Divertimento

Quando Mio Padre Sollevò La Coperta E Vide I Lividi Sul Mio Corpo Incinto, Mio Marito Impallidì — Ma La Verità Su Mia Madre Morta Era Ancora Più Terribile

Il nome di Chiara Bellini cambiò tutto.

Fino a quel momento avevo continuato a pensare a me stessa come al centro di quella storia.

Alla mia casa.

Al mio trust.

Alla mia gravidanza.

Alle violenze di Giuliano.

Ma Chiara dimostrava che il metodo esisteva prima di me.

E questo significava che se volevamo fermarlo davvero, non bastava dimostrare ciò che Giuliano aveva fatto a sua moglie.

Dovevamo dimostrare che non era un caso isolato.

De Santis fece aprire immediatamente il fascicolo sulla morte di Chiara.


Le somiglianze erano così precise da sembrare una copia.

Prima l’isolamento.

Poi le telefonate agli amici che diminuivano.

Le visite mediche controllate.

I primi riferimenti a una presunta instabilità emotiva.

Infine una valutazione psichiatrica.

Tre mesi dopo, Chiara era morta.

Una caduta dalle scale.

Il marito, Andrea Serra, aveva dichiarato che la moglie soffriva di episodi confusionali.

Nessuno aveva approfondito.


«E il patrimonio?» chiesi.

De Santis abbassò gli occhi sul fascicolo.

«Passò sotto la gestione del marito per disposizione testamentaria.»

«Naturalmente.»

Mio padre si voltò verso la finestra.

La rabbia gli irrigidiva la schiena.

«Serra è ancora operativo?»

«Sì.»

«Dove?»

«Comando logistico.»


Arturo si girò.

«Quindi ha avuto accesso a personale, registri, trasferimenti e contatti per anni.»

De Santis annuì.

«Ed è proprio per questo che non possiamo muoverci male.»

«Se sa che lo stiamo osservando, cancellerà tutto.»

«Probabilmente ha già iniziato.»

Non aveva finito la frase quando arrivò la conferma.

Un archivio digitale collegato alla vecchia Fondazione San Michele aveva subito un tentativo di cancellazione remota.

Qualcuno aveva cercato di eliminare cartelle vecchie di oltre dieci anni.

Ma il sistema aveva conservato una copia automatica.


De Santis ricevette i file nel pomeriggio.

Ci volle poco per capire cosa contenevano.

Profili.

Decine di profili.

Famiglie con beni ereditati.

Donne sposate con militari.

Persone considerate vulnerabili per ragioni mediche, psicologiche o economiche.

Ogni cartella conteneva una combinazione di informazioni private.

Cartelle sanitarie.

Beni immobili.


Polizze.

Successioni.

Contatti familiari.

E, in alcuni casi, annotazioni.

“Facilmente isolabile.”

“Rapporto familiare debole.”

“Possibile instabilità documentabile.”

“Patrimonio protetto.”

Mi si rivoltò lo stomaco.

«Sono persone.»


La mia voce uscì quasi senza suono.

De Santis annuì.

«Sì.»

«Per loro erano bersagli.»

Nessuno cercò di correggermi.

Continuammo a scorrere.

Poi vidi il mio cognome.

MORETTI, VITTORIA.

La cartella era stata aperta per la prima volta nove anni prima.

Nove.


Mi mancò il respiro.

«Avevo poco più di vent’anni.»

Mio padre diventò pallido.

De Santis aprì il file.

C’erano informazioni sulla morte di mia madre.

Sulla casa.

Sul trust.

Sull’attività militare di mio padre.

Perfino sulla distanza geografica tra me e lui.

Una nota era stata aggiunta anni dopo.


“Padre spesso assente per servizio.”

Poi un’altra.

“Profilo adatto dopo matrimonio.”

Mi portai una mano alla bocca.

Giuliano non mi aveva semplicemente cercata prima della cena.

Qualcuno mi aveva osservata per anni.

«Chi ha aggiornato il file?» chiese Arturo.

De Santis controllò il registro.

«L’ultimo accesso prima della cena di beneficenza viene da un account associato ad Andrea Serra.»

La stanza si fece immobile.


«Quindi è stato lui a scegliere me.»

«Non possiamo ancora dirlo con certezza.»

«Ma ha aperto il mio profilo poco prima che incontrassi Giuliano.»

«Sì.»

Quella volta non riuscii a restare seduta.

Mi alzai e cominciai a camminare.

Per sei mesi mi ero sentita stupida.

