La chiamata a Cesare Valenti cambiò il modo in cui tutti guardarono il caso.
Fino a quel momento avevamo avuto frammenti.
Una fondazione chiusa.
Cartelle cliniche usate illegalmente.
Il nome di mia madre.
Il padre di Giuliano.
La famiglia De Luca.
Un incidente stradale troppo comodo.
Adesso avevamo qualcosa di diverso.
Una reazione.
Qualcuno, credendo che avessimo trovato il fascicolo segreto di mia madre, aveva cercato immediatamente Valenti.
De Santis non perse tempo.
«Da questo momento nessuno contatta Giuliano o Beatrice senza autorizzazione.»
Mio padre annuì.
«E Valenti?»
«Lo sorvegliamo.»
«Solo sorveglianza?»
«Per ora.»
Arturo serrò la mascella.
«Se è davvero coinvolto—»
«Se è coinvolto, Colonnello, ci serve vivo, libero di muoversi e convinto di non essere ancora il nostro obiettivo principale.»
Quelle parole mi fecero capire quanto la situazione fosse diventata più grande di noi.
Valenti non era un uomo qualunque.
Era un generale in pensione con decenni di relazioni, contatti e persone disposte a rispondere alle sue telefonate.
Accusarlo senza prove avrebbe significato avvertirlo.
E forse perdere tutto.
De Santis si voltò verso di me.
«Vittoria, voglio che tu mi racconti esattamente come hai conosciuto Giuliano.»
«L’ho già fatto.»
«Raccontamelo di nuovo.»
«Perché?»
«Perché adesso sappiamo cosa cercare.»
Mi sedetti.
Chiusi gli occhi.
Quella cena a Roma era stata quasi due anni prima.
Ricordavo la terrazza illuminata.
I tavoli bianchi.
Le uniformi.
Le donne eleganti.
Una serata costruita per sembrare sicura.
Giuliano mi aveva avvicinata accanto al tavolo delle donazioni.
Non con una frase brillante.
Con il mio nome.
«Vittoria Moretti?»
Avevo sorriso.
«Ci conosciamo?»
Lui aveva riso.
«Non ancora.»
Allora mi era sembrato affascinante.
Adesso quella frase mi fece venire i brividi.
«Sapeva già chi ero», dissi.
De Santis prese nota.
«Cos’altro?»
Ripensai a quella sera.
«Mi chiese di mia madre.»
Mio padre sollevò immediatamente lo sguardo.
«Cosa ti chiese?»
«Se era vero che fosse morta quando ero giovane.»
Arturo si irrigidì.
«E tu?»
«Gli dissi di sì.»
«Poi?»
«Mi disse che aveva perso anche lui una persona importante.»
Mi fermai.
Qualcosa riaffiorò.
Un dettaglio minuscolo.
Uno di quelli che per anni non significano nulla.
Finché improvvisamente significano tutto.
«Mi chiese se la casa di famiglia fosse ancora mia.»
De Santis smise di scrivere.
«Alla prima conversazione?»
«Non direttamente.»
«Come lo disse?»
«Parlavamo di dove vivevo. Io dissi che abitavo in una casa appartenuta a mia madre. Lui rispose…»
Inspirai.
«“È raro che un patrimonio del genere rimanga intatto dopo una successione.”»
Mio padre imprecò sottovoce.
De Santis mi fissò.
«Un capitano conosciuto da pochi minuti ti parlò di successione.»
«Sì.»
Non avevo mai pensato fosse strano.
Giuliano era colto.
Preciso.
Sembrava interessato a tutto ciò che dicevo.
Solo adesso comprendevo che forse non era interesse.
Era verifica.
«Ha controllato ciò che già sapeva», disse mio padre.
«Probabilmente», rispose De Santis.
«E se sapeva del trust prima di conoscermi… allora sapeva anche chi ero prima di avvicinarmi.»
Nessuno disse nulla.
Il Maggiore chiuse il taccuino.
«Dobbiamo ricostruire quella cena.»
Quattro ore dopo arrivò l’elenco degli invitati.
Più di centocinquanta nomi.
Sponsor.
Ufficiali.
Famiglie.
Medici.
Avvocati.
Rappresentanti di associazioni benefiche.
Guardai quelle pagine finché le lettere iniziarono a confondersi.
Poi vidi un nome.
«Aspettate.»
Indicai una riga.
Dottoressa Paola Venturi.
Il mio ginecologo non si chiamava così.
Ma conoscevo quel nome.
«Lei lavorava nello studio del mio medico.»
De Santis si avvicinò.
«In che ruolo?»
