Il generale Miriam Torri era sparita dalla base.
Ma non poteva essere andata lontano.
Elena ordinò immediatamente di chiudere tutti gli accessi secondari.
«Nessuno entra. Nessuno esce.»
Gli agenti si dispersero lungo i corridoi.
Io rimasi davanti alla finestra dell'alloggio di Audrey.
Sul davanzale c'erano ancora le impronte bagnate.
Guardai il cortile.
«Se Miriam è fuggita da qui, perché?»
Elena si avvicinò.
«Perché sapeva che stavamo per trovare qualcosa.»
Audrey indicò il ventilatore rovesciato.
«La chiavetta.»
«Cosa c'era dentro?» chiesi.
Audrey scosse la testa.
«Non lo so tutto. Ma avevo copiato alcuni file prima che Giuliano mi confiscasse il telefono.»
Elena si voltò di scatto.
«Da quale sistema?»
«Dai registri disciplinari.»
«Perché?»
«Perché ogni volta che una moglie denunciava un abuso, il rapporto originale spariva.»
Elena rimase in silenzio.
Poi chiese:
«Hai fatto una copia di quei file su quella chiavetta?»
«Sì.»
«E l'hai mai collegata a un computer della base?»
Audrey esitò.
«Una volta.»
Sentii immediatamente un campanello d'allarme.
«Quando?»
«Due settimane fa.»
«Dove?»
Audrey indicò il corridoio.
«Nell'ufficio di Giuliano.»
Elena si irrigidì.
«Perché?»
«Perché volevo confrontare alcuni rapporti con il sistema centrale.»
«E Giuliano ti ha vista?»
Audrey abbassò lo sguardo.
«Sì.»
Quelle due parole cambiarono tutto.
La chiavetta non era stata rubata per caso.
Qualcuno sapeva esattamente cosa conteneva.
Elena prese il telefono.
«Controllate immediatamente tutti i dispositivi collegati alla rete dell'ufficio del capitano Torri.»
Un investigatore rispose dall'altra stanza.
«Abbiamo già iniziato.»
Pochi secondi dopo arrivò una risposta.
«Agente Croce, abbiamo trovato un terminale attivo.»
Elena si voltò.
«Dove?»
«Nell'ufficio del colonnello Arturo Torri.»
Mi voltai verso Audrey.
Lei mi guardò.
«Mio nonno?»
«Andiamo», dissi.
Percorremmo il corridoio sotto la luce intermittente dell'emergenza.
Quando arrivammo davanti all'ufficio di Arturo, la porta era chiusa.
Due agenti entrarono per primi.
«Libero.»
Elena fece un passo dentro.
La stanza sembrava perfettamente normale.
Scrivania ordinata.
Decorazioni militari.
Fotografie ufficiali.
Medaglie.
Niente sembrava fuori posto.
Poi l'investigatore indicò il computer.
«Questo terminale è collegato a un server esterno.»
Elena si avvicinò.
«È ancora attivo?»
«Sì.»
«Bloccalo.»
L'uomo esitò.
«Se lo blocco, potremmo perdere la connessione.»
«Allora non bloccarla.»
Mi voltai verso di lui.
«Registrala.»
L'investigatore mi guardò.
Elena annuì.
«Facciamolo.»
Sul monitor apparve una schermata di accesso.
Un codice.
Poi una cartella.
**OPERAZIONE FERRO.**
Sentii Audrey trattenere il respiro.
Elena aprì il primo file.
Dentro c'erano decine di nomi.
Ufficiali.
Imprenditori.
Funzionari.
E poi comparvero i nomi delle sette mogli.
Tutte erano state inserite nello stesso elenco.
Accanto a ciascun nome compariva una classificazione.
**GESTIBILE.**
**SILENZIATA.**
**TRASFERITA.**
**RISCHIO ELEVATO.**
Audrey fissò lo schermo.
«Non erano denunce.»
La sua voce tremava.
«Eravamo obiettivi.»
Nessuno rispose.
Elena aprì un altro documento.
Era una tabella finanziaria.
Pagamenti mensili.
Società di copertura.
Numeri di conto.
Date.
Poi vide una voce evidenziata.
«Questo trasferimento...»
Mi avvicinai.
Era lo stesso importo apparso sull'unità di memoria.
Ma stavolta c'era un riferimento.
**AUTORIZZAZIONE A.**
Elena ingrandì il documento.
«A chi appartiene questa sigla?»
Arturo entrò nella stanza.
Non avevo sentito i suoi passi.
«Non lo so.»
Elena lo guardò.
«Non le ho fatto una domanda.»
Arturo rimase in silenzio.
Poi disse:
«Quella sigla potrebbe appartenere a centinaia di persone.»
«Ma il documento è nel suo computer.»
«Il computer è dell'esercito.»
«E lei è il responsabile di questa struttura.»
Arturo fece un passo avanti.
«Stia attenta, agente.»
Elena non arretrò.
«Sono molto attenta.»
Io osservai Arturo.
Aveva smesso di fingere sicurezza.
Ma non sembrava terrorizzato.
Sembrava calcolare.
Come se stesse aspettando qualcosa.
Poi il mio telefono vibrò.
Guardai lo schermo.
Un messaggio proveniva da un numero sconosciuto.
**HAI CERCATO NEL POSTO SBAGLIATO.**
Un secondo messaggio arrivò subito dopo.
