Divertimento

Quando Mio Padre Sollevò La Coperta E Vide I Lividi Sul Mio Corpo Incinto, Mio Marito Impallidì — Ma La Verità Su Mia Madre Morta Era Ancora Più Terribile

Non riuscii a dormire quella notte.

Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo la fotografia di mia madre.

Il suo volto.

La sua calligrafia.

Quelle parole.

Se succede qualcosa a Vittoria…

cercate nella famiglia De Luca.

Per anni avevo pensato che la morte di mia madre fosse stata una tragedia improvvisa, un dolore troppo grande per essere interrogato.

Ora, per la prima volta, mi chiedevo se fosse stata davvero soltanto una tragedia.

Mio padre sedeva dall’altra parte della stanza, immobile.


Il Maggiore De Santis aveva fatto trasferire me e Arturo in una struttura protetta dell’Esercito finché la situazione non fosse stata chiarita.

Giuliano e Beatrice erano sotto interrogatorio.

La casa era stata sigillata.

I documenti sequestrati.

Eppure non mi sentivo libera.

Mi sentivo come se qualcuno avesse appena spostato le pareti della mia vita, rivelando un corridoio nascosto che era sempre stato lì.

«Dimmi tutto», dissi.

Mio padre sollevò lo sguardo.

«Vittoria.»

«Tutto.»


«Non voglio proteggerti con altre omissioni.»

La frase lo colpì.

Lo vidi.

Perché era esattamente ciò che aveva fatto.

Arturo abbassò lentamente la testa.

«Tua madre scoprì che alcuni dati medici venivano usati per identificare famiglie con patrimoni protetti, eredità, assicurazioni e trust.»

«Per ricattarle?»

«In alcuni casi.»

«E negli altri?»

Mio padre esitò.


«Per creare dipendenza. Pressione. Controllo.»

Il bambino si mosse nel mio ventre.

Istintivamente poggiai una mano sulla pancia.

«Come?»

«Se conosci la salute mentale di una persona, i farmaci che assume, le gravidanze, le diagnosi, le fragilità familiari… puoi costruire una storia credibile contro di lei.»

Sentii un brivido.

Instabile.

Delirante.

Pericolosa per il bambino.

Le parole nei falsi referti di Giuliano tornarono a colpirmi una dopo l’altra.


«Lui non ha inventato quel metodo.»

Mio padre non rispose.

Non ce n’era bisogno.

«Lo aveva già imparato da qualcuno.»

«È possibile.»

«Da suo padre?»

Arturo serrò la mascella.

«Il padre di Giuliano, Lorenzo Rinaldi, lavorava come consulente legale per enti collegati alla Fondazione San Michele.»

«Rinaldi?»

Mi voltai di scatto.


«Come il comandante di Giuliano?»

Mio padre scosse subito la testa.

«Nessun legame. È un cognome comune. Non confondere le due cose.»

Annuii lentamente.

Era una precisazione importante.

In quella storia ormai ogni coincidenza mi sembrava una trappola.

«E Beatrice?»

«Il suo cognome da nubile era De Luca.»

«Questo lo sappiamo.»

«Quello che non sapevo allora è che suo fratello maggiore, Fabrizio De Luca, aveva lavorato nella gestione amministrativa della fondazione.»


Il mio respiro si fermò.

«Quindi mamma aveva scritto di cercare nella famiglia di Beatrice perché suo fratello era coinvolto.»

«Probabilmente.»

«Probabilmente non basta.»

Mi alzai.

Mio padre fece per fermarmi.

«Il medico ti ha detto di riposare.»

«Ho riposato per sei mesi mentre Giuliano mi isolava, mi faceva passare per pazza e preparava i documenti per portarmi via tutto.»

La mia voce rimase bassa.

Ma non tremava più.


«Adesso voglio capire.»

Arturo mi osservò a lungo.

Poi annuì.

Quella fu la prima volta in cui sentii che smetteva di trattarmi soltanto come qualcuno da proteggere.

E iniziava a vedermi come qualcuno capace di combattere.

La mattina successiva, De Santis tornò con una cartella sottile.

«Abbiamo verificato la fotografia.»

Si sedette davanti a noi.

«L’edificio sullo sfondo apparteneva alla Fondazione San Michele.»

Posò tre fotografie sul tavolo.


La prima mostrava mia madre.

La seconda il padre di Giuliano.

La terza Fabrizio De Luca.

Erano stati tutti presenti nello stesso luogo.

«E il quarto uomo?» chiesi.

«Non identificato.»

«Ancora?»

«Stiamo lavorando sui vecchi archivi.»

De Santis aprì la cartella.

«C’è altro.»


Mi porse una copia di un registro visitatori.

Il nome di mia madre compariva più volte.

Accanto al suo, in alcune date, c’era quello di Fabrizio De Luca.

E in altre…

quello di Lorenzo Rinaldi.

«Quanto tempo prima della morte di mamma?»

De Santis mi guardò.

«Tre settimane.»

Sentii il sangue gelarsi.

«Tre settimane prima?»


«Sì.»

Mio padre chiuse gli occhi.

«Arturo», dissi.

Lui non rispose.

«Tu sapevi che era andata lì?»

