La sedia cadde dietro di me quando mi alzai. Il dolore della ferita del cesareo mi attraversò l'addome, ma quasi non lo sentii. «Controlla tutta la casa», dissi a Lorenzo, stringendo il telefono così forte che le dita diventarono bianche. «Sto controllando.» Sentivo i suoi passi correre attraverso le stanze, il respiro affannoso, porte che si aprivano. Era la prima volta da quando avevo partorito che sentivo paura autentica nella sua voce. «Andrea! Luca! Sofia!» gridò, come se tre neonati potessero rispondergli. Poi improvvisamente tacque. «Lorenzo?» «Ho trovato l'infermiera.»
Il sangue mi si gelò. «Sta bene?» Ci furono alcuni secondi interminabili. «È cosciente. È nella stanza di servizio.» Udii una voce femminile confusa in sottofondo. Poi Lorenzo tornò al telefono. «Dice che qualcuno ha suonato. Un corriere. Le ha consegnato una busta e le ha chiesto una firma. Mentre era alla porta ha sentito qualcuno entrare dal retro. Quando è tornata verso il corridoio, l'hanno chiusa nella stanza.»
«Chiama la polizia.»
«L'ho già fatto.»
Matteo si era alzato. Quando gli raccontai cosa era successo, il suo volto cambiò.
«È colpa della chiavetta», disse.
Mi voltai verso di lui. «Cosa significa?»
«Chiunque stia facendo questo non vuole soltanto i documenti. Vuole costringerti a consegnarli.»
Il telefono di Claudia vibrò. Poi il mio.
Un nuovo messaggio dal numero anonimo.
C'era una fotografia dei tre gemelli, ancora nelle loro copertine, distesi insieme su un grande divano. Non sembravano feriti. Andrea dormiva. Luca aveva gli occhi aperti. Sofia stringeva un lembo della coperta.
Sotto l'immagine compariva una frase.
**Nessuno farà loro del male. Porta la chiavetta originale al luogo indicato entro due ore. Niente polizia.**
Il mondo intorno a me diventò silenzioso.
Matteo prese il proprio telefono. «Dobbiamo capire dove sono.»
«Io devo andare.»
«No.»
«Sono i miei figli.»
«Ed è esattamente per questo che non devi consegnarti senza sapere chi c'è dietro.»
Lo afferrai per il cappotto. «Hai avuto trentatré anni per avere paura. Io non ho due ore.»
Matteo non reagì. Nei suoi occhi vidi dolore, ma non mi importava.
Il secondo messaggio arrivò pochi minuti dopo con un indirizzo alla periferia nord di Milano: un vecchio magazzino appartenuto anni prima a una società controllata dalla famiglia Moretti.
Durante il viaggio chiamai Lorenzo. Gli dissi soltanto che avevo ricevuto una richiesta. Non gli diedi l'indirizzo.
«Non andarci», ordinò.
«Hai perso il diritto di darmi ordini quando hai firmato quei documenti.»
«Elena, non trasformare questo in una questione tra noi.»
«Non lo sto facendo.»
«Allora mandami l'indirizzo.»
Rimasi in silenzio.
La sua voce si spezzò. «Sono anche i miei figli.»
Quella frase mi colpì. Per giorni avevo visto soltanto l'uomo che li aveva abbandonati senza nemmeno guardarli. Ma adesso Lorenzo era terrorizzato.
Gli mandai la posizione.
La polizia ci impose di non entrare. Due auto civili seguirono a distanza mentre Matteo, Claudia e io raggiungevamo la zona industriale. Lorenzo arrivò pochi minuti dopo.
Quando mi vide scendere dall'auto, corse verso di me.
«Dov'è la chiavetta?»
«Con Claudia.»
«Dammela.»
«Perché?»
«Perché entro io.»
Lo fissai.
«Tu?»
«Sì.»
«Cinque giorni fa non hai nemmeno chiesto se fossero vivi.»
Il colpo lo raggiunse. Lorenzo abbassò gli occhi.
«Lo so.»
«Hai cancellato l'assicurazione.»
«Lo so.»
«Mi hai lasciata mentre stavo morendo.»
