Per qualche secondo nessuno nella stanza riuscì a parlare.
Continuai a fissare l’ecografia stretta tra le mani dell’investigatore, cercando di capire ciò che stavo guardando.
La data era chiarissima.
Precedeva di quasi quattro mesi il giorno in cui avevo conosciuto Giuliano.
Eppure sul margine inferiore del foglio c’era una firma che avrei riconosciuto ovunque.
Elena Moretti.
Mia madre.
«Non è possibile», sussurrai.
Mio padre non rispose.
Aveva il volto di un uomo che aveva appena visto aprirsi una porta che sperava fosse rimasta chiusa per sempre.
L’investigatore militare, il Maggiore De Santis, posò l’ecografia sul tavolo.
«Colonnello, conosce questo documento?»
Arturo continuò a fissarlo.
«Conosco la firma.»
«Non le ho chiesto questo.»
Il tono di De Santis rimase rispettoso, ma cambiò qualcosa nel suo sguardo.
Non stava più parlando soltanto con il padre di una vittima.
Stava interrogando un ufficiale.
Mio padre lo capì.
Inspirò lentamente.
«No. Non ho mai visto questa ecografia.»
«Ma sua moglie sì.»
«A quanto pare.»
Una sensazione fredda mi attraversò la schiena.
«Papà.»
Lui si voltò verso di me.
«Perché mamma avrebbe avuto un’ecografia del mio bambino prima che io conoscessi Giuliano?»
Il medico presente nella stanza sollevò subito lo sguardo.
«Non può essere l’ecografia della gravidanza attuale.»
«Cosa?»
«Se la data è autentica, biologicamente non è possibile.»
Sentii il mio stomaco stringersi.
Il Maggiore De Santis prese il foglio con dei guanti sottili e lo osservò contro la luce.
«Potrebbe essere stata alterata.»
«Oppure», disse mio padre, «la data non indica quando è stata eseguita.»
Tutti si voltarono verso di lui.
«Cosa intendi?» domandai.
Arturo indicò un piccolo codice stampato vicino alla firma di mia madre.
«Quello non è un numero di referto.»
De Santis strinse gli occhi.
«Ne è sicuro?»
«Sì.»
Mio padre avvicinò il documento senza toccarlo.
«È un riferimento interno.»
Il Maggiore prese il telefono e fotografò il codice.
«Interno a cosa?»
Mio padre rimase in silenzio per qualche secondo di troppo.
Fu allora che capii che sapeva qualcosa.
Non tutto.
Ma qualcosa.
«Papà.»
La mia voce tremò.
«Non mentirmi adesso.»
Lui chiuse gli occhi per un istante.
Quando li riaprì, non vidi il Colonnello Arturo Moretti.
Vidi semplicemente mio padre.
Stanco.
Spaventato.
«Tua madre aveva lavorato per alcuni anni come consulente amministrativa per una fondazione privata legata a strutture sanitarie militari.»
«Non me l’hai mai detto.»
«Perché non era importante.»
De Santis intervenne immediatamente.
«Il nome della fondazione?»
Arturo esitò.
«Fondazione San Michele.»
Il Maggiore digitò qualcosa sul tablet.
Dopo pochi secondi il suo volto cambiò.
«È stata chiusa dodici anni fa.»
Mio padre annuì.
«Lo so.»
«A seguito di un’indagine.»
Il silenzio tornò a riempire la stanza.
«Che tipo di indagine?» chiesi.
Nessuno rispose subito.
Alla fine fu De Santis a parlare.
«Gestione illecita di dati medici.»
Sentii il bambino muoversi dentro di me.
Portai istintivamente una mano al ventre.
«Dati di chi?»
Il Maggiore continuò a leggere.
«Personale militare. Familiari. Pazienti di strutture convenzionate.»
Guardai mio padre.
«Mamma era coinvolta?»
«No.»
La sua risposta arrivò troppo velocemente.
«Allora perché la sua firma è su quel foglio?»
«Non lo so.»
«Ma sai qualcosa.»
Arturo serrò la mascella.
Per tutta la mia vita mio padre mi aveva insegnato che il silenzio era spesso più rivelatore delle parole.
Ora era lui a usarlo contro di me.
«Vittoria», disse infine, «tua madre scoprì delle irregolarità.»
«Quali irregolarità?»
«Accessi non autorizzati a cartelle cliniche. Profili familiari. Informazioni finanziarie collegate a patrimoni e successioni.»
Il mio respiro si fece più corto.
«Patrimoni.»
Pensai immediatamente al trust.
Mio padre lo vide nel mio sguardo.
«Sì.»
«Il trust di mamma.»
«Non lo so.»
«Papà.»
«Non lo so con certezza.»
Quella precisazione mi terrorizzò più di qualsiasi altra cosa.
