Divertimento

Trovai mia figlia di otto anni chiusa in un ripostiglio della scuola. Il preside mi disse: «Cancelli il video o le distruggeremo il futuro»

Per anni avevo considerato il generale Vittorio Serra uno degli uomini più affidabili dell’intera struttura.

Non un amico.

Qualcosa di più difficile da ottenere nel nostro lavoro.

Un uomo di cui mi fidavo professionalmente.

Era stato lui, nove mesi prima, a leggere il primo fascicolo sui componenti difettosi e a dirmi:

«Conti, se questi numeri sono reali, non fermarti finché non trovi chi c’è dietro.»

Adesso la sua firma digitale compariva sull’ordine che aveva autorizzato un’operazione contro mia figlia.

Non volevo crederci.

Ma non potevo permettermi di non crederci.

«Nessuno contatta Serra», dissi.


Ferri mi guardò.

«Generale—»

«Nessuna telefonata. Nessun messaggio. Nessuna richiesta ufficiale.»

Indicai il portatile sequestrato.

«Se è coinvolto, saprà già che la fase due è fallita. Se non lo è, qualcuno vuole che noi pensiamo che lo sia.»

Rinaldi annuì.

«Dobbiamo verificare la firma senza avvertire nessuno.»

Il tecnico lavorò direttamente sul registro recuperato.

Io portai mia figlia in una stanza protetta della caserma della Polizia, lontana da qualsiasi rete militare.

Prima di lasciarla con la psicologa, lei mi fermò.


«Papà.»

Mi voltai.

«Quell’uomo cattivo è un soldato?»

La domanda mi colpì più di qualsiasi minaccia.

Mi inginocchiai davanti a lei.

«Non lo sappiamo ancora.»

«Ma se lo è?»

Cercai le parole giuste.

«Essere un soldato non rende automaticamente una persona buona.»

Lei mi fissò.


«Tu sei buono?»

Sorrisi appena.

«Cerco di esserlo.»

Mia figlia mi abbracciò.

«Allora prendilo.»

Non le promisi vendetta.

Le promisi qualcosa di più importante.

«Troverò la verità.»

Alle 19:12 ricevemmo il primo risultato.

La firma V.S.-04 era autentica.


Ferri lasciò uscire lentamente il respiro.

«Quindi è Serra.»

Il tecnico scosse la testa.

«Non necessariamente.»

Ingrandì una serie di dati sullo schermo.

«L’autorizzazione è stata generata utilizzando la sua chiave digitale, ma non dal suo terminale.»

«Da dove?»

«Da un nodo amministrativo di replica.»

Rinaldi aggrottò la fronte.

«In parole semplici.»


«Esiste un sistema di emergenza che può ricostruire temporaneamente le credenziali di un alto ufficiale nel caso in cui siano necessarie autorizzazioni durante un’interruzione operativa.»

«Chi può usarlo?»

Il tecnico esitò.

«L’Ufficio di Coordinamento Strategico.»

La stessa struttura.

«Quante persone hanno accesso?»

«Quattro.»

Comparvero quattro nomi.

Generale Vittorio Serra.

Generale Conti.


Colonnello Ferri.

E brigadier generale Marco De Santis.

Il silenzio diventò immediatamente pesante.

Ferri guardò il proprio nome.

«Io non ho mai avuto accesso a quella funzione.»

«Nemmeno io», dissi.

Il tecnico annuì.

«Perché normalmente è disabilitata. È stata riattivata sei mesi fa.»

«Da chi?»

Sul monitor comparve un’autorizzazione.


M. DE SANTIS.

Conoscevo De Santis.

Era il vice responsabile operativo dell’ufficio di Serra.

Aveva partecipato a tre riunioni sulla nostra indagine.

Sempre silenzioso.

Sempre preciso.

Sempre seduto abbastanza vicino da ascoltare tutto.

Rinaldi incrociò le braccia.

«Abbiamo finalmente il nostro uomo?»

«Abbiamo finalmente qualcuno che deve rispondere a molte domande.»


Non avrei commesso l’errore che avevano commesso Moretti e Galli.

Non avrei deciso la colpevolezza prima di avere le prove.

Alle 19:46 Ferri ricevette una comunicazione attraverso un canale interno.

La lesse due volte.

«È Serra.»

Mi voltai.

«Cosa dice?»

Ferri mi mostrò il messaggio.

CONTATTO DIRETTO COMPROMESSO.

NON FIDARTI DELLA RETE.


ARCHIVIO 1998.

LIVELLO CARTACEO.

SERRA.

Lo guardai.

«Archivio 1998?»

Ferri impallidì leggermente.

«So dov’è.»

Nel seminterrato di un edificio amministrativo esisteva ancora un archivio fisico creato prima della completa digitalizzazione dei programmi riservati.

