Divertimento

Trovai mia figlia di otto anni chiusa in un ripostiglio della scuola. Il preside mi disse: «Cancelli il video o le distruggeremo il futuro»

Quando tornammo a Monterosi, mancavano meno di otto minuti alla cancellazione completa dell’archivio.

Ferri guidava. Serra sedeva accanto a me, in silenzio. Rinaldi era rimasta con la squadra incaricata di trasferire mia figlia in un luogo che questa volta non sarebbe comparso in nessun sistema digitale.

Il deposito sembrava deserto.

Ma le luci all’interno erano accese.

«Due ingressi», disse Ferri. «Principale e laterale.»

Serra indicò il retro dell’edificio.

«Esiste anche un corridoio tecnico. Lo usavano per accedere ai server senza attraversare il magazzino.»

Dividemmo la squadra.

Io entrai con Ferri dal corridoio tecnico.

Sul mio telefono, il tecnico informatico ci aggiornava continuamente.


ELIMINAZIONE COMPLETA: 06:41.

Scendemmo una scala metallica.

Da qualche parte sotto di noi ronzavano i sistemi di raffreddamento.

06:02.

Poi sentimmo un rumore.

Un colpo secco.

Ci fermammo.

Ferri sollevò una mano.

Un uomo uscì improvvisamente da dietro una porta e tentò di scappare lungo il corridoio.

Due agenti lo bloccarono.


Non era De Santis.

Era uno dei tecnici che avevamo già visto lavorare sui sistemi A17.

«Dov’è?» domandai.

L’uomo non rispose.

Ferri gli mostrò il mandato.

«Può collaborare adesso oppure spiegare più tardi perché si trovava dentro una struttura sequestrata mentre qualcuno distruggeva prove.»

Il tecnico cedette.

«Sala server.»

«De Santis?»

Annuii appena.


L’uomo abbassò gli occhi.

«È arrivato venti minuti fa.»

«Solo?»

Silenzio.

«Chi è con lui?»

«Valenti.»

Mi irrigidii.

Lorenzo Valenti avrebbe dovuto trovarsi ancora sotto controllo dopo l’audizione.

Serra capì immediatamente.

«Qualcuno lo ha fatto uscire.»


Non c’era più tempo per chiedersi chi.

Raggiungemmo la sala server.

04:37.

La porta era chiusa elettronicamente.

Ferri applicò il dispositivo di apertura d’emergenza.

Niente.

«È stata isolata dalla rete.»

Serra guardò la parete.

«Esiste un bypass manuale.»

Lo trovammo dietro un pannello.


04:01.

La serratura scattò.

Entrammo.

Marco De Santis era davanti alla console principale.

Lorenzo Valenti si trovava accanto a lui.

Nessuno dei due sembrava sorpreso.

Sul monitor una lunga barra rossa avanzava lentamente.

03:44.

De Santis mi guardò.

«Generale Conti.»


«Allontanati dalla console.»

«È troppo tardi.»

«Non ancora.»

Valenti rise piano.

«Lei continua a pensare che questo riguardi dei file.»

«Riguarda persone che avete minacciato.»

«Riguarda un sistema che ha funzionato per anni.»

Serra entrò dietro di me.

Il volto di De Santis cambiò.

«Vittorio.»


Serra non rispose subito.

Poi disse:

«Ti ho affidato l’indagine.»

«E io l’ho protetta.»

«Hai protetto te stesso.»

De Santis scosse la testa.

«Tu non hai mai capito cosa fosse diventato A17.»

Indicò i server.

«Appalti, aziende, funzionari, intermediari. Troppa gente. Se avessimo fermato tutto, avremmo provocato uno scandalo capace di travolgere programmi operativi interi.»

«Quindi avete ricattato chi cercava di fermarvi?» domandai.


De Santis mi fissò.

«Abbiamo gestito i rischi.»

Pensai a mia figlia chiusa nel buio.

«Una bambina di otto anni sarebbe un rischio?»

Per la prima volta distolse gli occhi.

