Divertimento

Trovai mia figlia di otto anni chiusa in un ripostiglio della scuola. Il preside mi disse: «Cancelli il video o le distruggeremo il futuro»

Per alcuni secondi rimasi immobile con il telefono ancora premuto contro l’orecchio.

La voce distorta aveva già chiuso la chiamata, ma quelle parole continuavano a risuonarmi nella testa.

«Ritirati dall’audizione militare di domani, oppure la prossima volta non lasceremo la porta aperta.»

Abbassai lentamente il telefono.

Mia figlia mi guardava dal sedile posteriore dell’auto della Polizia, ancora avvolta nel mio cappotto. Aveva il viso pallido e gli occhi gonfi per il pianto.

Non potevo permettere che vedesse la paura sul mio volto.

L’investigatrice che aveva trovato il fascicolo, la dottoressa Elena Rinaldi, si avvicinò immediatamente.

«Chi era?»

Le mostrai lo schermo.

Numero riservato.


«Una minaccia.»

Il suo sguardo cambiò.

Non era più soltanto l’espressione di una funzionaria che stava indagando su un abuso scolastico.

«Contro sua figlia?»

«Contro entrambi.»

Le riferii parola per parola ciò che avevo appena sentito.

Rinaldi non disse nulla per qualche secondo.

Poi guardò verso l’ingresso dell’Istituto San Vittorio, dove gli investigatori stavano ancora sequestrando computer, registri e telefoni.

«Generale, credo che dobbiamo smettere di trattare questa scuola come il centro del problema.»

Annuii.


«È solo uno strumento.»

Il fascicolo trovato nella cassaforte di Moretti venne portato in una sala riunioni vuota dell’istituto.

Rinaldi, due agenti della Polizia e un tecnico informatico cominciarono a esaminare ogni pagina.

Io rimasi accanto a mia figlia.

Non volevo lasciarla sola nemmeno per un minuto.

Le fotografie erano state scattate nell’arco di almeno quattro mesi.

Io mentre uscivo dalla base.

Io mentre accompagnavo mia figlia a scuola.

Lei mentre comprava un gelato.

Noi due mentre entravamo nel supermercato.


Perfino una fotografia della finestra della sua cameretta.

Sentii qualcosa stringermi il petto.

Avevo trascorso la mia vita professionale valutando minacce, studiando sorveglianze e individuando vulnerabilità.

Eppure qualcuno era riuscito a osservare mia figlia sotto il mio stesso naso.

Rinaldi sfogliò ancora.

«Qui ci sono annotazioni.»

Mi avvicinai.

Accanto alle fotografie comparivano brevi frasi stampate.

ORARI PREVEDIBILI.

NESSUNA SCORTA.


PADRE ALTAMENTE PROTETTIVO.

FIGLIA = LEVA EMOTIVA PRIMARIA.

Mia figlia non riusciva a leggere da dove era seduta.

Ne fui grato.

«Chiunque abbia preparato questo dossier», disse Rinaldi, «non è un insegnante.»

«No.»

«E nemmeno Moretti.»

Mi voltai verso il vetro della porta.

Dall’altra parte del corridoio il dirigente veniva interrogato.

Aveva perso tutta l’arroganza di poche ore prima.


«Voglio parlargli.»

Rinaldi esitò.

«Non è una buona idea.»

«Non voglio interrogarlo.»

La guardai.

«Voglio che mi veda.»

Cinque minuti dopo entrai nella stanza dove Moretti sedeva davanti a due investigatori.

Quando mi vide, deglutì.

«Generale, io non sapevo—»

«Chi le ha dato il fascicolo?»


Uno degli investigatori sollevò una mano.

«Generale Conti—»

«Una sola domanda.»

Moretti fissò il tavolo.

«Non posso dirlo.»

«Non può o non vuole?»

Le sue mani cominciarono a tremare.

Era la prima volta che lo vedevo realmente spaventato.

«Lei non capisce.»

Mi chinai appena verso di lui.


«Qualcuno ha fotografato mia figlia fuori da casa nostra. Qualcuno ha ordinato che venisse trattata come un punto di pressione contro di me. Quindi sì, dottor Moretti. Capisco perfettamente.»

Lui chiuse gli occhi.

«Mi avevano detto che nessuno le avrebbe fatto veramente male.»

La stanza diventò silenziosa.

