Alle 05:40 del mattino, mia figlia non si trovava più in casa nostra.
Non era alla base.
Non era in nessuna struttura collegata ufficialmente all’Esercito.
Avevo scelto personalmente un luogo sicuro, conosciuto soltanto da tre persone di cui mi fidavo da anni. Due militari fuori servizio controllavano l’accesso dall’esterno, mentre una psicologa infantile era rimasta con lei durante la notte.
Prima di lasciarla, mia figlia mi aveva afferrato la manica.
«Papà, torni?»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Sempre.»
«E quella maestra?»
Esitai appena.
«Non potrà farti più niente.»
Lei abbassò gli occhi.
«Non era solo lei.»
Quelle quattro parole mi bloccarono.
«Cosa vuoi dire?»
Mia figlia strinse tra le dita il bordo della coperta.
«Quando ero nel ripostiglio, ho sentito qualcuno parlare fuori.»
Mi avvicinai.
«Chi?»
«Un uomo.»
«Moretti?»
Scosse la testa.
«Non era la sua voce.»
Sentii il corpo irrigidirsi.
«Ricordi cosa ha detto?»
Lei annuì lentamente.
«Ha chiesto se eri già stato avvisato.»
«Avvisato di cosa?»
«Non lo so.»
Poi aggiunse qualcosa che mi gelò.
«Ha detto: “Se domani parla, sarà troppo tardi”.»
La mattina dell’audizione, quella frase continuava a martellarmi nella testa.
Alle 08:15 entrai nell’edificio dove si sarebbe riunita la commissione riservata.
Per la prima volta dopo anni, indossavo l’uniforme completa.
Non per impressionare nessuno.
Perché quella mattina non ero soltanto un padre.
Ero l’ufficiale che aveva raccolto prove su contratti militari capaci di mettere a rischio la vita di uomini e donne in servizio.
All’ingresso, il colonnello Ferri, responsabile della sicurezza interna, mi venne incontro.
«Generale.»
Gli strinsi la mano.
«Qualcosa di anomalo?»
«Da quando mi ha inviato il codice A17, abbiamo controllato ogni accesso collegato all’audizione.»
Abbassò la voce.
«Abbiamo trovato un problema.»
Mi condusse in una stanza laterale.
Sul tavolo c’erano alcuni fascicoli e un tablet.
Ferri aprì il registro degli accessi digitali.
«Tre settimane fa qualcuno ha visualizzato il calendario riservato della commissione.»
«Con quali credenziali?»
Mi guardò.
«Le sue.»
Per un momento non risposi.
«Impossibile.»
«Lo sappiamo.»
Mi mostrò l’orario.
02:13.
Quella notte ero a casa con mia figlia.
«Qualcuno ha clonato le mie credenziali.»
«O ha avuto accesso a un sistema abbastanza alto da poterle replicare.»
Aprì un secondo documento.
«C’è di più.»
L’accesso non aveva consultato soltanto la data dell’audizione.
Aveva scaricato anche l’elenco dei testimoni.
Uno di quei nomi era stato evidenziato.
Tenente colonnello Andrea Riva.
Conoscevo Riva da quindici anni.
Era stato lui a segnalarmi per primo i componenti difettosi.
«Dov’è?»
Ferri rimase in silenzio.
«Dove si trova Riva?»
«Non si è presentato stamattina.»
Presi immediatamente il telefono.
Nessuna risposta.
Chiamai una seconda volta.
Poi una terza.
Nulla.
La commissione avrebbe dovuto iniziare entro venti minuti.
«Mandate qualcuno a casa sua.»
Ferri annuì.
«Già fatto.»
Entrammo nella sala dell’audizione alle 08:57.
Sei membri sedevano dietro un lungo tavolo.
Sul lato opposto c’erano rappresentanti legali e dirigenti delle società coinvolte nell’indagine.
Quando presi posto, cercai immediatamente un logo.
Aurora Strategic Systems.
Lo vidi sulla cartellina davanti a un uomo che non avevo mai incontrato.
Circa cinquant’anni.
Capelli grigi.
Abito scuro.
Nessuna uniforme.
Il mio respiro rallentò.