«Lo so.»
La sua voce era appena un sussurro.
Poi mi guardò.
«E non esiste una spiegazione che possa renderlo meno disgustoso. Ma se qualcuno deve entrare lì, entro io.»
Non ebbi tempo di rispondere.
Il telefono vibrò.
**Solo Elena.**
Entrai.
Il magazzino sembrava vuoto. Il rumore dei miei passi rimbalzava sulle pareti di cemento. Portavo la chiavetta in tasca e un piccolo dispositivo che permetteva alla polizia di ascoltare.
«Sono qui!» gridai.
Una luce si accese in fondo.
C'erano tre culle portatili.
Corsi.
I bambini erano lì.
Vivi.
Mi inginocchiai accanto a loro, piangendo mentre controllavo ogni viso, ogni respiro, ogni minuscola mano.
Poi una voce arrivò dall'ombra.
«Non doveva andare così.»
Mi voltai.
Bianca uscì lentamente da dietro una colonna.
Il mio corpo si irrigidì.
«Sei stata tu?»
«No.»
«Non avvicinarti.»
Alzò immediatamente le mani.
«Elena, ascoltami. Ho seguito l'uomo che li ha portati qui.»
«Chi?»
Bianca indicò una porta laterale.
«È scappato quando ha visto la polizia.»
«Chi era?»
Lei esitò.
Poi pronunciò un nome che non mi aspettavo.
«Carlo Bassi.»
Sentii un gelo attraversarmi.
L'uomo che mi aveva consegnato la fotografia di Matteo.
«Perché?»
«Perché Carlo non lavorava soltanto per tuo padre.»
Prima che potesse continuare, sentimmo un rumore metallico provenire dal piano superiore. La polizia entrò pochi secondi dopo. Lorenzo corse direttamente verso le culle. Si fermò davanti ad Andrea, come se avesse paura persino di toccarlo.
Poi lentamente infilò un dito nella sua piccola mano.
Andrea lo strinse.
Lorenzo chiuse gli occhi.
Non dissi nulla.
Bianca venne accompagnata fuori per essere interrogata, mentre i paramedici controllavano i bambini. Stavano bene. L'infermiera confermò che erano stati portati via da due persone, ma non aveva visto chiaramente i loro volti.
Carlo era scomparso.
Quella sera tornammo tutti in ospedale per precauzione. Matteo rimase con Claudia, mentre Lorenzo non si allontanò più dalle culle.
Poco prima di mezzanotte ricevetti una chiamata dalla polizia.
Avevano trovato l'auto di Carlo abbandonata vicino al magazzino.
Dentro c'era un telefono.
Conteneva decine di messaggi scambiati con qualcuno salvato sotto una sola iniziale.
**C.**
Pensai immediatamente a Cecilia, la madre di Lorenzo.
Ma Cecilia viveva da anni in Svizzera e non avevo sue notizie da mesi.
Poi l'ispettore mi inviò l'ultimo messaggio ricevuto da Carlo, spedito poche ore prima del rapimento.
**Prendi i bambini. Elena porterà la chiavetta. Matteo uscirà allo scoperto. Finalmente avremo entrambi ciò che ci appartiene.**
Sotto c'era una risposta di Carlo.
**E Lorenzo?**
La risposta arrivata dall'account “C.” era composta da sei parole.
**Lorenzo non deve scoprire chi sono.**
Alzai gli occhi verso di lui.
Era seduto accanto ai nostri figli.
In quel momento Matteo entrò nella stanza. Quando gli mostrai il messaggio, diventò pallido.
«Conosci questa persona?» chiesi.
Matteo fissò l'iniziale sullo schermo.
«Credevo fosse morta.»
«Chi?»
Mi guardò.
«La donna che ha falsificato il tuo certificato di nascita.»
Sentii il cuore accelerare.
«Come si chiama?»
Matteo inspirò lentamente.
«Caterina Moretti.»
Lorenzo si voltò.
«Non esiste nessuna Caterina Moretti.»
Matteo lo guardò con un'espressione che non seppi interpretare.
«Esiste.»
Fece una pausa.
«Ed è la sorella di tua madre.»







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