Il Maggiore De Santis si avvicinò alla cassaforte aperta.
«Giuliano conservava documenti relativi al trust insieme a questo materiale. Non sembra una coincidenza.»
«Non lo è», dissi.
La mia voce uscì più ferma di quanto mi sentissi.
Per mesi avevo creduto che Giuliano volesse soltanto controllarmi.
Poi avevo scoperto che voleva farmi dichiarare incapace per ottenere accesso ai miei beni.
Adesso stavo iniziando a capire che forse non aveva scoperto quel patrimonio dopo il matrimonio.
Forse lo conosceva già.
«Quando hai conosciuto Giuliano?» chiese De Santis.
«A una cena di beneficenza a Roma.»
«Organizzata da chi?»
Ci pensai.
Fino a quel momento quel dettaglio mi era sempre sembrato irrilevante.
«Da un’associazione che raccoglieva fondi per le famiglie dei militari.»
Mio padre impallidì.
«Come si chiamava?»
Lo guardai.
«Aurora.»
Arturo fece un passo indietro.
Il Maggiore De Santis notò subito la sua reazione.
«Colonnello?»
Mio padre non rispose.
«Papà, cosa c’è?»
Lui si passò una mano sul viso.
«La Fondazione San Michele finanziava l’Associazione Aurora.»
Per un momento sentii soltanto il battito del mio cuore.
La cena.
Giuliano.
Mia madre.
Il trust.
I documenti falsificati.
Tutto ciò che avevo considerato una serie di eventi separati cominciava lentamente a formare una linea.
«Quindi Giuliano non mi ha incontrata per caso.»
Nessuno ebbe il coraggio di rispondermi.
Ma non ce n’era bisogno.
Il Maggiore De Santis prese immediatamente il telefono.
«Voglio l’elenco completo degli organizzatori di quella cena. Sponsor, personale, ospiti, sicurezza. Tutto.»
Poi si rivolse a uno dei Carabinieri.
«E sigillate l’intero studio. Nessun documento esce da questa casa.»
Un rumore proveniente dal corridoio ci fece voltare.
Un carabiniere entrò con una busta trasparente.
«Abbiamo trovato questo dietro il doppio fondo della cassaforte.»
Dentro c’era una fotografia.
Una vecchia fotografia.
Mio padre la vide prima di me.
E smise di respirare.
De Santis estrasse delicatamente l’immagine.
Mostrava mia madre davanti a un edificio che non riconoscevo.
Accanto a lei c’erano altri tre uomini.
Uno era sconosciuto.
Il secondo portava un’uniforme militare.
Il terzo era molto più giovane rispetto all’uomo che conoscevo.
Ma non avevo alcun dubbio.
Era il padre di Giuliano.
Sentii il sangue abbandonarmi il volto.
«Lo conoscevi.»
Mio padre non rispose.
Mi alzai lentamente dal letto nonostante il medico cercasse di fermarmi.
«Papà.»
Questa volta la mia voce non era più fragile.
«Tu conoscevi la famiglia di Giuliano prima ancora che io lo incontrassi.»
Arturo mi guardò.
E nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai visto prima.
Colpa.
«Conoscevo suo padre.»
«Da quanto tempo?»
«Da molti anni.»
«E non mi hai detto niente?»
«Quando hai portato Giuliano a casa per la prima volta, non sapevo ancora chi fosse suo padre.»
«E quando lo hai scoperto?»
Mio padre abbassò lo sguardo.
Quello fu il momento in cui capii che la risposta mi avrebbe fatto male.
«Tre mesi dopo il vostro matrimonio.»
Mi mancò il respiro.
«Tre mesi?»
«Vittoria—»
«Sono sposata con lui da quasi due anni.»
«Lo so.»
«Hai saputo per quasi due anni che suo padre aveva avuto rapporti con mamma e non mi hai detto nulla?»
«Non avevo prove che significasse qualcosa.»
«Adesso le abbiamo.»
De Santis posò la fotografia accanto all’ecografia.
Sul retro era scritta una data.
E sotto la data, con la calligrafia di mia madre, c’erano soltanto cinque parole.
Il Maggiore le lesse lentamente.
«Se succede qualcosa a Vittoria…»
Si fermò.
Girò completamente la fotografia.
La seconda frase era stata scritta in fondo, quasi cancellata dal tempo.
«…cercate nella famiglia De Luca.»
De Luca.
Il cognome da nubile di Beatrice.
Guardai mio padre.
Questa volta non riuscì più a nasconderlo.
Qualunque cosa mia madre avesse scoperto prima di morire…
riguardava la famiglia nella quale avevo finito per sposarmi.
E forse Giuliano non era entrato nella mia vita per impossessarsi del trust.
Forse era entrato nella mia vita perché qualcuno aveva iniziato quel piano molti anni prima che io sapessi persino di essere in pericolo.
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