Divertimento

Quando Mio Padre Sollevò La Coperta E Vide I Lividi Sul Mio Corpo Incinto, Mio Marito Impallidì — Ma La Verità Su Mia Madre Morta Era Ancora Più Terribile

La frase sullo schermo rimase davanti ai miei occhi.

“Dobbiamo chiudere il caso Moretti stanotte.”

Mio padre non disse nulla.

Non ne aveva bisogno.

Il suo volto era cambiato.

Non era più quello dell’uomo che aveva appena ritrovato le ultime parole di sua moglie.

Era tornato il Colonnello Arturo Moretti.

Freddo.

Preciso.

Operativo.


De Santis fece chiudere immediatamente il monastero.

Nessuno usciva.

Nessuno entrava.

La busta di mia madre venne sigillata come prova, ogni documento fotografato e duplicato su sistemi separati.

«Vittoria», disse mio padre, «torni nella struttura protetta.»

Scossi la testa.

«No.»

«Non è una discussione.»

«Invece sì.»

Mi guardò duramente.


«Serra e Valenti sanno che hai trovato la lista.»

«Esatto.»

«E questo ti rende un bersaglio.»

«Mi rende anche l’unica persona che loro credono possa avere ancora qualcosa.»

De Santis alzò lentamente gli occhi verso di me.

Aveva capito.

«Vuoi usarlo.»

«Sì.»

Mio padre fece un passo avanti.

«Assolutamente no.»


«Papà, ascoltami.»

«Ti stanno cercando.»

«E continueranno a farlo anche se mi nascondi.»

«Non se li arrestiamo prima.»

«E con cosa?»

Indicai i documenti.

«Abbiamo abbastanza per riaprire casi, sequestrare archivi, indagare trasferimenti. Ma non abbiamo ancora la prova diretta che collega Valenti agli ordini, alle minacce e al piano attuale.»

De Santis rimase in silenzio.

Era un silenzio diverso.

Stava valutando.


«Se credono che tu abbia trovato altro», disse, «potrebbero tentare di recuperarlo.»

«Esatto.»

Arturo lo fulminò con lo sguardo.

«Non incoraggiarla.»

«Non la sto incoraggiando.»

«Stai pensando che abbia ragione.»

Il Maggiore non rispose.

Quella fu una risposta sufficiente.

Mi avvicinai al tavolo.

«Mandiamo un altro messaggio.»


«A chi?» chiese mio padre.

«A Giuliano.»

Arturo scosse la testa.

«No.»

«Lui è il punto più debole.»

«È anche quello che ti ha fatto del male.»

«Proprio per questo pensa di conoscermi.»

Presi un foglio.

«Gli facciamo credere che nella busta di mia madre ci sia un registro originale con firme, pagamenti e istruzioni.»

De Santis incrociò le braccia.


«Un registro che non esiste.»

«Esatto.»

«E dove sarebbe?»

Ci pensai.

Poi guardai la chiave numero 17.

«Non qui.»

Mio padre capì prima degli altri.

«La casa.»

Annuii.

«Giuliano ha sempre creduto che quella casa gli appartenesse di fatto, anche se legalmente era mia. Se gli facciamo credere che mamma abbia nascosto lì l’originale, qualcuno proverà a recuperarlo.»


De Santis rimase immobile per qualche secondo.

Poi chiamò Roma.

L’operazione fu preparata prima del tramonto.

La casa venne lasciata apparentemente vuota.

In realtà, ogni ingresso era sorvegliato.

Telecamere nascoste.

Unità dei Carabinieri nelle vie vicine.

Investigatori militari all’interno.

Un registratore venne posizionato nello studio di Giuliano.

Sul tavolo, una cartella falsa.


Dentro, copie inutili.

Niente che potesse compromettere l’indagine.

Poi inviarono il messaggio.

Scrissi io le parole.

Giuliano,

mamma aveva nascosto l’originale in casa.

Ora sappiamo tutto.

Non aggiunsi altro.

Aspettammo.

Un’ora.


Due.

Nessuna reazione.

Mio padre cominciava a pensare che il piano fosse fallito.

Poi, alle 22:47, una telecamera esterna rilevò un’auto senza targhe anteriori.

Si fermò a due isolati dalla casa.

Un uomo scese.

Andrea Serra.

De Santis non ordinò subito l’arresto.

«Aspettiamo.»

Serra entrò dal retro usando una chiave.


Non forzò nulla.

Conosceva l’accesso.

Mio padre serrò i denti.

«Giuliano gli ha dato una copia.»

Serra attraversò il corridoio senza esitazione.

Direttamente verso lo studio.

Non cercava.

Sapeva dove andare.

Aprì la cartella sul tavolo.

Vuota.

Si irrigidì.

Poi tirò fuori un telefono.

«Non c’è.»

La voce arrivò perfettamente nella sala d’ascolto.

De Santis alzò una mano.

Nessuno si mosse.

Dall’altro lato della chiamata arrivò una voce maschile.

Più anziana.

«Controlla la cassaforte.»

Mio padre guardò De Santis.

Valenti.

Serra aprì la cassaforte.

«Vuota anche questa.»

Silenzio.

Poi Valenti parlò.

«Allora la donna ce l’ha.»