«Segreteria clinica. Credo.»
«Credi?»
«Era lei che chiamava per spostare gli appuntamenti.»
Il mio stomaco si chiuse.
Tre visite prenatali saltate.
Farmaci.
Note sulla mia presunta instabilità.
«Era lei.»
«Cosa?» chiese mio padre.
«Quando Giuliano diceva che il medico voleva che restassi a casa… spesso era Paola Venturi a chiamare.»
De Santis prese subito il telefono.
«Controllate ogni accesso della Venturi alle cartelle di Vittoria Moretti.»
La risposta arrivò prima del tramonto.
Ventitré accessi.
Molti effettuati fuori dall’orario di lavoro.
Alcuni nelle settimane in cui non avevo appuntamenti.
E uno…
la sera prima che Giuliano presentasse la prima falsa valutazione sulla mia salute mentale.
«Lei gli dava informazioni», dissi.
De Santis scosse la testa.
«Forse.»
«Forse?»
«Gli accessi dimostrano che ha aperto la tua cartella. Non dimostrano a chi abbia passato i dati.»
Mio padre si alzò.
«Interrogatela.»
«Lo faremo.»
Ma quando una pattuglia arrivò all’indirizzo di Paola Venturi, l’appartamento era vuoto.
Armadi aperti.
Vestiti mancanti.
Computer portatile scomparso.
Telefono spento.
Era partita in fretta.
Troppo in fretta.
De Santis tornò da noi quasi a mezzanotte.
«Qualcuno l’ha avvertita.»
«Valenti?» chiesi.
«Possibile.»
Mio padre scosse la testa.
«Oppure Giuliano.»
«Giuliano non ha accesso diretto a comunicazioni esterne.»
«Beatrice?»
«Nemmeno lei.»
«Allora c’è ancora qualcuno fuori.»
Quelle parole rimasero sospese.
Qualcuno che non avevamo identificato.
Ma per la prima volta non provai il bisogno di indovinare.
Avevamo imparato qualcosa.
Ogni volta che toccavamo un punto sensibile, qualcuno si muoveva.
Prima Valenti.
Adesso Paola.
Non dovevamo inseguire il passato.
Dovevamo osservare chi cercava di scappare nel presente.
La mattina seguente arrivò un’altra notizia.
Il falso fascicolo psichiatrico sequestrato nello studio di Giuliano conteneva metadati digitali.
Uno dei documenti non era stato creato da Giuliano.
Era stato modificato sul computer di Paola Venturi.
E la versione originale portava una data di molti mesi precedente alla mia gravidanza.
«Cosa significa?» chiesi.
De Santis appoggiò il foglio davanti a me.
«Che il modello usato per descriverti come instabile esisteva già.»
«Era stato usato su qualcun altro?»
«Sì.»
Indicò una riga cancellata male.
Un nome era ancora leggibile.
Chiara Bellini.
Mio padre guardò il Maggiore.
«Chi è?»
De Santis rimase in silenzio.
«L’abbiamo cercata.»
Il tono della sua voce cambiò.
«Chiara Bellini era sposata con un ufficiale dell’Esercito.»
«Era?»
«È morta quattro anni fa.»
Mi sentii gelare.
«Come?»
«Caduta dalle scale.»
Nessuno parlò.
De Santis voltò pagina.
«Prima della morte era stata dichiarata psicologicamente instabile.»
Il mio cuore cominciò a battere più forte.
«Aveva beni?»
«Una proprietà ereditata e un fondo familiare.»
Mio padre chiuse lentamente gli occhi.
Il metodo.
Non ero la prima.
Forse non ero nemmeno la seconda.
«Chi era suo marito?» domandai.
De Santis mi guardò.
«Maggiore Andrea Serra.»
«E dov’è adesso?»
Il Maggiore non rispose subito.
Poi fece scivolare verso di noi una fotografia recente.
Riconobbi immediatamente l’uomo.
Era il quarto volto nella vecchia fotografia accanto a mia madre.
Quello che nessuno era riuscito a identificare.
Per anni avevamo creduto che quell’uomo appartenesse al passato.
Invece era ancora nell’Esercito.
Ancora in servizio.
E soprattutto…
era stato uno degli uomini presenti alla cena in cui Giuliano aveva “casualmente” incontrato me.
Fu allora che compresi la verità più spaventosa fino a quel momento.
Giuliano non aveva creato il piano.
Era entrato in un sistema che esisteva già.
E qualcuno aveva usato lo stesso schema su altre donne prima di me.
**Continua… Clicca sulla Parte 6 per continuare a leggere.**







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