La fuga di Andrea Serra e Cesare Valenti produsse esattamente l’effetto che De Santis aveva previsto.
Commiserò un errore.
Quando le persone credono di avere tempo, cancellano con attenzione.
Quando credono di essere braccate, lasciano tracce.
La prima arrivò dal telefono abbandonato di Serra.
Era stato ripulito quasi completamente, ma una copia automatica aveva conservato alcune notifiche eliminate.
Una proveniva da un numero senza nome.
Solo quattro parole.
“Distruggi l’archivio Elena.”
Quando De Santis me le mostrò, sentii il cuore accelerare.
«Elena era mia madre.»
«Sì.»
«Quindi esisteva davvero un archivio che portava il suo nome.»
«O qualcuno lo chiamava così.»
Mio padre si avvicinò al tavolo.
«Quando è stato inviato?»
«Ventidue minuti dopo il tuo messaggio a Giuliano.»
Ci guardammo.
Avevamo fatto credere di aver trovato il fascicolo completo di mia madre.
Giuliano aveva reagito.
Valenti era stato contattato.
Paola Venturi era fuggita.
Poi qualcuno aveva ordinato di distruggere “l’archivio Elena”.
Non erano più coincidenze.
Erano una catena.
«Da dove proveniva il messaggio?» chiese Arturo.
«Da un telefono prepagato attivato tre giorni fa.»
«Inutile.»
«Non del tutto.»
De Santis fece scorrere una mappa.
«Il telefono si è collegato a una sola cella prima di essere spento.»
La zona era a nord di Roma.
Mio padre riconobbe subito il luogo.
«Quello è vicino alla vecchia sede amministrativa della Fondazione San Michele.»
De Santis annuì.
«Esatto.»
Partirono immediatamente.
Io rimasi nella struttura protetta.
Per la prima volta, non protestai.
Avevo capito che essere attiva non significava necessariamente correre verso ogni pericolo.
Significava sapere quando potevo essere più utile restando lucida.
Tre ore dopo, De Santis tornò.
Portava una scatola di metallo.
«Cosa avete trovato?»
«Non l’archivio.»
Il mio stomaco si chiuse.
«Allora cosa?»
Appoggiò la scatola sul tavolo.
Dentro c’erano vecchi supporti digitali, registri cartacei e una chiave.
Una semplice chiave in ottone.
Su un’etichetta sbiadita c’era scritto:
E.M. — 17.
Mio padre si sedette lentamente.
«Mamma?»
«Potrebbe.»
De Santis aprì uno dei registri.
«Abbiamo trovato questi oggetti dietro una parete rimossa di recente. Qualcuno aveva iniziato a svuotare il nascondiglio, ma non ha avuto il tempo di finire.»
«Serra?»
«Probabile.»
Il primo supporto leggibile conteneva copie di documenti che già conoscevamo.
Accessi sanitari.
Schede patrimoniali.
Nomi.
Ma il secondo conteneva qualcosa di diverso.
Una serie di registrazioni vocali.
La prima era datata undici anni prima.
La voce di mia madre riempì la stanza.
Per un istante smisi di respirare.
Non la sentivo da anni.
«Se qualcuno sta ascoltando questo file, significa che non sono riuscita a consegnare tutto personalmente.»
Mi coprii la bocca con una mano.
Mio padre si voltò.
Non voleva che vedessi il suo volto.
La registrazione continuò.
«La Fondazione San Michele non sta solo vendendo dati.»
Una pausa.
«Sta selezionando persone.»
De Santis aumentò leggermente il volume.
«Famiglie con patrimoni difficili da raggiungere direttamente. Persone con pochi parenti vicini. Donne i cui dati medici possono essere usati per costruire una narrativa di instabilità.»
Sentii un dolore profondo nello stomaco.
Le stesse parole.
Lo stesso metodo.
Undici anni prima.
Mia madre lo aveva già capito.
«Non tutti quelli che lavorano per la fondazione sanno cosa sta accadendo», continuò Elena.
«Ma alcuni sì.»
Poi elencò tre nomi.
Fabrizio De Luca.
Lorenzo Rinaldi.
Andrea Serra.
Mancava Valenti.
Mi voltai verso De Santis.
«Perché non lo nomina?»
«Continua.»
La voce di mia madre tornò.
«Il vero problema non sono gli uomini che raccolgono i dati.»
Seguì un silenzio.
«È chi garantisce loro che nessuna indagine arriverà fino in fondo.»
Mio padre chiuse gli occhi.
Poi la registrazione si interruppe.
«Tutto qui?»
«Quella sì.»
«Ce ne sono altre?»
De Santis annuì.
La seconda registrazione era stata fatta sei giorni prima della morte di mia madre.
Questa volta la sua voce sembrava stanca.
Spaventata.
