Rimasi immobile davanti allo schermo, con quelle tre parole riflesse negli occhi. PER I TRE BAMBINI. Mio padre era morto quattro anni prima che io rimanessi incinta. Non poteva sapere che avrei avuto tre gemelli. Non poteva sapere nemmeno se avrei avuto figli. Eppure il nome di quella cartella sembrava scritto apposta per loro.
«Come poteva saperlo?» sussurrai.
Claudia non rispose. Provò ad aprire il file, ma apparve una richiesta di password. Tre tentativi prima del blocco permanente. Ci guardammo entrambe e decidemmo di non rischiare. Prima di lasciare la banca fotografammo ogni documento presente nella cassetta. Fu allora che Claudia trovò qualcosa nascosto sotto il fondo della cartellina nera: un vecchio certificato medico appartenente a mia madre, Sofia Rinaldi.
Era datato trentatré anni prima.
«Perché papà avrebbe conservato questo qui?»
Claudia lesse rapidamente, poi mi porse il foglio. Non c'era nulla di apparentemente straordinario: una visita ginecologica, alcuni esami, il nome di una clinica privata di Milano. Ma nell'angolo inferiore compariva una sigla scritta a mano.
**M.M.**
Matteo Moretti.
Sentii lo stomaco chiudersi.
«No.»
«Non sappiamo cosa significhi», disse Claudia immediatamente.
Ma ormai nella mia testa si era aperta una porta che non riuscivo più a chiudere.
Mia madre era morta quando avevo undici anni. Mio padre non si era mai risposato. Avevo sempre creduto che il loro fosse stato un matrimonio felice, quasi perfetto. Adesso ogni certezza sembrava costruita su sabbia.
Tornammo in ospedale nel pomeriggio. Appena entrai nel reparto, dimenticai per qualche minuto trust, fotografie e segreti. Presi in braccio il più piccolo dei gemelli e sentii il suo calore contro il petto. Gli avevo dato il nome di Andrea. Gli altri due erano Luca e Sofia, come mia madre. Guardandoli capii che qualunque cosa avessi scoperto, non avrei permesso che diventassero strumenti di una guerra iniziata prima della loro nascita.
Lorenzo arrivò mezz'ora dopo.
«Sei andata alla banca.»
Non era una domanda.
«Come lo sai?»
Non rispose.
Quella esitazione bastò.
«Mi stai facendo seguire?»
«Sto cercando di proteggerti.»
«Hai uno strano concetto di protezione.»
Gli mostrai la fotografia del certificato medico.
Il suo volto cambiò quando vide le iniziali.
«Dove l'hai trovato?»
«Nella cassetta.»
«Elena, dammi la chiavetta.»
«No.»
«Non capisci cosa stai facendo.»
«Allora spiegamelo.»
Lorenzo guardò i bambini e abbassò la voce. «Mio padre aveva una fotografia di tua madre.»
Sentii il sangue gelarsi.
«Che fotografia?»
«La trovai dopo la sua morte. Sofia era insieme a Matteo.»
«Quando?»
«Prima che tu nascessi.»
Mi sedetti lentamente.
«Perché non me l'hai mai detto?»
«Perché pensavo fosse irrilevante. Poi sono iniziati i ricatti.»
Tirò fuori il telefono. Cercò tra alcune immagini e me ne mostrò una. Mia madre era giovane, forse venticinque anni. Accanto a lei c'era Matteo. Non sembravano due persone incontratesi casualmente. Lui le teneva una mano sulla spalla e lei sorrideva.
Sul retro della fotografia, Lorenzo aveva trovato una frase.
**Sofia deve scegliere prima che nasca la bambina.**
La bambina.
Io.
Mi mancò il fiato.
«Stai dicendo che Matteo potrebbe essere...»
«Non sto dicendo niente.»
Ma entrambi avevamo pensato la stessa cosa.
Claudia arrivò quella sera con una scoperta ancora più inquietante. Aveva analizzato i documenti societari fotografati nella cassetta. Nel 1999, poche settimane prima della scomparsa di Matteo, era stato firmato un accordo che trasferiva temporaneamente alcune sue quote a una società fiduciaria.
Il beneficiario finale non era Alberto.
Era Sofia Rinaldi.
Mia madre.
«Quanto valevano?» chiesi.
«All'epoca poco rispetto a oggi. Ma quelle partecipazioni sono state utilizzate negli anni per costruire parte della Moretti Holding.»
«Quindi mia madre possedeva una parte dell'azienda?»
«Forse.»
«E dopo la sua morte?»
Claudia mi guardò.
«Sarebbero passate al suo erede.»
La stanza sembrò improvvisamente troppo piccola.
«A me.»
Claudia annuì.
Lorenzo si alzò di scatto. «Aspetta. Se è vero, perché quelle quote risultano intestate a mio padre?»
«È proprio ciò che dobbiamo scoprire.»
Il giorno seguente la situazione esplose.
La Moretti Holding convocò un consiglio straordinario. L'acquisizione Bellanova era stata sospesa e alcuni investitori pretendevano spiegazioni. Lorenzo mi telefonò tre volte. Non risposi.
Alla quarta chiamata lo feci.
«Elena, qualcuno ha inviato al consiglio una copia dell'accordo del 1999.»
«Non sono stata io.»
«Nemmeno Claudia?»
«No.»
Silenzio.
«Allora il ricattatore sa che abbiamo aperto la cassetta.»
Prima che potessi rispondere, ricevetti un messaggio dallo stesso numero anonimo.
Questa volta c'era un indirizzo.
Una piccola pensione sul Lago Maggiore.
Sotto, una frase:
**Se vuoi sapere chi sei davvero, vieni da sola.**
Mostrai immediatamente il messaggio a Claudia. Lei mi proibì di andarci. Lorenzo fu ancora più categorico quando lo seppe.
Io stessa sapevo che sarebbe stato irresponsabile presentarmi da sola a un appuntamento con uno sconosciuto, soprattutto pochi giorni dopo aver rischiato di morire.
Poi arrivò una seconda fotografia.
Ritraeva Matteo davanti alla pensione.
In mano teneva un quotidiano di quella mattina.
Era vivo.
Questa volta sotto l'immagine c'era scritto:
**Porta la chiavetta di Vittorio.**
Due giorni dopo i gemelli furono finalmente dimessi. Tornai nella casa di Milano dove avevo vissuto con Lorenzo, ma lui si era già trasferito. Passai la prima notte quasi interamente sveglia tra poppate, pianti e pensieri che non riuscivo a fermare.
Alle quattro del mattino, mentre tenevo Sofia tra le braccia, ricordai improvvisamente qualcosa.
Quando ero bambina, mio padre usava sempre la stessa frase per aprire la cassaforte di casa.
Tre vite, una promessa.
Mi alzai.
Presi il portatile.
Inserii la chiavetta.
La cartella chiedeva una password.
Digitai:
**TRE_VITE_UNA_PROMESSA**
Il file si aprì.
Dentro c'erano tre documenti.
Il primo portava il mio nome.
Il secondo quello di Matteo Moretti.
Il terzo era un certificato di nascita.
Aprii quest'ultimo.
Lessi il nome di mia madre: Sofia Rinaldi.
Poi scesi fino alla riga dedicata al padre.
Le mie mani cominciarono a tremare.
Il nome stampato non era Vittorio Rinaldi.
Era Matteo Moretti.







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