Riva era cosciente, ma quando arrivai nella struttura medica dove era stato portato sembrava invecchiato di dieci anni in poche ore.
Aveva un taglio sulla fronte, i polsi segnati e lo sguardo di un uomo che continuava a controllare ogni porta della stanza.
Il colonnello Ferri rimase fuori con due uomini della sicurezza.
Entrai da solo.
«Andrea.»
Riva sollevò gli occhi.
Per qualche secondo non disse nulla.
Poi guardò alle mie spalle.
«Tua figlia?»
«È al sicuro.»
Chiuse gli occhi come se quella risposta gli avesse tolto un peso dal petto.
«Mi dispiace.»
Mi sedetti accanto al letto.
«Dimmi cos’è A17.»
Riva inspirò lentamente.
«Non è una persona. Non è nemmeno una società.»
«Allora cos’è?»
«Un protocollo.»
Rimasi immobile.
«Ufficialmente non esiste.»
Riva abbassò la voce.
«A17 è il nome interno di un sistema creato per far passare determinate forniture attraverso procedure accelerate. Materiale classificato, componenti strategici, contratti che per ragioni operative potevano evitare alcuni livelli ordinari di controllo.»
«Procedure d’emergenza.»
«All’inizio, sì.»
Mi guardò.
«Poi qualcuno ha capito che una scorciatoia autorizzata poteva diventare una porta.»
Cominciò a raccontare.
Tre anni prima, Aurora Strategic Systems aveva ottenuto accesso a una serie di subappalti collegati a sistemi elettronici destinati a reparti operativi.
Sulla carta, ogni componente rispettava gli standard.
Nei magazzini, però, alcuni pezzi erano stati sostituiti con versioni meno costose.
Materiale certificato nei documenti.
Materiale inferiore nella realtà.
«È così che ho iniziato a sospettare», disse Riva. «I numeri non coincidevano con i guasti.»
«E i contratti gonfiati?»
«Servivano a coprire la differenza e a distribuire il denaro.»
Sentii la mascella irrigidirsi.
«Chi autorizzava?»
Riva mi fissò.
«È questa la parte che non sono mai riuscito a dimostrare.»
«Valenti?»
«Valenti gestiva Aurora. Ma non poteva attivare A17 da solo.»
La porta del reparto si aprì appena.
Ferri fece un cenno.
Avevamo poco tempo.
Riva continuò.
«Ogni operazione A17 richiedeva una validazione dall’interno. Un’autorizzazione militare abbastanza alta da far apparire tutto legittimo.»
Le credenziali clonate.
Il calendario dell’audizione.
Le informazioni su di me.
Qualcuno all’interno.
«Hai un nome?»
Riva scosse la testa.
«No. Ma ho qualcosa di meglio.»
Con fatica si spostò sul letto.
«Prima che mi prendessero avevo già copiato parte dell’archivio.»
Lo guardai.
«Dove?»
«Non l’ho tenuto a casa.»
«Andrea.»
«Ascoltami.»
Mi afferrò il polso.
«Mi hanno preso perché sapevano che avevo trovato il collegamento tra Aurora e A17. Non sapevano quanto avessi copiato.»
Abbassò ancora di più la voce.
«C’è un archivio digitale esterno. Ho inserito i file più importanti dentro un sistema di backup tecnico utilizzato durante le verifiche dei materiali.»
«Accessibile da dove?»
«Dal deposito logistico di Monterosi.»
Ferri, che ormai era entrato nella stanza, si irrigidì.
«Quel deposito è stato dismesso.»
Riva annuì.
«Ufficialmente.»
Quelle parole non mi piacquero.
«Qual è la chiave?»
Riva mi guardò direttamente.
«Il numero del primo rapporto sui componenti difettosi che ti ho consegnato.»
Lo ricordavo.
Non perché avessi una memoria eccezionale.
Perché quel rapporto aveva segnato l’inizio di tutto.
Prima di uscire, Riva mi chiamò.
«Generale.»
Mi voltai.
«Se trovi l’archivio, non guardare soltanto i pagamenti.»
«Cos’altro?»
«Le richieste di pressione.»
Il sangue mi si raffreddò.
«Spiegati.»
Riva deglutì.
«A17 non serviva solo a muovere contratti.»
Fece una pausa.
«C’era una sezione per neutralizzare gli ostacoli.»
Pensai immediatamente al fascicolo di mia figlia.
«Persone.»
«Testimoni, ispettori, ufficiali.»
«Famiglie?»
Riva abbassò lo sguardo.
Quella fu la risposta.
Alle 13:20 una squadra autorizzata raggiunse il deposito di Monterosi.
Io ero con Ferri.
Rinaldi ci raggiunse come referente dell’indagine sulla scuola, perché ormai il fascicolo di mia figlia collegava direttamente i due casi.
L’edificio sembrava abbandonato.
Cancello arrugginito.
Finestre opache.
Nessun personale visibile.
Ma il lettore elettronico all’ingresso funzionava ancora.
«Qualcuno paga ancora l’alimentazione», osservò Rinaldi.
Dentro trovammo scaffali vuoti e vecchie casse militari.
Il server indicato da Riva era nascosto dietro un pannello tecnico.
Inserii il codice.
Per alcuni secondi non accadde nulla.
Poi lo schermo si accese.
A17.
Sotto il nome comparvero centinaia di cartelle.
FORNITURE.
AUTORIZZAZIONI.
INTERMEDIARI.
PRESSIONE.
Rinaldi mi guardò.
Aprii l’ultima.
C’erano decine di dossier.
Nomi.
Fotografie.
Familiari.
Scuole.
Abitudini.
Vulnerabilità.
Il fascicolo di mia figlia era uno dei più recenti.
Ma non era l’unico.
Ferri si avvicinò allo schermo.
«Questa gente è stata osservata per anni.»
Aprii il mio dossier.
Nella prima pagina comparivano le stesse fotografie sequestrate a Moretti.
Nella seconda, il piano.
FASE 1: PRESSIONE INDIRETTA SUL MINORE.
FASE 2: EVENTO DI SICUREZZA CONTROLLATO.
FASE 3: RIMOZIONE DEL SOGGETTO DALL’AUDIZIONE.
Sentii Rinaldi trattenere il respiro.
«Evento di sicurezza controllato?»
Non ebbi bisogno di chiedere cosa significasse.
Poi notai una riga in fondo.
FASE 2 — AUTORIZZATA.
ORARIO PREVISTO: 16:30.
Guardai l’orologio.
16:07.
Il telefono era già nella mia mano prima ancora che Ferri parlasse.
Chiamai il luogo sicuro dove avevo lasciato mia figlia.
Nessuna risposta.
Chiamai uno dei due militari all’esterno.
Niente.
Il secondo.
Ancora niente.
Per la prima volta da quando tutto era iniziato, sentii il controllo scivolarmi dalle mani.
Rinaldi vide il mio volto.
«Che succede?»
Non risposi.
Provai il numero della psicologa.
La chiamata partì.
Uno squillo.
Due.
Tre.
Poi qualcuno rispose.
Non era lei.
Per alcuni secondi sentii soltanto un respiro lento dall’altra parte.
Poi la stessa voce distorta della sera precedente disse:
«Generale, le avevamo consigliato di fermarsi.»
La linea si interruppe.
Guardai di nuovo l’orario della fase due.
Mancavano ventidue minuti.
E questa volta sapevo esattamente cosa stavano cercando di fare.
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