«Chi?»

Moretti respirò profondamente.

«Ho ricevuto il fascicolo tre mesi fa.»

«Da chi?»

«Non conosco il suo vero nome.»

Rinaldi entrò alle mie spalle.


«Descrizione.»

Moretti si passò una mano sul viso.

«Un uomo. Sui cinquant’anni. Capelli grigi. Non indossava uniforme. Si presentò come consulente del Ministero.»

Il mio stomaco si irrigidì.

«Quale Ministero?»

Moretti alzò finalmente gli occhi.

«Difesa.»

Nessuno parlò.

«Aveva documenti ufficiali», continuò. «Credenziali. Sapeva cose su di lei che non avrei potuto conoscere. Mi disse che sua figlia doveva essere sottoposta a pressione. Niente di grave. Solo abbastanza da... distrarla.»

Sentii la rabbia salirmi dentro, ma la tenni sotto controllo.


«Distrarmi da cosa?»

Moretti esitò troppo a lungo.

«Dall’audizione.»

Rinaldi gli spinse davanti un registratore.

«Quale audizione?»

Moretti scosse la testa.

«Non lo so.»

Mentiva.

Lo vidi immediatamente.

Avevo osservato uomini mentire sotto interrogatorio in luoghi molto peggiori di quello.


Prima che potessi insistere, uno degli agenti entrò rapidamente nella stanza.

Aveva in mano un computer portatile sequestrato dall’ufficio di Moretti.

«Abbiamo trovato un account nascosto.»

Lo posò sul tavolo.

Sul monitor appariva una casella di posta cifrata.

C’erano decine di messaggi cancellati.

Il tecnico era riuscito a recuperarne alcuni.

Rinaldi ne aprì uno.

Il mittente era indicato soltanto con una sigla.

A17.

Il messaggio risaliva a quattro giorni prima.

CONTINUA LA PRESSIONE SULLA MINORE.

IL GENERALE DEVE ARRIVARE ALL’AUDIZIONE DISTRATTO, EMOTIVAMENTE COMPROMESSO O ASSENTE.

Moretti cominciò a sudare.

Poi il tecnico aprì il messaggio successivo.

Quello era stato inviato quella stessa mattina.

SE CONTI NON SI RITIRA DOPO L’INCIDENTE, PASSARE ALLA FASE DUE.

Rinaldi mi guardò.

«Che cos’è la fase due?»

Moretti impallidì completamente.

«Io non lo so.»

Questa volta gli credetti.

Il mio telefono vibrò.

Un messaggio interno dell’Esercito.

Priorità massima.

Lo aprii.

L’audizione del giorno seguente riguardava un’indagine che seguivo da quasi un anno: forniture militari, contratti gonfiati e componenti difettosi consegnati a reparti operativi.

Avevo raccolto prove sufficienti per testimoniare davanti a una commissione riservata.

Tre società erano coinvolte.

Ma leggendo l’aggiornamento appena ricevuto, notai qualcosa che prima non avevo mai visto.

Una quarta società appariva in un allegato appena desecretato.

Aurora Strategic Systems.

Guardai il nome per alcuni secondi.

Mi sembrava familiare.

Poi Rinaldi sfogliò di nuovo il fascicolo trovato nella cassaforte.

Da una tasca interna cadde un biglietto da visita.

Lo raccolse.

Sul fronte c’era lo stesso nome.

Aurora Strategic Systems.

Sul retro, scritto a mano, c’era un solo codice.

A17.

In quel momento compresi che l’uomo che aveva minacciato mia figlia non stava cercando soltanto di spaventarmi.

Stava cercando disperatamente di impedirmi di scoprire qualcosa.

E qualunque cosa fosse, il giorno seguente avrei avuto l’occasione di guardarla direttamente in faccia.

Alzai gli occhi verso Rinaldi.

«Domani andrò a quell’audizione.»

Lei annuì lentamente.

«E sua figlia?»

Guardai attraverso il vetro.

Mia figlia sedeva con una poliziotta, stringendo ancora il mio cappotto tra le mani.

«Da questo momento», dissi, «nessuno saprà dove si trova.»

Poi tornai a guardare il codice A17.

Perché se avevano già deciso di passare alla fase due, significava una cosa sola.

Non avevano ancora finito con noi.

Continua — premi sulla Parte 4 per continuare a leggere.

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