Sentii il mio corpo irrigidirsi.

Serra rispose.

«Giuliano dice che non sa dove l’abbia portata.»

«Giuliano ha già fallito abbastanza.»

Quelle parole cambiarono tutto.

Non erano sospetti.

Non erano collegamenti indiretti.

Valenti stava parlando dell’operazione come di qualcosa che conosceva.

Qualcosa che controllava.

Serra abbassò la voce.

«E Vittoria?»

Passarono due secondi.

La risposta arrivò calma.

«Non deve arrivare al processo.»

Mio padre fece un passo verso la porta.

De Santis gli bloccò il braccio.

«Aspetta.»

Arturo tremava di rabbia.

Ma aspettò.

Serra parlò di nuovo.

«Come con Elena?»

Il mondo si fermò.

Mio padre smise di respirare.

Io sentii le dita diventare fredde.

Dall’altro lato non arrivò subito una risposta.

Poi Valenti disse:

«Con Elena avete commesso troppi errori.»

Avete.

Non “hanno”.

Avete.

Serra rimase in silenzio.

Valenti continuò.

«Questa volta deve sembrare inevitabile.»

De Santis abbassò lentamente la mano.

«Ora.»

La casa esplose di movimento.

Le porte si aprirono.

Serra provò a fuggire dal retro, ma trovò due Carabinieri davanti a sé.

Girò verso il corridoio.

Un investigatore militare gli sbarrò la strada.

«Andrea Serra, fermo.»

Serra sollevò le mani.

Per la prima volta, l’uomo che aveva aiutato a trasformare donne in fascicoli, diagnosi e patrimoni sembrava piccolo.

Ma Valenti era ancora libero.

La chiamata si era interrotta.

«Localizzatelo», ordinò De Santis.

Il numero era prepagato.

Ma questa volta Valenti aveva commesso un errore.

Aveva parlato troppo a lungo.

Abbastanza perché la rete triangolasse la posizione.

Una villa fuori Roma.

Le unità partirono immediatamente.

Io rimasi nella sala operativa con mio padre.

Venti minuti.

Trenta.

Quaranta.

Poi il telefono di De Santis squillò.

Ascoltò.

«Lo hanno preso.»

Arturo chiuse gli occhi.

Io no.

Non ancora.

«Vivo?»

«Sì.»

«Documenti?»

«Stanno perquisendo la villa.»

Passò quasi un’altra ora.

Poi arrivarono le prime fotografie.

Hard disk.

Vecchi registri.

Copie delle cartelle della Fondazione San Michele.

Pagamenti.

Nomi.

E una cassaforte.

Dentro c’era un fascicolo con una sola parola sul dorso.

MORETTI.

De Santis lo aprì in videocollegamento.

La prima pagina conteneva il profilo che avevamo già visto.

La seconda, fotografie mie scattate negli anni.

La terza, rapporti su mio padre.

La quarta…

una copia del piano preparato per Giuliano.

Isolamento progressivo.

Documentazione medica.

Riduzione dei contatti.

Valutazione di incapacità.

Trasferimento della gestione patrimoniale.

In fondo c’era una nota firmata da Andrea Serra.

“Giuliano è adatto. Motivato economicamente. Facilmente controllabile tramite carriera.”

Mi mancò il respiro.

Giuliano non era stato soltanto complice.

Era stato reclutato.

Aveva accettato.

Aveva partecipato.

Ma qualcuno aveva scelto lui perché poteva essere usato.

De Santis voltò pagina.

Poi si fermò.

«C’è altro.»

Una lettera.

Datata undici anni prima.

Firmata da mia madre.

Indirizzata a Cesare Valenti.

Mio padre impallidì.

De Santis lesse soltanto le prime righe.

“Generale Valenti, se non interromperete immediatamente l’utilizzo illegale dei dati delle famiglie militari, consegnerò tutto all’Ispettorato e alla magistratura.”

Sotto, una risposta manoscritta.

Non di mia madre.

Di Valenti.

“Lei non comprende cosa sta mettendo a rischio.”

E in fondo:

“Gestiremo il problema.”

Nella stanza non volò una parola.

Per undici anni avevo creduto che mia madre fosse morta in un incidente.

Adesso avevamo un ordine finanziario.

Una minaccia.

Un testimone collegato alla famiglia De Luca.

La confessione indiretta di Serra.

La voce di Valenti.

E l’intero piano contro di me.

Mio padre si sedette.

Le mani gli tremavano.

«Elena aveva ragione.»

Gli presi la mano.

Per la prima volta da quando tutto era iniziato, non avevamo più bisogno di inseguire ombre.

Le ombre avevano nomi.

Avevano firme.

Avevano registrazioni.

E avevano finalmente commesso l’errore che mia madre aveva aspettato per undici anni.

Avevano lasciato abbastanza prove perché nessuno potesse più chiudere il caso.

Ma restava ancora una domanda.

Quella più personale.

Quella che nessun fascicolo poteva risolvere.

Perché Giuliano, sapendo esattamente cosa gli avevano chiesto di fare, aveva scelto di farlo comunque?

E prima che tutto finisse, volevo sentirlo dalla sua bocca.

**Continua… Clicca sulla Parte 9 per continuare a leggere.**

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