Lorenzo fissò quella piccola chiave come se fosse un'arma puntata contro di lui. Fu un cambiamento quasi impercettibile, ma dopo otto anni di matrimonio conoscevo abbastanza bene il suo volto da riconoscerlo. Le sue dita si irrigidirono lungo i fianchi, le labbra si serrarono e per un istante tutta la sicurezza con cui era entrato nella mia stanza scomparve. «Non significa niente», disse infine. Claudia non rispose. Ripose con calma la chiave nella busta e la infilò nella propria valigetta. «Allora non avrà motivo di preoccuparsi.»
Lorenzo fece un passo verso di lei. «Quella chiave potrebbe appartenere alla Moretti Holding.» «Era custodita in una busta privata lasciata da Vittorio Rinaldi a sua figlia.» «Mio suocero aveva accesso a documenti societari riservati.» Claudia sollevò gli occhi. «Ed è esattamente per questo che sarebbe interessante sapere quali documenti abbia deciso di conservare.» Sentii la tensione crescere nella stanza. Uno dei bambini si mosse nella culla e io istintivamente allungai una mano verso di lui. Quel gesto sembrò ricordare a tutti dove ci trovavamo. Claudia abbassò la voce. «Non possiamo andare oggi. Elena non può lasciare l'ospedale.» «Posso andarci io», disse Lorenzo immediatamente. «No», risposi.
Mi guardò. «Elena, non sai nemmeno dove si trovi quella cassetta.» «Nemmeno tu, a quanto pare.» Per la prima volta da quando era arrivato, vidi rabbia autentica nei suoi occhi. Ma non era soltanto rabbia. Era paura.
Claudia spiegò che avrebbe verificato presso quale istituto fosse registrato il numero 317. Mio padre aveva utilizzato diverse banche private tra Milano e Lugano, ma la documentazione del trust avrebbe permesso di risalire alla cassetta. Lorenzo insistette perché tutto venisse gestito attraverso gli avvocati della società. Claudia rifiutò. Io rimasi in silenzio, osservandolo mentre perdeva lentamente il controllo di una situazione che fino a pochi giorni prima credeva di dominare.
Quando finalmente se ne andò, si fermò sulla porta. «Hai idea di cosa succederà se Bellanova salta?» «No.» «Migliaia di persone dipendono da quell'accordo.» «Strano», dissi. «Cinque giorni fa non sembravi così preoccupato delle persone che dipendevano da te.»
La porta si chiuse.
Quella sera non riuscii a dormire. Continuavo a rileggere la lettera di papà. Il testo proseguiva per poche righe, ma non spiegava ciò che aveva scoperto. Diceva soltanto di fidarmi di Claudia e di non permettere mai alla famiglia Moretti di impossessarsi della chiave. Una frase, però, mi tormentava più delle altre: La verità non riguarda soltanto il denaro.
Alle due e diciassette del mattino ricevetti un messaggio da un numero sconosciuto.
**Non aprire la cassetta 317. Tuo padre ha già pagato abbastanza per quello che contiene.**
Rimasi immobile.
Mio padre era morto quattro anni prima per un infarto. Almeno, questo era ciò che avevo sempre creduto.
Chiamai immediatamente Claudia. Rispose al terzo squillo, con la voce impastata dal sonno. Quando le lessi il messaggio, rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi paura.
«Claudia?»
«Non cancellarlo. E non rispondere.»
«Cosa significa che mio padre ha pagato abbastanza?»
«Non lo so.»
«Non ti credo.»
Seguì un altro silenzio.
«Elena, tuo padre negli ultimi mesi era convinto che qualcuno lo stesse controllando.»
Mi sollevai sul letto nonostante il dolore alla ferita. «Cosa?»
«Mi aveva chiesto di conservare copie di alcuni documenti. Pensavo fosse paranoia dovuta allo stress.»
«Perché non me l'hai mai detto?»
«Perché morì prima di mostrarmi ciò che aveva trovato.»
Guardai i miei figli addormentati.
Improvvisamente il passato sembrava molto meno stabile di quanto avessi sempre creduto.
