Per alcuni secondi nessuno parlò.
La fotografia rimase appesa davanti a noi.
La mia faccia, quindici anni più giovane.
La divisa che avevo indossato prima di lasciare il Ministero.
E quella frase scritta sul retro.
“Se torna a indagare, usare la figlia.”
Sentii Audrey avvicinarsi.
«Papà… perché qualcuno avrebbe scritto una cosa del genere?»
Non risposi subito.
Perché conoscevo quella parte della mia vita abbastanza bene da sapere che alcune risposte potevano essere più pericolose delle domande.
Elena prese la fotografia con i guanti.
«La data è di quindici anni fa.»
Annuii.
«Lo so.»
«Cosa stava indagando in quel periodo?»
Guardai Arturo e Miriam.
Entrambi evitavano il mio sguardo.
«Corruzione negli appalti militari», dissi.
Arturo intervenne immediatamente.
«Era un'indagine chiusa.»
Mi voltai verso di lui.
«Non ho detto che fosse ancora aperta.»
«Allora non vedo il motivo di collegarla a questa situazione.»
«Io sì.»
Elena fece un passo verso di lui.
«Colonnello, non le è stato chiesto di formulare ipotesi.»
Arturo serrò la mascella.
Io continuai a osservare la parete.
C'erano fotografie di ufficiali che non riconoscevo.
Alcune erano recenti.
Altre risalivano a diversi anni prima.
Accanto a ogni volto comparivano date, numeri di fascicolo e brevi annotazioni.
Poi vidi qualcosa che mi fece fermare.
Una fotografia mostrava una donna in uniforme.
Sotto il suo nome c'era scritto:
**DENUNCIA RESPINTA. INSTABILITÀ EMOTIVA.**
Riconobbi il nome.
Era una delle sette persone i cui fascicoli erano stati trovati negli armadietti di Giuliano.
«Lei è stata una delle prime», dissi.
Audrey guardò la fotografia.
«La conosco.»
«Da dove?»
«Era nella mia stessa unità.»
Elena si voltò verso di lei.
«Che cosa le è successo?»
Audrey abbassò gli occhi.
«Si è trasferita.»
«Volontariamente?»
Ci fu una pausa.
«Dicevano di sì.»
Elena prese nota.
«E lei cosa pensava?»
Audrey guardò nuovamente la fotografia.
«Che fosse stata costretta.»
Un rumore proveniente dal corridoio ci fece voltare.
Due agenti stavano portando Giuliano fuori dalla stanza.
Lui si fermò quando vide la parete.
Per la prima volta non aveva una risposta pronta.
«Non sapevo di quella stanza», disse.
Elena lo fissò.
«Allora perché il suo accesso biometrico risulta registrato qui quattro volte negli ultimi sei mesi?»
Giuliano impallidì.
«È impossibile.»
L'investigatore mostrò il tablet.
«Vuole che glielo legga?»
Giuliano non rispose.
«Quattro accessi. Sempre dopo mezzanotte. Sempre nei giorni in cui uno dei sette fascicoli veniva modificato.»
Il volto di mio genero si irrigidì.
«Qualcuno ha usato il mio accesso.»
Elena si avvicinò.
«E chi?»
Giuliano aprì la bocca.
Poi la richiuse.
Arturo intervenne.
«Questo interrogatorio non può continuare senza un rappresentante della procura militare.»
Elena lo guardò.
«Infatti non sto interrogando nessuno.»
Indicò la porta.
«Sto sequestrando una scena del crimine.»
Due agenti accompagnarono Giuliano fuori.
Io rimasi con Audrey.
Lei tremava ancora.
Mi avvicinai.
«Devi riposare.»
«No.»
La risposta fu immediata.
«Non finché non scopriamo chi ha usato il tuo nome.»
La guardai.
Era la stessa ragazza che da bambina si sedeva nel mio garage mentre riparavo i motori.
Ma ora aveva davanti una parete piena di fotografie che raccontavano una storia che nessuno le aveva mai permesso di vedere.
«Audrey, ascoltami.»
Mi guardò.
«Quello che hai scoperto potrebbe essere collegato al mio vecchio lavoro. Se è così, da questo momento non puoi fidarti di nessuno che abbia un interesse diretto a proteggere questa base.»
«Nemmeno di Miriam?»
Non risposi.
Non ne avevo bisogno.
Lei capì.
Elena entrò nella stanza con una cartella.
«Abbiamo appena ricevuto un rapporto preliminare dal laboratorio.»
Si fermò davanti a noi.
«L'unità di memoria non è stata nascosta qui recentemente.»
«Quanto tempo?» chiesi.
«Almeno otto anni.»
Audrey sbiancò.
«Otto anni?»
Elena annuì.
«E c'è dell'altro.»
Aprì la cartella.
«Il dispositivo contiene registri finanziari.»
Posò alcune fotografie dei documenti sul tavolo.
