Divertimento

Tre universitari frantumarono la mandibola di mia figlia. Quella notte chiamai un numero che non componevo da diciannove anni

Serra aveva portato Giulia in un rifugio che nessuno del Ministero avrebbe trovato.

Non apparteneva alla Task Force Spettro.

Non apparteneva allo Stato.

Era una vecchia casa di montagna intestata da trent’anni alla sorella morta di sua madre.

Quando arrivai, Giulia era seduta davanti al camino con una coperta sulle spalle. Chen le aveva controllato la flebo e i parametri vitali.

Appena mi vide, si alzò.

La abbracciai con una cautela che non avevo mai usato con nessun essere umano.

Per qualche secondo non esistettero Orfeo, De Santis o il Ministero.

Esisteva soltanto mia figlia.

Poi Giulia mi mostrò il tablet.


**CHI SONO?**

Quelle due parole mi fecero più male delle ferite sul suo volto.

Mi inginocchiai davanti a lei.

«Sei mia figlia.»

Scosse la testa.

Scrisse ancora.

**NON È QUELLO CHE INTENDEVA BIANCHI.**

Non potevo mentirle di nuovo.

«Non lo so.»

Era la prima volta in diciannove anni che le dicevo quelle parole.


Chen posò sul tavolo la targhetta che avevo strappato all’uomo di Base Argo.

ORFEO-17.

«Ho trovato qualcosa», disse.

Collegò il tablet a un computer isolato dalla rete.

«La numerazione non identifica missioni.»

«Persone», dissi.

«Sì.»

Sul monitor apparvero frammenti di vecchi archivi cancellati.

ORFEO-04.

ORFEO-09.


ORFEO-12.

Nessun nome.

Solo fotografie parzialmente oscurate, dati biometrici e date di attivazione.

«Sono agenti?» chiese Serra.

Chen scosse la testa.

«Peggio. Sono identità.»

Aprì un documento recuperato.

**PROGRAMMA ORFEO — CONTINUITÀ OPERATIVA ATTRAVERSO SOSTITUZIONE D’IDENTITÀ.**

Sentii un brivido.

«Spiega.»


«Addestramento comportamentale. Chirurgia ricostruttiva. Analisi vocale. Memoria biografica. I soggetti venivano preparati a sostituire persone specifiche per brevi periodi.»

Pensai al falso Reyes.

Il volto.

La postura.

Le frasi giuste.

«Infiltrazione.»

«Sì.»

Chen ingrandì una riga.

«Ma il programma venne sospeso diciannove anni fa.»

«Tre settimane prima della morte di Elena», dissi.


Nessuno rispose.

Il telefono criptato sul tavolo vibrò.

Un solo messaggio.

**SE VUOI LA VERITÀ, VIENI SOLO. CAPPELLA DI SAN LUCA. 22:00. — B**

Serra lesse sopra la mia spalla.

«Trappola.»

«Probabile.»

«Quindi non vai.»

Lo guardai.

«Certo che vado.»


Alle 21:58 entrai nella cappella abbandonata di San Luca.

Bianchi era seduto nell’ultima fila.

Aveva una ferita alla tempia e la camicia macchiata di sangue.

La pistola era sul pavimento davanti ai suoi piedi.

«Se fossi passato dalla loro parte», disse senza voltarsi, «non l’avrei lasciata lì.»

«Reyes?»

«Vivo.»

«Dove?»

«De Santis lo sta spostando.»

Mi avvicinai.


«Perché sei sparito?»

Bianchi finalmente mi guardò.

«Perché qualcuno doveva far credere a De Santis che la squadra si stesse spezzando.»

«E hai deciso da solo.»

«Come facevi tu.»

Non era il momento di discutere.

Posai la targhetta ORFEO-17 sulla panca.

«Dimmi cos’è Giulia.»

Il volto di Bianchi cambiò.

Non sorpresa.


Dolore.

«Tua figlia.»

«Non giocare con me.»

«È tua figlia biologica, Daniele. Su questo non ti hanno mentito.»

Una parte di me tornò a respirare.

«Allora cosa significa che qualcuno ha scoperto che è viva?»

Bianchi tirò fuori una cartellina sigillata.

