Non ricordo di aver mai corso verso un’auto così velocemente.
«Ferri, chiama immediatamente la Polizia locale. Rinaldi, manda l’indirizzo soltanto attraverso il canale protetto.»
Salimmo a bordo.
«Nessuna sirena», ordinai. «Se stanno controllando la zona, non devono sapere che stiamo arrivando.»
Mentre l’auto lasciava Monterosi, chiamai ancora una volta uno dei due militari che sorvegliavano mia figlia.
Nessuna risposta.
Guardai l’orologio.
16:11.
Diciannove minuti alla fase due.
Rinaldi teneva il telefono davanti a sé.
«Sto cercando di capire da dove sia stata instradata la chiamata.»
«Non perderci tempo. Quella voce è filtrata.»
Ferri mi osservò.
«Come hanno trovato il luogo?»
Era la domanda che mi stavo facendo anch’io.
Tre persone conoscevano quell’indirizzo.
Io.
Ferri.
E l’ufficiale responsabile del trasferimento.
Nessuno di noi lo aveva inserito nei normali registri operativi.
Poi ricordai qualcosa.
«Il telefono della psicologa.»
Rinaldi capì immediatamente.
«Localizzazione d’emergenza.»
Annuii.
«Se qualcuno ha accesso abbastanza alto, non deve sapere dove si trova mia figlia. Gli basta sapere quale telefono è con lei.»
Ferri imprecò sottovoce.
Non avevamo a che fare soltanto con un’azienda privata corrotta.
Qualcuno stava usando strumenti istituzionali.
Alle 16:24 arrivammo a meno di cinquecento metri dal luogo sicuro.
Un’auto della Polizia ci aspettava in una strada laterale.
L’agente al volante abbassò il finestrino.
«C’è un furgone bianco fermo davanti all’edificio da circa dieci minuti.»
«Targa?»
«Risulta appartenere a una società di manutenzione antincendio.»
Rinaldi mi guardò.
Un evento di sicurezza controllato.
Capimmo entrambi nello stesso momento.
Alle 16:27 vedemmo del fumo uscire da una finestra al piano terra.
Non era abbastanza denso da sembrare un vero incendio.
Era abbastanza per provocare un’evacuazione.
«Non stanno cercando di entrare», dissi.
«Stanno cercando di farli uscire.»
Scendemmo.
Due uomini con giubbotti da tecnico stavano già davanti all’ingresso.
Uno teneva aperta la portiera laterale del furgone.
L’altro parlava con una donna uscita da un edificio vicino.
Sembravano perfettamente normali.
Troppo normali.
Poi la porta del luogo sicuro si aprì.
La psicologa apparve per prima.
Dietro di lei c’era mia figlia.
Il mio cuore smise quasi di battere.
Uno dei due uomini si mosse verso di loro.
«Evacuazione immediata», disse. «Portiamo la bambina in un punto sicuro.»
La psicologa fece un passo indietro.
«Chi siete?»
L’uomo estrasse un tesserino.
«Protezione civile.»
Da dove mi trovavo non potevo leggere il documento.
Ma potevo vedere una cosa.
Aveva la mano destra troppo vicina alla cintura.
«Fermi!»
La mia voce attraversò la strada.
L’uomo si voltò.
Per una frazione di secondo ci guardammo.
Poi corse.
Il secondo uomo cercò di salire sul furgone.
Gli agenti della Polizia gli furono addosso prima che riuscisse a chiudere la portiera.
Io non inseguii nessuno.
Corsi da mia figlia.
Lei mi vide e venne verso di me.
La presi in braccio.
«Papà!»
La strinsi così forte che dovetti ricordarmi di lasciarla respirare.
«Sto bene», disse.
Ripeté quelle parole due volte.
Forse per convincere me.
Forse per convincere se stessa.
La psicologa era pallida.
«I due uomini che erano di guardia sono stati trovati dietro l’edificio. Sono vivi.»
«Cosa è successo?»
«Qualcuno li ha chiamati dicendo che c’era una fuga di gas nel locale tecnico. Quando sono andati a controllare, sono stati aggrediti.»
Guardai il fumo.
Tutto preparato.
Tutto calcolato.
Alle 16:41 il secondo uomo era ammanettato.
Il primo era stato fermato a poche strade di distanza.
Nessuno dei due portava documenti autentici.
Ma nel furgone trovammo qualcosa di molto più importante.
Un computer portatile acceso.
Sul display c’era una sola finestra.
FASE 2 — OPERAZIONE INTERROTTA.
ATTENDERE ISTRUZIONI.
Rinaldi infilò immediatamente il dispositivo in una busta schermata.
«Non tocchi niente.»
Il tecnico informatico arrivò poco dopo.
Gli bastarono undici minuti per trovare una connessione ancora attiva verso il server A17 di Monterosi.
«Posso vedere il nodo di autorizzazione», disse.
Ferri si avvicinò.
«Da dove proviene?»
Il tecnico esitò.
«Rete interna della Difesa.»
Nessuno disse una parola.
Poi apparve una stringa di identificazione.
Non era un nome.
Era un codice di ufficio.
Ferri lo riconobbe prima di me.
Il suo volto cambiò.
«Generale...»
«Parla.»
«Quel codice appartiene all’Ufficio di Coordinamento Strategico.»
Sentii lo stomaco stringersi.
Era un ufficio con accesso a programmi classificati, commissioni riservate e procedure di emergenza.
Esattamente il tipo di struttura capace di proteggere A17.
«Chi può autorizzare operazioni da quel livello?»
Ferri non rispose immediatamente.
«Pochissime persone.»
Il tecnico aprì un registro recuperato dalla memoria temporanea.
Comparvero tre righe.
LOCALIZZAZIONE MINORE: CONFERMATA.
FASE 2: AUTORIZZATA.
FIRMA DIGITALE: V.S.-04.
Rimasi a fissare quelle iniziali.
Ferri fece un passo indietro.
Questa volta non aveva semplicemente riconosciuto il codice.
Aveva riconosciuto la firma.
«Conosci V.S.?»
Lo guardai.
Ferri impiegò qualche secondo prima di rispondere.
«Sì.»
«Chi è?»
Abbassò la voce.
«Generale Vittorio Serra.»
Il nome mi colpì più di quanto avrei voluto mostrare.
Serra non era un funzionario qualsiasi.
Era uno degli uomini che avevano approvato la creazione della commissione davanti alla quale avrei dovuto testimoniare.
Uno degli ufficiali che, per mesi, mi aveva incoraggiato personalmente a portare avanti l’indagine.
E soprattutto, era uno dei pochissimi uomini che conoscevano in anticipo ogni prova che avevo intenzione di presentare.
Guardai mia figlia stretta al mio fianco.
Poi tornai allo schermo.
Per la prima volta capii perché A17 era riuscito a rimanere invisibile così a lungo.
Non avevamo un infiltrato dentro il sistema.
L’uomo che stavamo cercando poteva essere uno di quelli che controllavano il sistema stesso.
Continua — premi sulla Parte 7 per continuare a leggere.







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