Base Argo non esisteva più.
Almeno, era quello che sostenevano i registri ufficiali.
Secondo gli archivi pubblici, il complesso era stato svuotato quindici anni prima, bonificato e ceduto a un ente forestale. Le immagini satellitari mostravano soltanto alberi, una strada interrotta e il tetto arrugginito di un vecchio deposito.
Ma io avevo contribuito a progettare ciò che si trovava sotto.
Tre livelli sotterranei.
Due tunnel di servizio.
Un accesso d’emergenza nascosto dietro una parete di roccia a quasi ottocento metri dall’ingresso principale.
Se De Santis aveva portato Giulia lì, contava sul fatto che io ricordassi.
Ed era proprio questo a preoccuparmi.
«Vuole che entriamo», disse Reyes mentre il furgone avanzava lungo la strada di montagna.
«Sì.»
«Quindi l’ingresso principale sarà una trappola.»
«Anche quello secondario.»
Serra, seduto di fronte a me, controllò il caricatore della sua arma.
«Allora quale scegliamo?»
Guardai la mappa sul tablet di Chen.
«Nessuno dei due.»
Diciotto anni prima avevo scoperto una vecchia condotta di ventilazione che arrivava fino al livello tecnico inferiore. Era troppo stretta per trasportare attrezzature pesanti, ma abbastanza larga per una persona.
All’epoca nessuno l’aveva inserita nei piani ufficiali.
Perché ero stato io a ordinarlo.
Lasciammo il furgone a due chilometri dalla base.
Bianchi e Reyes rimasero sulla cresta per controllare comunicazioni e movimenti esterni. Serra, Chen e io continuammo a piedi tra gli alberi.
Quando raggiungemmo la parete rocciosa, trovai la griglia esattamente dove la ricordavo.
Ma qualcuno l’aveva aperta di recente.
La ruggine era stata raschiata intorno alle viti.
Mi inginocchiai.
«Ci stanno aspettando.»
Serra guardò nel tunnel buio.
«Torniamo indietro?»
«No.»
Il suo sorriso fu appena visibile.
«Era quello che speravo.»
Entrammo.
La condotta odorava di metallo umido e polvere. Ogni metro riportava alla mente un luogo che avevo cercato di dimenticare.
Base Argo non era stata costruita per proteggere persone.
Era stata costruita per nascondere ciò che lo Stato non voleva vedere.
Quando raggiungemmo il livello tecnico, Chen collegò un dispositivo alla rete elettrica interna.
Le luci d’emergenza lampeggiarono.
«Il sistema è attivo», sussurrò.
«Quante persone?»
«Sto cercando.»
Una planimetria incompleta apparve sul display.
Segnali termici.
Due al piano superiore.
Quattro nel corridoio centrale.
Tre vicino alla sala medica.
Uno immobile nella vecchia sala interrogatori.
Giulia.
Non avevo bisogno che Chen lo confermasse.
Lo sentivo.
Serra mi afferrò il braccio prima che partissi.
«Daniele. È quello che vogliono.»
Lo guardai.
«Lo so.»
«Allora non comportarti come un padre.»
Sentii qualcosa stringermi il petto.
«È troppo tardi per quello.»
Ci dividemmo.
Serra prese il corridoio ovest.
Chen rimase collegata ai sistemi.
Io avanzai verso la sala medica.
Le prime due guardie indossavano uniformi senza insegne.
Una cosa, però, attirò immediatamente la mia attenzione.
Sul polso sinistro di entrambe c’era un piccolo tatuaggio nero.
Un teschio.
Sotto, una linea spezzata.
Simbolo operativo della Spettro.
Non era mai stato autorizzato.
Solo noi lo conoscevamo.
Le neutralizzai senza sparare.
Quando abbassai la mascherina del secondo uomo, non riconobbi il volto.
Troppo giovane.
Non poteva aver fatto parte della mia squadra.
Qualcuno aveva costruito nuovi soldati usando il nostro simbolo.