Sul fronte c’era il nome di Elena.

«Tua moglie lavorava per il Ministero.»

Rimasi immobile.


«No.»

«Non come agente. Era una crittografa civile.»

Aprii il fascicolo.

Fotografie.

Autorizzazioni.

Rapporti firmati.

Elena.

La donna con cui avevo dormito per sette anni aveva avuto un livello di accesso classificato quasi quanto il mio.

«Perché non me l’ha detto?»

«Perché lavorava su Orfeo.»


Continuai a sfogliare.

Elena aveva scoperto che il programma non veniva più usato soltanto all’estero.

Alcuni soggetti Orfeo erano stati preparati per sostituire funzionari italiani, investigatori, ufficiali e intermediari civili.

Non per proteggere lo Stato.

Per controllarlo.

I finanziamenti passavano attraverso aziende collegate alle famiglie Conti e Moretti.

Le autorizzazioni politiche erano state protette per anni da persone vicine alla famiglia Ferri.

«Elena voleva denunciarli.»

Bianchi annuì.

«Ma sapeva che i documenti potevano essere cancellati.»

«Quindi?»

Mi porse una pagina.

Era un rapporto neonatale dell’Ospedale San Michele.

Data: il giorno della nascita di Giulia.

In fondo compariva una sigla.

**CHIAVE ORFEO — G.R.**

Sentii il cuore rallentare.

«Che significa?»

«Elena cifrò l’archivio principale di Orfeo usando una chiave biometrica.»

Guardai Bianchi.

«Di Giulia.»

«Sangue prelevato alla nascita. Marcatori genetici. Dati che nessuno poteva ricreare esattamente senza avere accesso a lei.»

Mi alzai di scatto.

«Hanno usato mia figlia come una cassaforte.»

«Elena l’ha fatto perché pensava che nessuno avrebbe saputo.»

«E tu lo sapevi?»

Bianchi abbassò lo sguardo.

Quello fu sufficiente.

Lo afferrai per il bavero.

«Tu lo sapevi.»

«L’ho scoperto dopo la morte di Elena.»

«E hai taciuto diciannove anni.»

«Perché De Santis credeva che la bambina fosse morta.»

Lasciai lentamente la presa.

«Come poteva crederlo? Giulia ha vissuto con me per tutta la vita.»

«Non con il nome che lui conosceva.»

Bianchi tirò fuori un secondo documento.

Certificato di nascita.

La bambina risultava nata senza vita.

Nome della madre: Elena Valli.

Nome del padre: Daniele Valli.

Poi un altro certificato.

Emesso sei giorni dopo.

Giulia Rinaldi.

Padre: Daniele Rinaldi.

Il mondo sembrò inclinarsi.

«Chi ha fatto questo?»

Bianchi mi guardò negli occhi.

«Io.»

Feci un passo indietro.

«Elena me lo chiese tre giorni prima di morire. Se fosse successo qualcosa, dovevo cancellare la bambina legata a Valli e crearne una nuova legata a Rinaldi.»

«Per proteggerla.»

«Sì.»

«Da De Santis.»

Bianchi non rispose.

Non ce n’era bisogno.

Poi il suo telefono vibrò.

Un file arrivato da una fonte anonima.

Video in diretta.

Reyes era legato a una sedia.

Dietro di lui c’era De Santis.

Sul tavolo davanti a loro, una fotografia di Giulia.

De Santis guardò direttamente nella telecamera.

«Adesso sappiamo che la chiave è viva.»

Poi posò accanto alla fotografia una fiala di sangue.

Sangue che avevano già prelevato a Giulia.

«E finalmente», continuò, «possiamo aprire ciò che Elena ha chiuso.»

Lo schermo diventò nero.

Guardai Bianchi.

«Dove si trova l’archivio principale di Orfeo?»

Lui esitò.

«Sotto il Ministero della Difesa.»

Sentii la rabbia trasformarsi in qualcosa di molto più freddo.

Per diciannove anni avevo creduto di essermi nascosto dallo Stato.

In realtà, avevo vissuto sopra una guerra che non era mai finita.

E ora De Santis aveva la chiave.

**Continua — premi Parte 7 per continuare a leggere.**

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