**GUARDA NELLA CAPPELLA.**
Mostrai il telefono a Elena.
Lei lo lesse.
«È un'esca.»
«Probabilmente.»
Audrey si avvicinò.
«La cappella della base?»
Annuii.
Elena ordinò a due agenti di restare con lei e agli altri di seguirci.
Attraversammo il cortile sotto la pioggia.
La cappella militare si trovava all'estremità nord della base.
Era un edificio piccolo.
Vecchio.
Usato raramente.
Quando entrammo, l'aria sapeva di legno umido e cera.
Non c'era nessuno.
Elena illuminò i banchi con la torcia.
«Controllate tutto.»
Gli agenti si separarono.
Io osservai l'altare.
Poi vidi qualcosa.
Una piccola busta infilata dietro una delle panche.
La presi.
Sopra c'era scritto soltanto:
**PER IL PADRE DI AUDREY.**
Sentii Audrey irrigidirsi.
«È per te.»
Aprii la busta.
Dentro c'era una fotografia.
La guardai.
Era stata scattata molti anni prima.
Io ero davanti a un edificio del Ministero della Difesa.
Accanto a me c'era un uomo che riconobbi immediatamente.
Il direttore dell'unità investigativa per cui avevo lavorato.
Sul retro della fotografia c'era una data.
Quindici anni prima.
E sotto:
**TU HAI CHIUSO IL CASO.**
Mi si bloccò il respiro.
Elena mi guardò.
«È vero?»
Non risposi.
Perché ricordavo quel caso.
Ricordavo le accuse.
Ricordavo i documenti mancanti.
Ricordavo una serie di trasferimenti finanziari che conducevano a una società chiamata Ferro Dynamics.
E ricordavo anche il motivo per cui l'indagine era stata chiusa.
Avevo ricevuto un ordine.
Un ordine firmato dall'alto.
Avevo obbedito.
O almeno così avevo creduto.
«Papà?» disse Audrey.
Guardai mia figlia.
«Io non ho chiuso quel caso perché volevo.»
«Allora perché?»
Abbassai lentamente la fotografia.
«Perché mi dissero che non c'erano prove sufficienti.»
Elena mi fissò.
«E adesso pensa che qualcuno abbia costruito quelle prove usando la sua identità?»
«Sì.»
Un rumore improvviso arrivò dall'esterno.
Gli agenti si voltarono.
Poi una luce attraversò le finestre.
Un veicolo passò velocemente davanti alla cappella.
Elena corse fuori.
Io la seguii.
Sul piazzale non c'era nessuno.
Solo la pioggia.
Poi uno degli agenti gridò:
«Agente Croce!»
Ci voltammo.
Aveva trovato qualcosa vicino al muro.
Un piccolo dispositivo di registrazione.
Ancora acceso.
Elena lo raccolse.
Una voce iniziò a uscire dall'altoparlante.
Era la voce di Miriam.
«Se state ascoltando questo messaggio, significa che mio figlio ha già fallito.»
Audrey impallidì.
La registrazione continuò.
«Non fidatevi di Arturo.»
Arturo.
Il colonnello.
Il padre di Giuliano.
Elena fece cenno all'agente di alzare il volume.
La voce di Miriam tremava.
«Quello che avete trovato nella base è solo una parte. Arturo non ha mai controllato l'operazione. Ha sempre ricevuto ordini da qualcuno sopra di lui.»
La registrazione si interruppe per alcuni secondi.
Poi Miriam pronunciò una frase che mi fece gelare il sangue.
«E tuo padre, Audrey, non è stato scelto come vittima.»
Audrey mi guardò.
«Cosa significa?»
La registrazione riprese.
«È stato scelto come capro espiatorio.»
Poi il dispositivo si spense.
Rimase soltanto il rumore della pioggia.
Elena mi guardò.
«Adesso abbiamo un problema.»
«Quale?»
Indicò il dispositivo.
«Se Miriam dice la verità, qualcuno sta preparando un'intera operazione per attribuire a lei la responsabilità di quello che è successo.»
Guardai Audrey.
Poi la fotografia tra le mie mani.
La mia firma.
Il mio nome.
Il vecchio caso.
I trasferimenti.
Tutto sembrava collegarsi.
Ma mancava ancora un elemento.
Chi aveva ordinato tutto?
Prima che potessi parlare, il telefono di Elena squillò.
Lei rispose.
Ascoltò per pochi secondi.
Poi il suo volto cambiò.
«Ripeta.»
Silenzio.
«Ne è sicuro?»
Chiuse la chiamata.
Mi guardò.
«Abbiamo appena ricevuto un mandato urgente dalla capitale.»
«Per chi?»
Elena esitò.
Poi disse:
«Per lei.»
Audrey strinse la mia mano.
«Papà...»
Elena abbassò lentamente il telefono.
«Il Ministero della Difesa la accusa ufficialmente di aver autorizzato il trasferimento dei fondi e di aver manipolato i documenti della base.»
Guardai il cielo nero oltre la finestra della cappella.
La persona che aveva usato il mio nome aveva appena ottenuto ciò che voleva.
Ora non dovevo soltanto salvare mia figlia.
Dovevo dimostrare che non ero io il responsabile.
E per farlo...
Avrei dovuto tornare esattamente nel caso che avevo cercato di dimenticare per quindici anni.
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