«Ho commesso un errore.»
Mio padre sollevò lo sguardo.
«Hanno capito che sto copiando i file.»
Il mio cuore batteva così forte che riuscivo a sentirlo nelle orecchie.
«Ho consegnato una parte del materiale a qualcuno che credevo potesse aiutarmi.»
Pausa.
«Non avrei dovuto.»
Arturo si irrigidì.
«A chi?»
La registrazione proseguì.
«Se dovesse succedermi qualcosa, non fidatevi del rapporto ufficiale.»
Mio padre si alzò di scatto.
De Santis rimase immobile.
«Ho lasciato ciò che manca nel posto in cui Arturo mi portò il giorno in cui decidemmo di sposarci.»
La registrazione finì.
Tutti guardarono mio padre.
Io per prima.
«Dove?»
Arturo non rispose subito.
Ma vidi il riconoscimento attraversargli il volto.
«Un piccolo monastero fuori Orvieto.»
«Perché lì?»
«Era il nostro posto.»
La sua voce si spezzò appena.
«Nessuno lo sapeva.»
De Santis prese immediatamente il telefono.
«Adesso qualcuno potrebbe saperlo.»
Mio padre lo guardò.
«Perché?»
«Perché se Serra ha trovato questa registrazione prima di fuggire, potrebbe averla ascoltata.»
Partirono quella stessa sera.
Questa volta De Santis accettò che andassi anch’io, ma con protezione medica e militare.
Non volevo affrontare nessuno.
Volevo vedere con i miei occhi ciò che mia madre aveva lasciato.
Il monastero era quasi vuoto.
Un edificio antico, pietra chiara e corridoi freddi.
Mio padre ci guidò verso una cappella laterale.
Dietro una fila di vecchi armadietti c’era una piccola nicchia.
Numero 17.
La chiave entrò perfettamente.
Le mani di Arturo tremavano mentre apriva lo sportello.
Dentro c’era una busta impermeabile.
Ancora intatta.
Mio padre la prese.
Sul davanti c’era scritto il mio nome.
Vittoria.
Sentii le gambe indebolirsi.
De Santis aprì la busta davanti a noi.
Dentro c’erano fotografie.
Copie di bonifici.
Elenco di vittime.
E una lettera.
Mio padre me la porse.
La calligrafia era quella di mia madre.
“Vittoria, se un giorno leggerai queste parole, significa che non sono riuscita a proteggerti come avrei voluto.”
Non riuscii a continuare.
Arturo appoggiò una mano sulla mia spalla.
Respirai.
Poi lessi ancora.
“Se qualcuno cercherà di avvicinarsi a te attraverso il matrimonio, il denaro o la paura, non credere che sia cominciato con te.”
Mi si riempirono gli occhi di lacrime.
“Ho scoperto abbastanza per sapere che selezionano le donne molto prima che entrino nelle loro vite.”
Sotto la lettera c’era un foglio.
Una lista di nomi.
Sette donne.
Chiara Bellini.
Sofia Marinelli.
E altre cinque che avevamo già trovato.
Poi, in fondo, separato dagli altri, c’era il mio nome.
Vittoria Moretti.
Accanto, mia madre aveva scritto:
“NON ANCORA AVVICINATA.”
La data era di undici anni prima.
Giuliano non mi aveva scelta.
Nemmeno Serra aveva iniziato tutto.
Io ero già su quella lista quando Giuliano era ancora un estraneo.
Ma il documento successivo fu quello che cambiò davvero l’indagine.
Era una copia di un trasferimento bancario effettuato dalla Fondazione San Michele a una società privata.
Firmato da Cesare Valenti.
La causale riportava:
“Gestione rischio — caso Moretti.”
La data era tre giorni prima della morte di mia madre.
De Santis la fissò a lungo.
«Adesso abbiamo il collegamento finanziario.»
Mio padre guardò il foglio.
«Tra Valenti e la morte di Elena?»
«Non ancora direttamente.»
«Ma abbastanza per riaprire tutto.»
«Sì.»
Poi uno dei Carabinieri entrò rapidamente nella cappella.
«Maggiore.»
De Santis si voltò.
«Abbiamo localizzato Serra.»
«Dove?»
«Non è scappato all’estero.»
«Allora dov’è?»
Il carabiniere guardò me.
«Sta andando verso Roma.»
«Perché?»
«Abbiamo intercettato un messaggio inviato a Valenti.»
De Santis prese il telefono.
Sul display c’erano due righe.
“Lei ha trovato la lista.”
“Dobbiamo chiudere il caso Moretti stanotte.”
Mio padre sollevò lentamente lo sguardo verso di me.
Per la prima volta, le prove che mia madre aveva lasciato non stavano soltanto portando noi verso di loro.
Stavano portando loro verso di me.
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