«No.»

«Sapevi che stava indagando?»

«Sapevo che era preoccupata.»

«Non è la stessa cosa.»

«Lo so.»

Mi voltai verso De Santis.

«Come è morta mia madre?»

Lui guardò mio padre prima di rispondere.

«Incidente stradale.»

«Dettagli.»

Arturo intervenne.

«Vittoria.»

«No.»

Mi voltai verso di lui.

«Per tutta la mia vita mi avete detto solo “incidente”. Voglio sapere cosa è successo.»

De Santis aprì un secondo fascicolo.

«L’auto uscì di strada su un tratto bagnato. Nessun altro veicolo coinvolto secondo il rapporto originale.»

«Secondo il rapporto originale.»

Quelle parole mi colpirono.

«Perché lo dici così?»

Il Maggiore rimase in silenzio.

Poi fece scivolare verso di me una fotografia dell’auto.

Il lato posteriore era distrutto.

Ma non fu quello ad attirare la mia attenzione.

Sul paraurti c’era un segno lineare.

Come un impatto laterale.

«Cosa significa?»

«Il rapporto tecnico dell’epoca attribuì il danno alla caduta contro il guardrail.»

«E adesso?»

«Adesso un perito sta riesaminando tutto.»

Mio padre si alzò.

«Questo non dimostra nulla.»

«No», rispose De Santis.

«Ma c’è un problema.»

Tirò fuori una pagina.

«Un testimone aveva chiamato i soccorsi quella notte.»

«Chi?»

«Un automobilista.»

«Nome?»

Il Maggiore indicò la riga.

Lessi.

Fabrizio De Luca.

Il fratello di Beatrice.

Per qualche secondo non sentii nulla.

Nemmeno il respiro.

«Lui era lì.»

«Sì.»

«E non è stato indagato?»

«Dichiarò di essere arrivato pochi minuti dopo l’incidente.»

«Conveniente.»

De Santis annuì appena.

«Molto.»

Mio padre si voltò verso la finestra.

«Perché non me l’hanno detto?»

«Perché il rapporto lo descriveva come un semplice testimone occasionale.»

«Chi firmò quel rapporto?»

Il Maggiore non rispose subito.

Poi indicò un nome in fondo alla pagina.

Mio padre lesse.

E impallidì.

«Generale Cesare Valenti.»

«Lo conosci?» chiesi.

Arturo inspirò lentamente.

«Era il superiore che autorizzò la chiusura dell’indagine sulla Fondazione San Michele.»

Mi sembrò che il pavimento si inclinasse.

«Quindi lo stesso uomo chiuse l’indagine sulla fondazione e firmò il rapporto sulla morte di mamma?»

«Sì.»

De Santis chiuse il fascicolo.

«E questo cambia tutto.»

Quella sera chiesi di parlare con Giuliano.

Mio padre si oppose immediatamente.

«Assolutamente no.»

«Non voglio essere nella stessa stanza con lui.»

«Allora cosa vuoi fare?»

«Voglio che mi senta.»

De Santis mi guardò con attenzione.

«Spiegati.»

«Giuliano pensa ancora che io sia fragile.»

«Vittoria.»

«Ha passato mesi a convincersi che poteva controllarmi.»

Mi voltai verso il Maggiore.

«Lasciatemi mandargli un messaggio.»

Arturo scosse la testa.

«Potrebbe usarlo contro di te.»

«Non se sarà esattamente ciò che vogliamo che senta.»

De Santis rimase in silenzio.

Poi capì.

«Vuoi provocare una reazione.»

«Voglio fargli credere che abbiamo trovato qualcosa che in realtà non abbiamo ancora trovato.»

Mio padre mi fissò.

«È rischioso.»

«Anche aspettare che siano loro a fare la prossima mossa lo è.»

Per la prima volta, fui io a prendere l’iniziativa.

Scrissi soltanto una frase.

De Santis la lesse.

Poi la fece inviare attraverso un canale controllato.

Giuliano,

abbiamo trovato il fascicolo completo che mia madre aveva nascosto prima di morire.

Aspettammo.

Tre minuti.

Cinque.

Otto.

Poi il telefono di De Santis vibrò.

Non era una risposta di Giuliano.

Era una chiamata intercettata.

Dal centro di detenzione, Giuliano aveva chiesto con urgenza di contattare un avvocato.

Fin lì, nulla di strano.

Ma pochi minuti dopo, un numero prepagato che gli investigatori avevano collegato a Beatrice ricevette una chiamata da fuori Roma.

De Santis ascoltò in silenzio la trascrizione.

Poi mi guardò.

«Ha funzionato.»

«Chi hanno chiamato?»

Il Maggiore girò il tablet verso di me.

Sul display c’era un nome.

Generale Cesare Valenti.

Mio padre si irrigidì.

Io no.

Per la prima volta da quando tutto era cominciato, non provai soltanto paura.

Provai qualcosa di diverso.

Direzione.

Giuliano aveva appena confermato che l’uomo collegato alla morte di mia madre non apparteneva soltanto al passato.

Era ancora parte del presente.

E adesso sapeva che stavamo arrivando.

**Continua… Clicca sulla Parte 5 per continuare a leggere.**

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