò lo sguardo.

«Cosa significa?»

«Significa che non è una copia della firma.»

L'uomo ingrandì i dati tecnici.

«È una credenziale autentica utilizzata da un dispositivo autorizzato.»

Elena rimase immobile.

«Quindi qualcuno aveva accesso alle credenziali di Audrey.»

«Sì.»

Poi aggiunse:

«E anche a quelle del padre.»

Mi si gelarono le mani.

Per anni avevo creduto che la mia vecchia identità professionale fosse rimasta sepolta.

Avevo lasciato il Ministero.

Avevo cambiato vita.

Avevo promesso a mia figlia che non avrei più passato le mie giornate dentro indagini sporche di potere e corruzione.

Eppure qualcuno aveva preso il mio nome.

La domanda non era più chi avesse falsificato la firma.

La domanda era:

Perché aveva scelto proprio me?

Elena si avvicinò allo schermo.

«Abbiamo bisogno di isolare il sistema.»

«Fatelo.»

Un investigatore entrò rapidamente nella stanza.

«Agente Croce.»

«Parli.»

«Abbiamo trovato una seconda stanza.»

Elena si voltò.

«Dove?»

«Dietro l'archivio disciplinare.»

Arturo fece immediatamente un passo verso di lui.

«Quella zona è classificata.»

L'investigatore lo guardò.

«È proprio per questo che dobbiamo aprirla.»

Arturo non disse nulla.

Pochi secondi dopo, gli agenti spostarono un armadio metallico.

Dietro di esso comparve una porta stretta.

Nessuna targhetta.

Nessuna serratura visibile.

Solo un piccolo lettore biometrico.

Elena guardò Arturo.

«Chi può aprirla?»

Il colonnello rimase in silenzio.

Poi Miriam parlò.

«Solo tre persone.»

«Nomi.»

«Io.»

Fece una pausa.

«Arturo.»

Poi guardò Giuliano.

«E mio figlio.»

Giuliano, ancora immobilizzato dagli agenti, impallidì.

«Io non ho accesso.»

Elena lo fissò.

«Lo scopriremo.»

Un tecnico raccolse un campione biometrico dal dispositivo.

Dopo alcuni secondi, la porta emise un clic.

Si aprì.

Dentro non c'erano armi.

Non c'erano denaro o documenti evidenti.

C'era una parete intera coperta da fotografie.

Fotografie di mogli.

Di ufficiali.

Di trasferimenti.

Di udienze disciplinari.

Di famiglie.

E al centro della parete...

C'era una fotografia di Audrey.

Sotto di essa era stata scritta una sola parola.

**RISCHIO.**

Audrey trattenne il respiro.

Io rimasi immobile.

Poi vidi un'altra fotografia.

Era mia.

Vecchia di almeno quindici anni.

Scattata quando lavoravo ancora per il Ministero della Difesa.

Elena si avvicinò lentamente.

«Questo cambia tutto.»

Guardai la fotografia.

Sul retro qualcuno aveva scritto una data.

E sotto la data c'era una frase.

**“Se torna a indagare, usare la figlia.”**

Per la prima volta quella notte compresi una cosa terribile.

Audrey non era diventata un bersaglio per caso.

Qualcuno l'aveva usata per arrivare a me.

E la persona che aveva falsificato la mia firma non stava cercando soltanto di rubare denaro.

Stava preparando qualcosa molto più grande.

Qualcosa che aveva iniziato molto prima che mia figlia mi chiamasse quella sera.

E forse...

Qualcuno aveva previsto che sarei arrivato alla base.

Continua — clicca su “Parte 4” per leggere il seguito.

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