La descrizione di Moretti.
L’uomo alzò lo sguardo verso di me.
Per un secondo i nostri occhi si incontrarono.
Poi sorrise.
Non un sorriso nervoso.
Un sorriso di riconoscimento.
Il presidente della commissione aprì l’audizione.
«Generale Conti, ci risulta che durante la notte abbia trasmesso nuove informazioni potenzialmente collegate a questa indagine.»
«Corretto.»
«Può spiegare?»
Guardai direttamente l’uomo di Aurora Strategic Systems.
«Ieri mia figlia di otto anni è stata rinchiusa per quasi due ore in un ripostiglio della sua scuola.»
Nella sala si diffuse un brusio.
«Successivamente è stato trovato un fascicolo di sorveglianza che identificava mia figlia come punto di pressione nei miei confronti.»
L’uomo dai capelli grigi rimase immobile.
«Nel fascicolo», continuai, «compariva il nome Aurora Strategic Systems e il codice A17.»
Questa volta vidi qualcosa cambiare nei suoi occhi.
Il presidente si voltò verso il rappresentante dell’azienda.
«Signor Valenti, desidera chiarire?»
Così avevo finalmente un nome.
Lorenzo Valenti.
Amministratore delegato operativo di Aurora Strategic Systems.
Valenti si alzò con estrema calma.
«Questa è un’accusa assurda.»
«Non ho formulato alcuna accusa», risposi.
«Ho riportato ciò che è stato trovato.»
«Un biglietto da visita può essere messo ovunque.»
«Anche le fotografie di mia figlia?»
Per la prima volta perse il sorriso.
In quel momento la porta della sala si aprì.
Il colonnello Ferri entrò rapidamente e si avvicinò al presidente della commissione.
Gli sussurrò qualcosa.
Il presidente impallidì.
«Generale Conti.»
Mi voltai.
«La squadra inviata a casa del tenente colonnello Riva ha trovato l’abitazione vuota.»
Mi alzai.
«Segni di effrazione?»
Ferri scosse la testa.
«No.»
Poi mi porse una busta trasparente.
«Ma hanno trovato questo sul tavolo.»
All’interno c’era una fotografia.
Mia figlia davanti all’ingresso della scuola.
Sul retro era stata scritta una frase.
UN TESTIMONE PUÒ SEMPRE CAMBIARE IDEA.
Stringevo la busta così forte che le nocche mi diventarono bianche.
Riva non era semplicemente scomparso.
Qualcuno gli aveva mostrato esattamente cosa sarebbe potuto accadere se avesse parlato.
Il presidente ordinò una sospensione immediata dell’audizione.
Valenti raccolse lentamente i suoi documenti.
Quando mi passò accanto, parlò abbastanza piano perché soltanto io potessi sentirlo.
«Generale, a volte proteggere la famiglia significa sapere quando fermarsi.»
Mi girai verso di lui.
«E a volte minacciare una bambina significa aver appena commesso l’errore peggiore della propria vita.»
Per la prima volta, il suo volto si irrigidì.
Un agente della sicurezza si avvicinò a Valenti.
«Signore, deve rimanere nell’edificio.»
Valenti rise piano.
«Con quale accusa?»
Nessuno ebbe il tempo di rispondere.
Il telefono di Ferri vibrò.
Lesse il messaggio.
Poi mi guardò.
«Generale... abbiamo trovato Riva.»
«Dove?»
«In un’auto abbandonata a venti chilometri da Roma.»
Il mio stomaco si chiuse.
«È vivo?»
Ferri annuì.
«Sì.»
Lasciai uscire il respiro.
Poi aggiunse:
«Ma continua a ripetere una sola cosa.»
«Cosa?»
Ferri mi mostrò il messaggio inviato dalla squadra sul posto.
Riva aveva pronunciato la stessa frase più volte.
“Non cercate A17. A17 non è una persona.”
Sollevai lo sguardo verso Valenti.
Lui non sorrideva più.
E in quel momento capii che avevamo inseguito la domanda sbagliata.
Non dovevamo scoprire chi fosse A17.
Dovevamo scoprire cosa fosse.
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