Divertimento

Tre universitari frantumarono la mandibola di mia figlia. Quella notte chiamai un numero che non componevo da diciannove anni

Per la prima volta da quando avevo rimesso piede in guerra, provai qualcosa di peggiore della paura.

Dubbi.

Reyes era stato accanto a me all’ospedale.

Aveva pronunciato nomi che soltanto la vecchia Spettro conosceva. Aveva ricordato missioni mai registrate. Aveva riconosciuto Base Argo senza esitazione.

Eppure l’uomo sul monitor era quello con cui avevo combattuto per dodici anni.

Non avevo bisogno di confrontare fotografie.

Conoscevo quella cicatrice sopra il sopracciglio destro.

Gliel’avevo ricucita io in una cantina fuori Mosul.

«Chen», dissi. «Contatta Reyes sulla cresta.»

Silenzio.


«Chen?»

La sua voce arrivò tesa.

«Il suo canale è morto.»

Serra mi guardò.

«Bianchi?»

«Anche lui.»

Sul monitor, De Santis sorrise.

«Tre minuti e venti secondi, Daniele.»

Le cariche esplosive.

Guardai Giulia.


Non potevo inseguire risposte mentre mia figlia era intrappolata in una struttura pronta a crollare.

«Serra, portala fuori.»

Giulia afferrò immediatamente la mia giacca.

Scosse la testa.

«Vengo dietro di voi», le dissi.

Non mi lasciò.

I suoi occhi mi stavano dicendo qualcosa.

Chen si avvicinò e le porse il tablet.

Giulia digitò lentamente con le dita tremanti.

**L’UOMO DELL’OSPEDALE MI HA PARLATO PRIMA DI PORTARMI VIA.**


«Cosa ti ha detto?»

Scrisse ancora.

**HA DETTO CHE TU AVRESTI RICONOSCIUTO REYES.**

Sentii lo stomaco stringersi.

Non avevano cercato di impersonarlo perfettamente.

Volevano che credessi che fosse lui.

Perché?

Sul monitor, il vero Reyes tossì.

«Daniele… non ascoltare De Santis.»

De Santis gli colpì la spalla con una mano, quasi amichevolmente.


«Sempre leale fino alla fine.»

«Dove siete?» domandai.

De Santis inclinò la testa.

«La domanda giusta è: dove pensi di essere tu?»

Il monitor si spense.

Contemporaneamente, Chen imprecò.

«Le cariche non sono sui muri.»

«Dove sono?»

Mi mostrò la planimetria.

Quattro segnali lampeggiavano lungo le condotte superiori.


«Sono cariche di demolizione localizzate. Vogliono sigillare le uscite, non distruggere la base.»

Quindi il conto alla rovescia non serviva a ucciderci.

Serviva a intrappolarci.

«Percorso alternativo.»

Chen scorse la mappa.

«C’è il vecchio condotto idrico sul lato sud.»

«Porta Giulia.»

Serra non discusse.

La sollevò con attenzione e partì.

Io rimasi con Chen.


«Trova la sorgente del segnale video.»

«Sto provando.»

Le sue dita si mossero sul tablet.

Poi si fermarono.

«Non viene dall’esterno.»

«Cosa?»

«La trasmissione di De Santis è interna a Base Argo.»

Guardai il corridoio.

«Quindi sono ancora qui.»

Chen annuì.


Mancavano due minuti.

«Vai con Serra.»

«Colonnello—»

«È un ordine.»

Mi fissò per un secondo, poi corse via.

Io tornai indietro.

De Santis voleva che inseguissi mia figlia.

Voleva che reagissi come un padre.

Ma se Reyes era davvero prigioniero lì dentro, non potevo lasciarlo.

Seguii il segnale indicato da Chen fino a un settore della base che non compariva nei vecchi piani.


Una parete metallica bloccava il corridoio.

Al centro c’era un lettore biometrico.