Nessuna connessione esterna.

Nessun accesso remoto.


Solo carta.

Arrivammo alle 20:21.

Serra era già lì.

Solo.

Senza giacca dell’uniforme.

Sembrava stanco.

Quando mi vide, non tentò di avvicinarsi.

«Prima che tu dica qualsiasi cosa», disse, «so che la mia firma compare sull’ordine contro tua figlia.»

«Lo sai da quanto?»

«Da quarantasette minuti.»

«E A17?»

Serra abbassò lo sguardo.

«Quello lo conosco da molto più tempo.»

Ferri irrigidì le spalle.

Serra aprì un vecchio armadio metallico.

Estrasse un fascicolo.

Sulla copertina c’era scritto:

PROTOCOLLO A17 — CONTINUITÀ STRATEGICA.

ANNO DI ATTIVAZIONE: 2008.

«A17 nacque durante una crisi operativa», spiegò Serra. «Doveva permetterci di sostituire rapidamente fornitori compromessi senza bloccare intere missioni.»

«E la sezione “pressione”?»

Serra mi guardò.

«Non esisteva.»

Mi porse il fascicolo originale.

Lessi l’indice.

Forniture.

Sostituzione emergenziale.

Verifica.

Autorizzazioni.

Nessun dossier personale.

Nessuna famiglia.

Nessuna neutralizzazione.

«Qualcuno lo ha trasformato», dissi.

«Sì.»

«Quando te ne sei accorto?»

Serra aprì un secondo fascicolo.

«Sei mesi fa.»

Lo stesso periodo in cui De Santis aveva riattivato la funzione di replica delle credenziali.

«Perché non l’hai denunciato?»

Sul volto di Serra comparve qualcosa che non gli avevo mai visto.

Vergogna.

«Perché ho commesso un errore.»

Mi mostrò una relazione.

«Pensavo che si trattasse di irregolarità contabili interne. Ho ordinato a De Santis di verificare A17 in segreto.»

Sentii il sangue raffreddarsi.

«Gli hai affidato l’indagine.»

Serra annuì lentamente.

«E tre settimane dopo mi disse che non aveva trovato nulla.»

Rinaldi lo fissò.

«Quindi se De Santis era coinvolto, lei gli ha appena comunicato che qualcuno lo stava cercando.»

«Sì.»

Serra chiuse gli occhi per un istante.

«E da quel momento cominciarono a sparire documenti.»

A quel punto Ferri ricevette una chiamata.

Ascoltò senza parlare.

Poi il suo volto cambiò.

«Quando?»

Silenzio.

«Bloccate tutte le uscite.»

Chiuse.

«De Santis non è nel suo ufficio.»

Serra si irrigidì.

«Dovrebbe essere lì.»

«Il suo assistente dice che è uscito quaranta minuti fa.»

«Dove?»

Ferri mi guardò.

«Ha detto che aveva ricevuto un ordine urgente firmato da lei, generale Conti.»

«Io non gli ho dato nessun ordine.»

Nella stanza nessuno respirò per un secondo.

Il tecnico controllò immediatamente i registri.

Un minuto dopo sollevò lo sguardo.

«L’ordine esiste.»

«Firma?»

«La sua.»

Mi avvicinai allo schermo.

La mia firma digitale.

Ricostruita esattamente nello stesso modo in cui avevano ricostruito quella di Serra.

Poi comparve la destinazione indicata nell’ordine.

Deposito di Monterosi.

Il luogo in cui avevamo trovato l’archivio A17.

Rinaldi prese il telefono.

«Mandiamo una squadra.»

«No.»

Tutti mi guardarono.

Sul monitor era apparso un secondo dato.

ACCESSO ARCHIVIO A17 IN CORSO.

Qualcuno era già dentro.

E stava cancellando i file.

«De Santis non sta fuggendo», dissi.

Presi la giacca.

«Sta distruggendo le prove.»

Poi il tecnico impallidì.

«Generale... c’è un’altra cosa.»

Indicò una barra sullo schermo.

ELIMINAZIONE COMPLETA: 11 MINUTI.

Sotto compariva un comando ancora più inquietante.

PROTOCOLLO DI CONTINGENZA A17: CHIUSURA DI TUTTI I SOGGETTI ATTIVI.

Il dossier di mia figlia risultava ancora segnato come attivo.

Guardai Rinaldi.

«Portatela via dalla caserma. Adesso.»

Perché improvvisamente capii che cancellare A17 non significava soltanto distruggere i documenti.

Significava eliminare tutto ciò che quei documenti potevano ancora provare.

Compresi i testimoni.

Continua — premi sulla Parte 8 per continuare a leggere.

No comments yet