«Pagamenti a società di copertura. Trasferimenti su conti esteri. Contratti assegnati senza gara.»
Riconobbi immediatamente la struttura.
Era il tipo di schema che avevo incontrato anni prima.
«Questi trasferimenti passano attraverso una società chiamata Ferro Dynamics.»
Elena mi guardò.
«La conosce?»
Annuii lentamente.
«Era una delle società coinvolte nell'indagine che ho seguito quindici anni fa.»
Audrey mi fissò.
«Papà...»
«Sì.»
Indicai i documenti.
«Questa storia non è iniziata con Giuliano.»
Elena abbassò lo sguardo sulla cartella.
«E non finisce con lui.»
Fu allora che uno degli investigatori entrò correndo.
«Agente Croce.»
Elena si voltò.
«Abbiamo un problema.»
«Che tipo di problema?»
L'uomo mostrò il telefono.
«Qualcuno sta cancellando i registri del sistema centrale.»
Il silenzio tornò nella stanza.
«Da dove?» chiesi.
«Dalla rete interna della base.»
Elena prese immediatamente il dispositivo.
«Puoi bloccarlo?»
«Sto provando.»
Sul display comparvero decine di file che sparivano uno dopo l'altro.
Fascicoli disciplinari.
Registri finanziari.
Log di sicurezza.
Persino le registrazioni delle telecamere.
Poi l'investigatore si bloccò.
«Aspetti.»
«Cosa?»
«Non sta cancellando tutto.»
Elena si avvicinò.
«Che cosa sta facendo?»
L'uomo ingrandì una schermata.
«Sta cancellando solo i dati collegati ad Audrey.»
Mi voltai verso mia figlia.
Lei mi guardò con gli occhi spalancati.
«Papà...»
Le presi la mano.
«Non aver paura.»
Ma dentro di me sapevo che qualcuno aveva appena commesso un errore.
Perché per cancellare quei file bisognava conoscere esattamente quali prove stavamo cercando.
E questo significava che qualcuno stava osservando l'indagine mentre si svolgeva.
Elena ordinò:
«Isolate immediatamente la rete.»
L'investigatore eseguì il comando.
Il sistema si bloccò.
Poi tutte le luci del corridoio si spensero.
La base precipitò nel buio.
Per qualche secondo si sentì soltanto la pioggia contro le finestre.
Poi arrivò un rumore.
Un singolo colpo metallico.
Proveniva dal piano superiore.
Audrey si irrigidì.
«Quello era il mio alloggio.»
Elena estrasse immediatamente l'arma.
Io guardai il corridoio.
Due agenti si posizionarono davanti alla porta.
«Restate qui», ordinò Elena.
Ma Audrey mi afferrò il braccio.
«Papà... nella mia camera c'è qualcosa.»
«Cosa?»
«Prima che Giuliano mi chiudesse dentro, ho nascosto una chiavetta.»
La guardai.
«Dove?»
«Nel vecchio ventilatore.»
Un secondo colpo risuonò dall'alto.
Più forte.
Poi sentimmo una porta sbattere.
Elena fece un cenno agli agenti.
«Andiamo.»
Salimmo le scale.
Quando arrivammo davanti all'alloggio di Audrey, la porta era spalancata.
La stanza era stata completamente messa a soqquadro.
Cassetti aperti.
Vestiti sul pavimento.
Documenti strappati.
Il vecchio ventilatore era rovesciato.
Ma la chiavetta non c'era.
Audrey si portò una mano alla bocca.
«Era lì.»
Mi chinai.
Guardai il pavimento.
Poi vidi qualcosa sotto il letto.
Un piccolo pezzo di plastica nera.
Lo raccolsi.
Non era la chiavetta.
Era il suo involucro.
Qualcuno l'aveva aperta.
E l'aveva portata via.
Elena guardò verso la finestra.
Era socchiusa.
La pioggia entrava lentamente.
Sul davanzale c'erano impronte bagnate.
Un uomo era appena fuggito da lì.
L'investigatore controllò il cortile.
«Nessuno in vista.»
Poi il suo telefono emise un segnale.
Guardò lo schermo.
Il suo volto cambiò.
«Agente Croce... abbiamo appena trovato il veicolo usato per uscire dalla base.»
«Dove?»
«Al cancello nord.»
Elena si avvicinò.
«E chi lo guidava?»
L'uomo deglutì.
«Abbiamo la registrazione della telecamera.»
Mi guardò.
«Era un ufficiale.»
Fece una pausa.
«Il generale Miriam Torri.»
Audrey rimase senza fiato.
Io invece sentii qualcosa di diverso.
Non sorpresa.
Non rabbia.
Solo una certezza.
Quella notte non avevamo appena scoperto chi aveva distrutto la vita di mia figlia.
Avevamo finalmente trovato la persona che stava cercando di cancellare le prove.
E ora sapevo esattamente dove cercarla.
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