Vi appoggiai la mano.

Luce verde.

La porta si aprì.

Era programmata per me.

Dentro trovai una stanza lunga e stretta.

Sulle pareti erano appese fotografie.

Giulia bambina.

Giulia al primo giorno di scuola.


Io davanti alla mia azienda.

Io al supermercato.

Io al funerale di mia moglie.

Diciannove anni di sorveglianza.

Qualcuno aveva osservato ogni singolo giorno della nostra vita.

Sul tavolo centrale c’erano tre fascicoli.

CONTI.

FERRI.

MORETTI.

Aprii quello di Ferri.


Le prime pagine riguardavano Brando.

Poi comparvero documenti della madre.

Senatrice Laura Ferri.

Commissione Difesa.

Autorizzazioni speciali.

Finanziamenti classificati.

In fondo alla pagina vidi una sigla.

**PROGETTO ORFEO.**

Passai al fascicolo Moretti.

Stessa sigla.

Quello Conti conteneva contratti di costruzione relativi a strutture militari che ufficialmente non esistevano.

Le tre famiglie non stavano semplicemente proteggendo i figli.

Erano collegate a Orfeo da anni.

Un rumore alle mie spalle.

Mi voltai con l’arma alzata.

L’uomo che avevo chiamato Reyes all’ospedale era sulla porta.

Stesso volto.

Stessa altezza.

Persino la stessa cicatrice.

Ma ora che sapevo cosa cercare, vidi l’errore.

La cicatrice correva alcuni millimetri troppo in basso.

«Chi sei?»

L’uomo sorrise.

«Qualcuno addestrato a diventare chiunque servisse.»

«Dove sono Reyes e Bianchi?»

«Reyes è con De Santis. Bianchi…»

Un’esplosione fece tremare la base.

Polvere cadde dal soffitto.

Il conto alla rovescia era terminato.

L’uomo non si mosse.

«Bianchi ha scelto.»

Quelle tre parole furono peggiori dell’esplosione.

«Scelto cosa?»

«Da che parte stare.»

Un’altra detonazione.

La porta dietro di me cominciò a chiudersi.

Mi lanciai in avanti.

L’uomo cercò di bloccarmi.

Lo colpii al torace, lo spinsi contro la parete e gli strappai dal collo una targhetta metallica.

Non riportava un nome.

Soltanto una sigla.

**ORFEO-17.**

Mi guardò e rise nonostante il sangue sul labbro.

«Pensi ancora che Orfeo sia un programma.»

Lo afferrai per il bavero.

«Cos’è?»

«Non cosa.»

Il suo sorriso sparì.

«Chi.»

Poi qualcosa esplose nel corridoio.

La pressione mi scaraventò a terra.

Quando riaprii gli occhi, l’uomo era sparito.

Nell’auricolare arrivò la voce di Serra.

«Daniele! Siamo fuori. Giulia è al sicuro.»

Chiusi gli occhi per un secondo.

Poi sentii un’altra voce.

Bianchi.

«Colonnello, se mi senti, non tornare all’ospedale.»

«Dove sei?»

Respirava affannosamente.

«Non posso spiegarti tutto.»

«Dov’è Reyes?»

Silenzio.

«Bianchi.»

«De Santis non ha rapito Giulia per attirarti a Base Argo.»

Strinsi la targhetta ORFEO-17.

«Allora perché?»

Quando rispose, la sua voce tremava.

«Perché qualcuno dentro il Ministero ha finalmente scoperto che Giulia è viva.»

Il collegamento si interruppe.

Rimasi immobile nel corridoio pieno di fumo.

Non aveva detto che avevano scoperto chi fosse Giulia.

Aveva detto che avevano scoperto che era viva.

E all’improvviso capii che il più grande segreto della mia vita forse non era chi fossi stato io.

Era chi fosse davvero mia figlia.

**Continua — premi Parte 6 per continuare a leggere.**

No comments yet