Debole.

Avevo continuato a chiedermi come avessi potuto permettere a Giuliano di prendere tanto controllo sulla mia vita.

Adesso vedevo il problema in modo diverso.


Non avevano improvvisato.

Avevano studiato.

Avevano raccolto dati.

Avevano imparato quali persone chiamavo quando avevo paura.

Chi potevano allontanare.

Quali medici influenzare.

Quale storia raccontare.

Non ero caduta in una trappola semplice.

Ero stata scelta per una trappola costruita nel tempo.

Ma quella consapevolezza fece nascere qualcosa che non mi aspettavo.

Non vergogna.

Rabbia.

Una rabbia lucida.

«Voglio vedere gli altri nomi.»

Mio padre si voltò verso di me.

«Vittoria—»

«Tutti.»

De Santis esitò.

«Sono dati sensibili.»

«Non mi servono i dettagli medici. Voglio sapere quante donne hanno seguito lo stesso schema.»

Il Maggiore rimase in silenzio.

Poi annuì.

Trovarono sette casi.

Sette donne.

Tre avevano divorziato dopo essere state dichiarate instabili.

Due avevano perso il controllo diretto dei propri beni.

Una era Chiara.

La settima era viva.

Sofia Marinelli.

Quando lessi il suo nome, vidi una nota che mi fece gelare.

“Procedura incompleta.”

«Che significa?»

De Santis cercò i registri recenti.

«Significa che non hanno finito con lei.»

La trovarono in meno di un’ora.

Viveva a Firenze.

Era sposata con un ufficiale.

Aveva interrotto quasi tutti i rapporti con la propria famiglia.

E tre mesi prima un medico aveva registrato sintomi di paranoia.

La stessa parola che avevano usato contro di me.

De Santis chiamò immediatamente i Carabinieri del luogo.

«Nessun contatto telefonico con il marito. Mandate una pattuglia e un medico direttamente all’abitazione.»

Aspettammo.

Venti minuti.

Quaranta.

Un’ora.

Poi arrivò la chiamata.

Sofia era viva.

Ma quando gli agenti erano entrati nell’appartamento, l’avevano trovata chiusa in una camera da letto.

Il marito sosteneva che fosse per la sua sicurezza.

Sofia aveva lividi sulle braccia.

Sul tavolo dello studio c’erano documenti per una richiesta di amministrazione di sostegno.

Sentii mio padre inspirare bruscamente.

«Siamo arrivati in tempo.»

De Santis annuì.

Ma il suo volto rimase cupo.

«Sì.»

Per me quella fu la prima vittoria vera.

Non contro Giuliano.

Non contro Beatrice.

Contro il meccanismo.

Per la prima volta, ciò che mi era successo aveva impedito che la stessa cosa arrivasse fino in fondo per un’altra donna.

Ma la vittoria durò poco.

Quando gli investigatori sequestrarono il computer del marito di Sofia, trovarono una cartella criptata.

Una volta aperta, conteneva istruzioni operative.

Come costruire un quadro di instabilità.

Come ridurre i contatti familiari.

Come documentare incidenti domestici.

Come preparare il trasferimento della gestione patrimoniale.

In fondo al file c’era una firma digitale.

A.S.

Andrea Serra.

E una data.

La data era di appena due settimane prima.

«È ancora lui che coordina tutto», disse De Santis.

Mio padre strinse i pugni.

«Arrestatelo.»

Il Maggiore scosse la testa.

«Adesso possiamo richiedere un mandato.»

La richiesta partì immediatamente.

Ma Andrea Serra non arrivò mai al turno del mattino.

La sua auto fu trovata abbandonata vicino a una stazione ferroviaria.

Telefono dentro.

Tesserino militare dentro.

Nessuna traccia di lui.

De Santis fissò la fotografia del veicolo.

«Ha capito che stavamo arrivando.»

«O qualcuno lo ha avvertito», disse mio padre.

Poi squillò il telefono del Maggiore.

Ascoltò per meno di trenta secondi.

Quando chiuse la chiamata, guardò me.

«Abbiamo un problema.»

«Quale?»

«Il Generale Valenti è sparito.»

Mi sentii gelare.

Due uomini.

Due fughe.

Nello stesso momento.

Non stavano più cercando di coprire il passato.

Stavano cercando di sopravvivere al presente.

E questo significava una cosa sola.

Avevamo finalmente colpito il punto che temevano davvero.

**Continua… Clicca sulla Parte 7 per continuare a leggere.**

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