La mattina seguente Claudia arrivò presto. Aveva scoperto che la chiave apparteneva a una filiale privata della Banca Bellandi nel centro di Milano. La coincidenza mi fece gelare: era la stessa banca coinvolta nel congelamento delle partecipazioni e nell'acquisizione che Lorenzo cercava disperatamente di salvare.
«La cassetta può essere aperta soltanto da te», spiegò Claudia. «Tuo padre ti ha registrata come beneficiaria.»
«Quando posso uscire?»
Il medico mi aveva raccomandato almeno altri tre giorni di ricovero. Non avevo intenzione di rischiare la salute per inseguire un mistero, soprattutto adesso che tre bambini dipendevano da me. Decidemmo quindi che Claudia avrebbe richiesto formalmente la documentazione della cassetta e predisposto l'accesso per il giorno delle mie dimissioni.
Ma qualcuno ci precedette.
Poco dopo mezzogiorno Claudia ricevette una telefonata dalla banca. Ascoltò senza parlare, poi si alzò dalla sedia.
«Quando?» domandò.
La guardai.
«Ne siete certi? Controllate le registrazioni.»
Quando terminò la chiamata aveva il volto pallido.
«Qualcuno ha tentato di accedere alla 317 stamattina.»
Sentii lo stomaco contrarsi. «Lorenzo?»
«La banca non può ancora confermarlo. La persona aveva una delega apparentemente firmata da tuo padre.»
«Papà è morto quattro anni fa.»
«Appunto.»
La firma era stata riconosciuta come sospetta e l'accesso era stato negato. La banca aveva quindi bloccato temporaneamente la cassetta e avviato una verifica interna.
Presi il telefono e chiamai Lorenzo.
Rispose quasi immediatamente.
«Hai mandato qualcuno alla Bellandi?»
Silenzio.
«Di cosa stai parlando?»
«Della cassetta 317.»
«Non so dove sia.»
«È alla Bellandi.»
Mi pentii immediatamente di averglielo detto.
Lorenzo tacque per un secondo. Poi pronunciò qualcosa che mi fece stringere il telefono.
«Elena, ascoltami. Non andare in quella banca.»
«Perché?»
«Perché tuo padre non era l'uomo che pensavi.»
«E tu come fai a sapere cosa contiene quella cassetta?»
Dall'altra parte sentii il suo respiro cambiare.
«Non lo so.»
«Stai mentendo.»
«So soltanto che Vittorio stava indagando su qualcosa che avrebbe potuto distruggere entrambe le nostre famiglie.»
«Che cosa?»
Prima che potesse rispondere, qualcuno bussò alla porta della stanza.
Entrò un uomo anziano che non avevo mai visto. Portava un cappotto marrone consumato e stringeva tra le mani una busta ingiallita.
Quando vide Lorenzo sullo schermo del telefono, si fermò.
«Signora Rinaldi?»
Annuii.
L'uomo chiuse la porta dietro di sé.
«Mi chiamo Carlo Bassi. Ho lavorato per suo padre per ventidue anni.»
Lorenzo aveva sentito.
«Elena, mandalo via.»
Carlo impallidì riconoscendo la voce.
«È lui?»
«Sì.»
L'uomo si avvicinò lentamente al letto e posò la busta davanti a me.
«Suo padre mi ordinò di consegnargliela soltanto se fosse successo qualcosa al suo matrimonio.»
Dentro c'era una fotografia scattata diciassette anni prima. Ritraeva mio padre davanti a un edificio industriale insieme ad Alberto Moretti, il padre di Lorenzo, e a un terzo uomo che non riconoscevo.
Sul retro, papà aveva scritto una data e cinque parole:
**Chiedete cosa accadde a Matteo.**
«Chi è Matteo?» sussurrai.
Carlo mi guardò con gli occhi pieni di qualcosa che somigliava al rimorso.
«L'uomo che avrebbe dovuto ereditare la Moretti Holding.»
Dal telefono arrivò la voce di Lorenzo, improvvisamente dura.
«Carlo, non dire un'altra parola.»
L'anziano non gli diede ascolto.
Si chinò verso di me.
«Perché Lorenzo non è mai stato il primo erede della famiglia Moretti.»







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