Valenti intervenne.

«Non era previsto che venisse ferita.»

«È sempre la stessa frase.»

Feci un passo avanti.

«Moretti l’ha detta. Galli l’ha pensata. Ora la dice lei.»


02:31.

Ferri parlò nel microfono.

«Tecnici, pronti.»

Una voce rispose dall’esterno.

«Abbiamo accesso secondario. Possiamo tentare il blocco.»

De Santis sorrise amaramente.

«Non servirà. L’eliminazione è distribuita.»

«Dove sono le copie?»

Silenzio.

Serra lo fissò.


«Marco.»

De Santis respirò profondamente.

«Non capite. Se quei dati escono, non cadrà soltanto Aurora.»

«Allora chi?»

Valenti si voltò verso di lui.

«Non dire altro.»

Fu quella reazione a tradirli.

De Santis guardò Valenti.

Poi me.

«A17 non è mai stato controllato da una sola azienda.»

«Lo sappiamo.»

«No.»

Scosse la testa.

«Non sapete abbastanza.»

01:48.

Il tecnico nella nostra radio gridò:

«Generale, ho trovato una replica!»

Guardai il display.

«Dove?»

«Fuori rete. Archivio parallelo. Qualcuno l’ha creato mesi fa.»

Serra si voltò verso De Santis.

«Tu?»

De Santis non rispose.

Poi vidi qualcosa nei suoi occhi.

Paura.

Non di noi.

Di Valenti.

Valenti fece un movimento improvviso verso la console.

Ferri lo bloccò prima che potesse raggiungerla.

Due agenti gli immobilizzarono le braccia.

«Lasciatemi!»

De Santis rimase fermo.

00:59.

«Marco», dissi, «se esiste una copia, questo è il momento di decidere da che parte vuoi stare.»

Mi guardò.

Poi guardò Serra.

Infine digitò una sequenza sulla tastiera.

Valenti impallidì.

«Non farlo.»

00:41.

Sul monitor apparve una nuova finestra.

BACKUP ESTERNO — ACCESSO SBLOCCATO.

Il tecnico urlò nella radio.

«Ce l’abbiamo! Sto copiando tutto!»

00:17.

La barra rossa raggiunse la fine.

Gli schermi della sala server diventarono neri.

Per alcuni secondi sentimmo soltanto le ventole rallentare.

Poi la voce del tecnico arrivò nella radio.

«Archivio acquisito.»

Nessuno parlò.

De Santis si lasciò cadere sulla sedia.

Serra lo guardava come se vedesse uno sconosciuto.

«Perché hai creato il backup?»

De Santis sollevò lentamente la testa.

«Perché sei mesi fa ho capito che Valenti stava preparando qualcosa che nemmeno io potevo controllare.»

Valenti smise di divincolarsi.

«Sta mentendo.»

«No», disse De Santis.

Poi guardò me.

«La pressione su sua figlia non doveva arrivare alla fase due.»

«Ma l’hai autorizzata usando la firma di Serra.»

«Perché avevano già preso il controllo della rete. Dovevo sembrare ancora dalla loro parte.»

Ferri scosse la testa.

«Comodo.»

«Controllate il backup.»

La sua voce tremò per la prima volta.

«C’è una cartella che si chiama ORIGINE.»

Il tecnico la aprì da remoto.

Comparve un elenco di operazioni, autorizzazioni e nomi.

Poi una riga attirò immediatamente la mia attenzione.

SAN VITTORIO — CONTI — ORDINE INIZIALE.

Accanto non c’era il nome di De Santis.

Non c’era quello di Valenti.

C’era una sigla diversa.

Una sigla che Serra riconobbe.

Lo vidi impallidire.

«Non è possibile.»

«Chi è?» domandai.

Serra non rispose subito.

Poi lesse il nome associato al codice.

E capii che il vero responsabile non era mai stato fuori dall’indagine.

Era seduto dall’altra parte della commissione fin dall’inizio.

Continua — premi sulla Parte 9 per continuare a leggere.

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