Divertimento

Tre universitari frantumarono la mandibola di mia figlia. Quella notte chiamai un numero che non componevo da diciannove anni

Il Ministero della Difesa aveva sette ingressi ufficiali.

Orfeo ne aveva un ottavo.

Bianchi lo conosceva perché diciannove anni prima aveva accompagnato Elena proprio lì.

«Se De Santis possiede già il sangue di Giulia, perché ha ancora bisogno di noi?» chiese Serra.

Eravamo tornati alla casa di montagna. Giulia dormiva nella stanza accanto sotto la sorveglianza di Chen.

Bianchi aprì una vecchia planimetria.

«Perché il sangue è soltanto metà della chiave.»

Lo guardai.

«Qual è l’altra metà?»

Indicò me.


«Tu.»

Rimasi in silenzio.

«Elena costruì il sistema con una doppia autenticazione biometrica», continuò. «Il profilo genetico di Giulia apre il primo livello. Il secondo richiede un’autorizzazione operativa appartenente al comandante originario della Spettro.»

«Il mio codice.»

«Non solo il codice.»

Bianchi indicò il palmo della mia mano.

«Impronta, pattern vascolare e risposta vocale.»

Serra lasciò uscire un respiro amaro.

«Quindi tutto questo serviva a portare lui davanti alla porta.»

Finalmente il disegno diventava chiaro.


L’aggressione a Giulia.

Nicola.

Base Argo.

Il falso Reyes.

Ogni passo era stato costruito per spingermi verso Orfeo.

De Santis non stava inseguendo me.

Mi stava guidando.

«Allora smettiamo di seguire il percorso che ha preparato», dissi.

Alle 02:13 partimmo.

Giulia voleva venire.


Glielo impedii.

Lei afferrò il tablet e digitò con forza.

**È IL MIO SANGUE. È ANCHE LA MIA GUERRA.**

Mi sedetti davanti a lei.

«No. È proprio questo l’errore che hanno fatto tutti.»

I suoi occhi si indurirono.

«Elena ha cercato di proteggerti trasformandoti in una chiave. Io ho cercato di proteggerti nascondendoti la mia vita. Ora De Santis vuole usare entrambe le cose contro di te.»

Le presi la mano.

«Questa volta sarai tu a scegliere quando entrare in questa storia.»

Giulia mi fissò a lungo.


Poi annuì.

Lasciai Serra con lei.

Chen, Bianchi e io raggiungemmo Roma prima dell’alba.

L’ottavo ingresso del Ministero era nascosto dietro un vecchio archivio logistico sotterraneo, sotto un edificio amministrativo che ufficialmente ospitava soltanto depositi cartacei.

Bianchi passò una tessera obsoleta davanti a un lettore.

Niente.

«Codice disattivato.»

Chen collegò il suo dispositivo.

«Datemi trenta secondi.»

«Ne abbiamo venti», dissi.


Una telecamera sopra la porta si mosse verso di noi.

Luce rossa.

Poi verde.

Chen sorrise appena.

«Diciotto.»

La porta si aprì.

Scendemmo.

Il corridoio inferiore non apparteneva al Ministero moderno.

Pareti di cemento grezzo.

Nessuna insegna.


Nessuna telecamera visibile.

Soltanto porte numerate.

Alla fine del passaggio trovammo un uomo seduto contro il muro.

Reyes.

Vivo.

Le mani erano libere, ma aveva il volto segnato.

Mi inginocchiai davanti a lui.

«Vittorio?»

«Più avanti.»

«Perché ti ha lasciato qui?»


Reyes rise senza allegria.

«Perché sa che non me ne sarei andato senza aspettarti.»

Gli occhi gli caddero su Bianchi.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi Reyes disse:

«Sei ancora con noi?»

Bianchi annuì.

«Sempre.»

Reyes si alzò.

«Allora abbiamo un problema.»


«Quale?»

Indicò la porta blindata in fondo al corridoio.

«De Santis non è solo.»

La porta si aprì prima che potessimo avvicinarci.

Dall’altra parte c’erano sei uomini in abiti civili.

Non impugnavano armi.

Uno di loro portava la spilla della Commissione Difesa.

Riconobbi la senatrice Laura Ferri.

Accanto a lei c’era Carlo Moretti.

E dietro, Vittorio Conti.


I genitori dei tre ragazzi.

Laura Ferri fece un passo avanti.

«Colonnello Valli.»

Sentire quel nome da lei mi disgustò.

«Dov’è De Santis?»

«Sta facendo ciò che avrebbe dovuto essere fatto diciannove anni fa.»

«Aprire Orfeo.»

«Proteggere il Paese.»

Bianchi quasi rise.

«Sostituendo funzionari pubblici?»


La senatrice non batté ciglio.

«Orfeo nacque durante un periodo in cui l’Italia affrontava minacce che i normali strumenti democratici non erano in grado di contenere.»

«E così avete deciso chi poteva essere sostituito.»

«Temporaneamente.»

Reyes fece un passo avanti.

«Menzogna.»

Laura Ferri lo ignorò.

Guardò me.

«Elena scoprì che alcuni soggetti erano stati utilizzati senza autorizzazione. Credette che distruggere il programma fosse l’unica soluzione.»

«E voi l’avete uccisa.»

Per la prima volta il suo volto cambiò.

«Io no.»

«Chi?»

Una voce arrivò dall’interno.

«Io.»

De Santis apparve dietro di loro.

Non portava uniforme.

Sembrava soltanto un uomo vecchio.

Questo lo rendeva ancora peggiore.

«Elena non doveva morire», disse.

Mi lanciai verso di lui.

Reyes mi bloccò prima che raggiungessi la porta.

«Daniele.»

De Santis non arretrò.

«Doveva essere fermata. L’ordine era di trattenerla. Qualcuno trasformò quell’ordine in un’esecuzione.»

«Chi?»

«È quello che Orfeo può mostrarti.»

Indicò la porta dietro di sé.

«L’archivio conserva registrazioni, autorizzazioni, nomi, operazioni. Tutto.»

«Allora aprilo tu.»

«Non posso.»

Sorrise appena.

«Elena si assicurò che solo tu e Giulia poteste farlo.»

Capivo finalmente perché non mi aveva ucciso.

Perché non aveva ucciso Giulia.

Aveva bisogno di entrambi vivi.

Chen si irrigidì accanto a me.

Il suo tablet vibrò.

Abbassò lo sguardo.

Poi mi mostrò lo schermo senza dire nulla.

Una trasmissione era partita automaticamente dall’interno dell’archivio.

Una sequenza video.

Data: diciannove anni prima.

Elena entrava in una stanza.

Dietro di lei arrivava De Santis.

Poi un terzo uomo.

Il volto non era visibile.

Ma la voce sì.

Bianchi impallidì.

Reyes smise di respirare per un istante.

Io conoscevo quella voce.

Era stata presente durante il funerale di Elena.

Mi aveva stretto la mano.

Mi aveva detto che lo Stato avrebbe protetto mia figlia.

L’uomo nel video pronunciò una sola frase.

«Se Elena parla, muore. E se Valli scopre la verità, fate sparire anche la bambina.»

Chen fermò l’immagine.

Il volto del terzo uomo apparve finalmente riflesso nel vetro della porta.

Non era De Santis.

Era l’allora sottosegretario alla Difesa, oggi Ministro della Difesa.

L’uomo che per diciannove anni aveva controllato gli archivi che avrebbero dovuto proteggere il mio segreto.

E in quel momento capii che De Santis non era la cima della catena.

Era soltanto l’uomo che aveva aperto la porta.

**Continua — premi Parte 8 per continuare a leggere.**

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