La porta della sala medica era aperta.
Entrai.
Giulia era sdraiata su una barella.
Viva.
Mi precipitai verso di lei.
Aveva ancora la mandibola immobilizzata, ma respirava regolarmente. Sul braccio c’era un accesso venoso.
I suoi occhi si aprirono.
Quando mi vide, cominciò a piangere.
«Sono qui», sussurrai.
Le strinsi il viso tra le mani senza toccare le ferite.
Lei cercò disperatamente di parlare.
«Non farlo.»
Scosse la testa.
Indicò dietro di me.
Mi voltai.
Un altoparlante nascosto nel soffitto si accese.
«Sei sempre stato prevedibile quando c’era di mezzo qualcuno che amavi.»
La voce di Vittorio De Santis riempì la stanza.
Non era una registrazione.
Era lì.
«Mostrati», dissi.
Una breve risata.
«Diciannove anni, Daniele. E ancora pensi che il nemico debba essere davanti a te per essere pericoloso.»
Chen parlò nel mio auricolare.
«Colonnello, ho un problema.»
«Dimmi.»
«Le porte si stanno chiudendo.»
Un allarme silenzioso lampeggiò sul pannello.
Poi De Santis continuò.
«L’aggressione a Giulia non era prevista così.»
Quelle parole mi immobilizzarono.
«Cosa significa?»
«Conti, Ferri e Moretti avrebbero dovuto spaventarla. Costringerla a fare una domanda.»
Guardai Giulia.
I suoi occhi erano pieni di terrore.
«Quale domanda?»
«Dove avevi nascosto Orfeo.»
Sentii il sangue diventare freddo.
«Orfeo non era un oggetto.»
Silenzio.
Poi De Santis disse:
«Questo è quello che ti hanno fatto credere.»
Sul muro davanti a me si accese un vecchio monitor.
Apparve un filmato datato diciannove anni prima.
Io ero più giovane.
Indossavo l’uniforme operativa della Spettro.
Accanto a me c’era Reyes.
E dietro di noi, davanti all’ingresso di un laboratorio sotterraneo, c’era mia moglie.
Elena.
Viva.
Mi avvicinai allo schermo.
Non avevo mai visto quelle immagini.
Elena parlava con qualcuno fuori campo.
L’audio era disturbato.
Chen aumentò il volume da remoto.
La voce di mia moglie divenne appena comprensibile.
«Se Daniele scopre cosa avete fatto… distruggerà tutto.»
Il filmato si interruppe.
Giulia mi fissava.
Io non riuscivo a muovermi.
De Santis parlò di nuovo.
«Tua moglie non è morta per una complicazione durante il parto, Daniele.»
Mi si svuotò lo stomaco.
«Bugiardo.»
«Controlla il fascicolo medico originale.»
«Bugiardo.»
«Elena aveva scoperto qualcosa su Orfeo. Qualcosa che il Ministero non poteva permetterle di portare fuori.»
Serra apparve sulla soglia.
«Daniele, dobbiamo uscire. Adesso.»
Chen gridò nell’auricolare.
«Cariche esplosive attive nel livello superiore. Quattro minuti.»
Liberai la flebo di Giulia e la sollevai dalla barella.
Prima di uscire, il monitor cambiò ancora.
Comparve un’immagine in diretta.
De Santis era in piedi in una stanza sconosciuta.
Dietro di lui c’era Nicola Greco.
E accanto al ragazzo, seduto con le mani legate, c’era un uomo che riconobbi immediatamente.
Maggiore Reyes.
Mi voltai istintivamente verso il corridoio.
La voce che avevo sentito nell’auricolare pochi secondi prima non poteva provenire da lui.
Sul monitor, Reyes sollevò lentamente lo sguardo.
Aveva sangue sulla camicia.
«Daniele», disse.
Il suono arrivò in tempo reale.
«Quello che è venuto da te all’ospedale… non sono io.»
**Continua — premi Parte 5 per continuare a leggere.**







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